Ascenseur pour l’échafaud # 1: Zdzisław Beksiński[1]

«Zdzisław, avevi dipinto noi, vero? La tua famiglia».

«No, che dici? È solo un’immagine alla quale non ho attribuito nessun significato, ormai dovresti saperlo, Zofią. E poi ne è passato di tempo, su».

«È che quella croce, la donna sulla croce, l’uomo che la trascina, il bambino sopra… siamo noi, Zdzisław. L’ho sempre pensato. Non ho mai smesso di pensarlo. Non ti dicevo niente ma lo pensavo. Lo penso soprattutto adesso che io… Ormai siamo diventati un peso per te, Tomasz e io. Lo siamo sempre stati. Da quando Tomasz era piccolo e già si vedeva che… be’, che era strano, tarato, Zdzisław».

«Non dire così».

«Un peso diventato adesso troppo gravoso. Sei stanco. Siamo tutti stanchi. Un peso. Come lo sono state le nostre madri. Un peso anche loro. Un fardello da sopportare cristianamente. Così vecchie e malate. Il respiro della morte nelle loro stanze. Lo ricordi quel respiro? E l’odore. Medicinali, vecchiaia e morte. Il corpo che si decomponeva lentamente. Fai che quando sarà il momento io non abbia quell’odore. Anche nostro figlio è malato. Anche lui, a modo suo, nella sua musica, tra tutti quei dischi stranieri, e tutti quegli antidepressivi, Dio quante pillole, si sta decomponendo».

«Tomasz non è malato. È soltanto un ragazzo troppo sensibile: quello che per noi è solo un fastidio, un leggero malessere, per lui è fonte di sofferenze infinite. Ma non è malato. E la sua musica, quei dischi che ascolta di continuo e fa ascoltare, lo tengono in vita e gli faranno bene. Vedrai, prima o poi gli passerà».

«Sì, alle donne fa sentire i dischi, prende tempo: perché quando lo baciano, quando sono nude davanti a lui e lo toccano, lo abbracciano, lui vorrebbe fuggire. Non ce la fa. E loro se ne vanno, lasciandolo più solo di prima con la sua musica che le segue fino alle scale. Pensi che la prossima volta ci riuscirà. No, non intendo con una ragazza, no, voglio dire, a… sì, a uccidersi? Guarda come ne è uscito l’ultima volta. Sembrava proprio una creatura dei tuoi lavori. Non voglio neanche pensarci».

«Non pensarci».

«Non pensarci, già, non pensarci. Tu basta che ci riprendi con la tua telecamera e non fai niente. Se non ricordarcelo in ogni momento. Ogni parete di questa casa ce lo ricorda. I tuoi quadri ci ricordano che siamo tutti malati. E che stiamo soffrendo».

«Non sono che quadri. Solo dipinti a cui non attribuisco nessun significato. Come te lo devo dire? Ci permettono di vivere, e bene. Sono fotografie dei sogni».

«La tua solita frase per le interviste. Sono fotografie degli incubi. La nostra vita è un incubo. Io sto morendo, Zdzisław, lo ha detto il medico. E spegni quella telecamera, ti prego. Spegnila, Zdzisław, e lasciaci in pace».

Zdzisław Beksiński era divorato dallo squallore di una vita normale. L’inferno è la famiglia in un palazzo di Varsavia. Dove non succede niente. Tutto va bene. Perché nella vita di chiunque tutto va così. Il clamore delle mostre del più importante pittore polacco contemporaneo, “il miglior artista dei primi trent’anni della Repubblica Popolare Polacca”, come fu definito dalla critica nel 1975, in quell’ordinario condominio non entra. C’è soltanto la musica classica che avvolge il suo studio, da lì copre la cucina e invade tutte le stanze, a volte sono i dischi rock che suo figlio baratta dall’Inghilterra con i quadri del padre (i musicisti di Beksiński sono mostri che soffiano in una tromba, stridono con l’archetto le corde di un violino), la musica che non cessa mai quando lavora e soffoca i muti lamenti dei suoi familiari. A ognuno di loro ha donato una decina di dipinti, li chiama “il fondo pensione”. A ognuno di loro ha trasmesso la sua insoddisfazione mascherata dalla serenità del buon padre di famiglia. Sorride. Tomasz tenta l’ennesimo suicidio, dopo le pillole il gas. Un botto tremendo. I vicini, spaventati dall’inetta impresa di quel giovane pazzo, chiamano i pompieri e si riversano per le scale come si trovano sul momento. Mormorano, parlano di quella famiglia famosa e del loro figlio strambo. Ustioni sparse sul suo corpo. Schegge di vetro conficcate nella pelle. Niente di grave. Lui lo trascina svenuto sul pianerottolo.

Aveva dovuto abbattere la porta della stanza dove si era rinchiuso il ragazzo dopo aver ingurgitato un’intera scatola di ipnotici.

«Ma perché fai così? Sei un dj e un giornalista di successo. Il tuo programma di musica rock alla radio è il più ascoltato del paese. Anche le tue serate quando metti i dischi mi sembra che piacciano molto. Piene di ragazzi. Sempre pieno. Potresti avere tutte le donne che vuoi. Divertirti. Invece no, te ne stai qui rinchiuso a morire giorno dopo giorno. Poi ci provi con i farmaci, col gas, e ancora i sonniferi e sei da capo. Ogni volta è peggio. Che dobbiamo fare? Non lo sappiamo più, davvero non sappiamo più cosa fare. Cos’hai? Parlane, con me o con la mamma. O alla radio, ecco, potresti parlarne in trasmissione, che ne dici?»

«È inutile, tu non capisci. Nessuno può capire. Né alla radio né altrove. Neanche io capisco, sai? Non è solo per il fatto delle ragazze. Le difficoltà che ho con loro sono solamente un sintomo, una conseguenza di… non lo so. Non Lo So. Basta! No, tu non puoi capire. Mi regali i tuoi quadri e non capisci. Non capisci niente. Toglimi quella telecamera dalla faccia. Ho detto: Togli Quella Telecamera!».

A volte, dopo certe discussioni, sempre uguali, la stanza di Tomasz, la cucina dei suoi genitori, sembravano uno di quei quadri di suo padre. Una scena di distruzione e morte. A casa Beksiński si moriva ogni giorno.

Zdzisław Beksiński registrò con la sua telecamera l’agonia dell’anziana madre, della suocera. Le camere erano stanze d’ospedale, reparti di rianimazione con le flebo e l’ossigeno. La versione realista dei suoi quadri surrealisti.

I due amanti ridotti quasi a scheletri che si abbracciano seduti a terra, una terra sterile in un’atmosfera contaminata, nel crepuscolo atomico di un dipinto del 1984, sono suo figlio e la sua ragazza del momento? Sono lui, Zdzisław, il grande pittore, e la sua fedele e paziente moglie, Zofią Heleną Stankiewicz, sposata nel 1951 quando erano ragazzi e lei era bella? I corpi si stringono, forse lui la sta penetrando, ma non c’è sensualità, non c’è futuro: solamente disperazione in un abbraccio tra due esseri che muoiono insieme. Il quadro, senza titolo, come quasi tutte le sue opere – perché che titolo dare alla putrefazione, alle cose che vanno verso l’annientamento, che sopravvivono solo per aspettare la fine, la loro fine, la fine di tutto? – più che orrore e raccapriccio suggerisce una sconfinata melanconia. Altri due amanti si abbracciano su una panchina. Sono due, tre, forse di più, più braccia e gambe e piedi si intrecciano, più teschi, non sono teste ma teschi, non si capisce bene quanti siano. Di certo, di evidente, c’è che sono abbracci di una quotidianità esausta. Già morta ma che si ostina ad aggrapparsi all’altrui sofferenza per mitigare la propria – o per riconoscersi in essa. Due umanoidi scarnificati scopavano sulla neve, tra animali mutati che li osservavano in mezzo alle macerie di una città abbandonata; fottono come possono. Un uomo, più scheletro che uomo, era sopra una donna: erano nudi e lei era anoressica. Sono spogliati e sdraiati su due tavole di legno messe a croce coperte da un lenzuolo che fa da sudario a uno stentato amplesso.

Inadeguati a ogni relazione.

Il regime comunista e poi la sua caduta, il tonfo che sbatté lontano l’Unione Sovietica, Mosca, la cortina di ferro che si liquefa, il Patto di Varsavia si scioglie e la guerra fredda depone (o quasi) le armi, il freddo non si tempera mai, poi Solidarność al governo e l’affannata democrazia, il passaggio dall’economia centralizzata a quella di mercato, insomma, i grandi eventi storici, non sono niente davanti alle minime ed enormi storie di un interno, alla vita e al fallimento di una coppia, alla sconfitta della famiglia. Ognuno ha i propri drammi e la storia di ognuno è solo la storia tra le mura domestiche. Quanto può essere affliggente un legame familiare. Non ci si accorge neanche di cosa avviene fuori.

«Questa è la mia ultima trasmissione del 1999, cari ascoltatori. Ci sarà il 2000? Intanto, buone feste».

Le strade di Varsavia sono colorate dalle luminarie.

L’abitazione di Tomasz, proprio di fronte a quella dei suoi genitori, ha le luci fosche del tentativo di un rapporto sadomaso: latex, sottomissione, parole sconce, un frustino e «leccami le suole degli stivali, avanti piccolo schiavo impotente», dice la sua ex fidanzata tornata per gli auguri. Sta al gioco, cerca di divertirsi, ma che idiozia, è proprio un’idiozia, una tragica patetica farsa che si risolve con lei che ridendo lo abbandona di nuovo al suo pianto e alla sua sconfitta. Anche lei, al contatto con la fredda aria natalizia, avrebbe voglia di piangere.

Quando Zdzisław Beksiński, alla vigilia di Natale buttò giù la porta dell’appartamento del figlio, privo di addobbi festivi, e lo trovò finalmente riappacificato con quella quotidianità di dolore, finalmente vittorioso nel ripetuto scontro-incontro con la morte, finalmente cadavere pieno di psicofarmaci che giace con la bocca irrigidita e liberato sul pavimento, niente più rapporti deludenti con nessuna donna, con nessuno al mondo, non poté far altro che accendere la sua telecamera e riprenderlo: fermare la morte su nastro, come aveva fatto tutte quelle volte sui fogli con le matite, sulle tavole di legno con i colori a olio per la gioia di galleristi, collezionisti e direttori di musei e l’angoscia del pubblico reso inquieto da quelle disturbanti visioni. E prima ancora nelle foto. Una donna in guêpière è sdraiata sulle rotaie e aspetta il treno che la investa e la decapiti. Staccare via quella maledetta testa. Fine di ogni pensiero. Di ogni relazione come pensiero. Come cruccio esistenziale. È la solita storia. I più sensibili la capiscono. Sguardi di uomini e donne persi nella paura di stare al mondo. Una donna urla coprendosi gli occhi con il polso e la mano aperta. Una donna nuda, la pancia un po’ gonfia, si tiene con le mani il capo rivolto al cielo, il cielo è bianco, dietro di lei un albero dal tronco e i rami secchi. La fotografia del volto di donna bucato da un baratro nero: una femmina senza faccia. Il male di sopravvivere ed essere già morti non ha volto. Tutti i personaggi del suo tragico teatrino pittorico non avranno quasi mai volto. A volte sono bendati. Altre il viso è celato dai capelli. Sono rare le volte in cui la faccia appare con tutti i suoi connotati – e più che altro sono grotteschi. Tanto non c’è più niente di vivo ed edificante da guardare. Gli occhi è meglio bendarli, cucirli, non averli più. Se provate a guardarvi intorno non vedrete che rovine di corpi e di costruzioni e la luce è come quella dopo un’esplosione nucleare. Anche il buio. Se osservate bene nel vostro appartamento, oltre i muri, nella strada sotto casa spostando le tendine delle finestre del salotto e della cucina, dalla strada il palazzo dove abitate, non vedrete che ruderi. Paesaggi apocalittici. Dai colori irreali. Se guardate bene non vedrete che questo. Meglio cacciarsi gli occhi. Sì, è meglio. Aveva ragione lui. Anche se scherzava, anche se rideva, «ma c’è pure ironia, non la vedete?», aveva ragione lui. Le nostre case ci assomigliano. I mezzi con cui ci spostiamo per la città, un autobus (Beksiński aveva disegnato le carrozzerie di alcuni modelli di pullman turistici per la fabbrica fondata da suo nonno, la Autosan della natia Sanok), un’automobile, sono carcasse bruciacchiate che non camminano più. In panne su una strada desertificata. Senza conducente. Solo su una motocicletta c’è qualcuno: ma la moto è bloccata dal cavalletto.

Il corpo nudo di una donna inquadrato di schiena dall’obiettivo e stretto in un corpetto di fili, il “Gorset Sadysty” fotografato ed esposto nel 1957, quando Beksiński andava affermandosi come uno dei protagonisti dell’avanguardia fotografica polacca, mostra forme deturpate da questa ragnatela, la leggera cellulite sul sedere già spugnoso della giovane modella anticipa il disfacimento che arriverà con l’età e la prolungata vita di coppia. La modella è sua moglie. La sua musa fotografica. La bellissima moglie diventerà vecchia e non più attraente. Il desiderio sessuale mortificato dall’abitudine. Cadente il marito. L’intelligenza dei discorsi abbassata all’idiozia della ripetizione. La meschinità della vita altera i corpi. Li sforma, li rinsecchisce. Li rende mostruosi e incomprensibili. E tutto questo è presente fin dall’inizio. Forse aveva fatto bene Tomasz a farla finita in quel modo, prima che le sue braccia stringessero un corpo in sfacelo come i pensieri che si porta dietro. Forse vedeva quel deterioramento della carne e dell’essenza psichica nelle ragazze che frequentava. Sarebbero diventate così. La sua ragazza sarebbe diventata così. Così sarebbe diventato lui, che intanto aveva perso i capelli. Non avrebbe atteso come suo padre. Il suicidio è una bella possibilità. Da non mancare. Zdzisław ritardò la chiamata degli inutili soccorsi per rimanere a lungo seduto in cucina, in silenzio, senza pensieri, con una rassegnazione priva di ragionamenti e la macchina da presa fissa su quel corpo. L’anno prima, il 22 settembre, aveva trovato, più o meno nella stessa posizione, sua moglie sul pavimento della cucina. Il previsto aneurisma aortico l’aveva sbattuta al suolo: un rivolo di sangue le usciva dalla bocca e sporcava il pavimento. L’ultima inaspettata traccia di colore della morte. Riprese anche lei, fissando lo sguardo sulla macchia di sangue. Non c’era mai sangue nei quadri di Beksiński: le sue creature erano già dissanguate. Da tempo Zofią e Zdzisław dormivano in letti separati. La distanza tra due letti può essere di chilometri.

La donna ride, è nuda, ancora giovane, bei seni, tra le cosce ha la testa di qualcuno, o di qualcosa. Ma ride da una croce: è un’opera del 1966. L’anno successivo, un’altra donna riderà beffarda a un ragazzino che si tiene alle sue gambe, il viso ancora rivolto sul suo pube scoperto. Le calze arrivano a metà coscia. Nel 1973 la donna nuda tiene il crocifisso in mano. I capelli le coprono il volto. Avanza cieca, nell’altra mano impugna qualcosa di difficilmente identificabile. Una ballerina in tutù aveva il corpo coperto di cicatrici, punti di sutura ovunque come labbra cucite, cucita era la bocca, la danzatrice non ha seno, forse le è stato asportato chirurgicamente, è un quadro del 1969. Una donna spinge una carrozzina infantile, come una Madre Coraggio brechtiana che procede verso la morte con il suo carretto di putride mercanzie. Ogni figlio è mandato a morire nella guerra della vita. La cicatrice più evidente della ballerina tagliava in due, orizzontalmente, la sua pancia. Sembrava un ghigno. L’orrenda cicatrice di un maldestro taglio cesareo fuori misura. Poi sulla croce ci sarà la famiglia con il marito e padre a trainarla mediante una fune legata al suo pesante altare, la schiena dell’uomo piegata dalla fatica. Il bambino si aggrappa all’albero maestro della struttura, terrorizzato. Bianco come un piccolo fantasma. Quella croce. 1974, quando il bambino era un adolescente. L’uomo e la donna, persone mature, di mezza età. Ora il bambino è diventato un uomo; e poi un cadavere. L’uomo e la donna, due vecchi. Alla fine le croci saranno vuote e svettanti sul nulla.

«Tutte quelle croci, Zdzisław. Sempre quelle croci. Sembra che tu non aspetti altro che io me ne vada. I tuoi cimiteri, i tuoi ossari. Ma stai tranquillo, sarà in silenzio. Come abbiamo sempre vissuto. In religioso silenzio».

«Non è così, Zofią. Non è così, io ti amo e tu resterai con me. E poi di che silenzio parli? Ma è inutile che ti dia ancora spiegazioni».

«Già. Però mi riprendi con la tua telecamera. Invece di abbracciarmi».

Se ne stai lì, adesso, Zdzisław Beksiński, ad aspettare la sua di morte. La casa è vuota. Ormai sempre vuota. Malgrado il successo e i galleristi e i musei che lo reclamano, lui se ne sta lì, a trafficare con la sua ultima scoperta, l’arte digitale; ha ripreso a lavorare sulle foto, con il computer fa fotomontaggi. In uno c’è un uomo di spalle, sulle spalle ha poggiato un impermeabile sgualcito, la postura è curva, stanca, guarda la luna che filtra dalla finestra di un rudere. Vorrebbe essere su quel satellite. La luna è enorme e luminosa. Una nostalgia infinita lo cattura.

Passa intere giornate a fissare lo squallore della sua casa con gli spettri della famiglia inghiottita proprio dalla desolazione. Prova a parlarci. Nessuno risponde. Le uniche parole che ottengono risposta le scambia con la famiglia Kupiec (quelle al telefono con i galleristi non contano), che settimanalmente viene a riordinargli l’appartamento e a portargli la spesa, fanno piccoli lavori di manutenzione: la moglie, il marito e i due figli, fratello e sorella.

Sta lì e attende di andarsene.

E poi eccolo il momento di partire e lasciare tutto. Era ora. Ma non arriva come si aspettava. Proprio no. Non c’è una malattia a divorarlo. Nemmeno lo sfinimento dell’idea del suicidio fino alla sua attuazione. Neppure la vecchiaia. C’è solo un ragazzo di diciannove anni che lui conosce bene, si chiama Robert ed è il figlio dei coniugi Kupiec. È lui che di solito gli porta su la spesa. Quella sera però non ha nessuna busta piena di generi alimentari con sé né tantomeno è venuto per rassettargli la casa. Troppo tardi per tutto ciò. Zdzisław apre lo stesso la porta: perché non dovrebbe aprire? Ci sono ancora delle riparazioni da fare in cucina. Il rubinetto perde. Il ragazzo è quasi un amico.

«Non ti aspettavo a quest’ora. Cosa c’è?»

«Mio padre è giù, mi ha detto nel frattempo di chiudere l’acqua, sa il rubinetto, era preoccupato che gli allagasse casa mentre dormiva. Papà arriva subito».

«Va bene. C’è rimasta una Coca Cola nel frigorifero, se vuoi bevila. Dovrebbe esserci anche una fetta di dolce».

Ma il giovane non controlla il rubinetto, non chiude l’acqua, si prende la bibita, ne beve una lunga sorsata, la bocca era secca, non mangia il dolce, indugia, è nervoso. Torna nel corridoio dove è seduto Zdzisław Beksiński. In strada non c’è suo padre, non c’è neanche sua madre né sua sorella. C’è solo suo cugino Łukasz di sedici anni, che attende impaziente e spaventato una sua chiamata e la conclusione di quella fredda notte.

È il 21 febbraio del 2005, tre giorni prima del settantaseiesimo compleanno dell’artista, e Robert Kupiec gli regala diciassette coltellate all’addome e al volto. Due saranno mortali. Gli aveva chiesto dei soldi, era tornato di là e gli aveva chiesto dei soldi, li aveva pretesi, insisteva, sui trecento złoty, una miseria, che Beksiński gli ha rifiutato, minacciandolo di raccontare la cosa al padre: una miserabile scusa per estorcergli del denaro. Robert non si ferma più. Colpisce con rabbia e “inaudita violenza” (come sosterrà il giudice del tribunale del distretto di Varsavia Marek Walczak che lo condannerà a venticinque anni di carcere). Corre a chiamare suo cugino, mentre l’anziano pittore muore sul pavimento tra l’ingresso e lo studio. La polizia lo trova in mutande e canottiera sul balcone del terzo piano di Via Sonaty 6; spostato lì dai due ragazzi per depistare le indagini. La casa è riscaldata. Là fuori c’è il gelo. Ancora con l’aiuto del cugino (che si prenderà cinque anni per complicità), l’omicida ha cercato di cancellare le rimanenti tracce del delitto. Saranno arrestati due giorni dopo. Robert confesserà quando ormai è evidente che è stato lui. Łukasz reclamerà sempre la sua estraneità all’assassinio.

Finisce così, con un ragazzino che si accanisce su un corpo disfatto dagli anni e dalle morti tra quelle mura e gli ruba due videocamere e alcuni cd. Per l’ennesima volta a Beksiński tutto appare chiaro. E non ha nessuna importanza che la fine arrivi in quel modo. Pure se non se l’aspettava così, doveva però riconoscere che quella era una maniera come un’altra. La famiglia si riunisce. Non c’è scampo da un’ordinaria vita familiare. A saperlo avrebbe tenuto accesa la telecamera.

La luna sopra il balcone è bellissima.

[1] Pubblicato su “Verde” del 23 ottobre 2017.

VERDE RIVISTA

fb04Federico Bressani

Ciao, c’è una nuova rubrica criminale diSergio Gilles Lacavalla, si intitola Ascenseur pour l’échafaud e la leggeremo una volta al mese su Verde (so long, Rock Criminal). Prima puntata:Zdzisław Beksiński, il grande pittore. L’illustrazione è diFederico Bressani. Buon inizio di settimana.

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Place Jeanne d’Arc[1] (racconto di una cantante, una ballerina e i libri rubati)

 

“I can love.
But I need his heart.
I am strong even on my own.
But from him I never want to part”.

(“Gabriel”, Lamb)

 

Il sistema ormai lo conosce alla perfezione. Facile come bere un bicchier d’acqua. Basta che la commessa alla cassa si allontani un attimo. Solo un momento. O anche una semplice distrazione. E il gioco è fatto. Davvero come bere un bicchier d’acqua, mica scherzi. Gilbert, che fa il prestigiatore proprio di fronte a lei, nella stessa Place Jeanne d’Arc davanti alla chiesa dedicata alla santa guerriera, martire e vergine (anche se lei ha sempre sospettato chissà quale amplesso ci fosse stato tra la pulzella e Gilles De Rais, magari anale, per non rovinare la sua castità che tanto piaceva alla chiesa, sodomizzata tra frecce infuocate, ossa e denti rotti, armature sfondate da mazze chiodate, affilate spade che trafiggevano ventri, gole tagliate con pugnali ricamati, teste staccate di netto per mezzo di grosse asce, olio bollente e un bacio insanguinato, sospiri di piacere soffocati dalle urla della battaglia; l’Arcangelo Michele, Santa Caterina e Santa Margherita a benedire quell’unione sotto lo stendardo bianco con le icone, i gigli d’oro, la scritta Jhesus-Maria come un marchio di moda, soffiato dal vento della guerra), Gilbert, dicevamo, un giorno glielo aveva insegnato. Certo, lui lo farebbe sparire nel nulla per farlo, dal nulla, ricomparire, e lei non è così brava, ma sa il fatto suo, comunque, e non sbaglia mai. Neanche stavolta. Avril sfoglia il libro, una bellissima copia di “Crash” di J. G. Ballard (tra parentesi, Avril ama molto lo scrittore britannico e, in particolar modo, quel libro, o meglio, sa del romanzo poiché aveva visto il film di Cronenberg, e ora vuole leggerlo perché anche a lei piace fare l’amore in automobile, cioè, le piaceva, era da tanto che non scopava nell’abitacolo di una macchina; col suo ragazzo facevano l’amore nelle auto che lui rubava, prima di rivendersele, lo facevano col brivido di poter essere scoperti, nelle stesse posizioni di Deborah Unger e James Spader, di James Spader e Holly Hunter, di Deborah Unger con Elias Koteas, di Rosanna Arquette con Holly Hunter, Rosanna Arquette e James Spader, James Spader e  Elias Koteas, per finire di nuovo con Deborah Unger e James Spader, insomma, lei ricordava una cosa del genere, a volte lo facevano lanciati sulla strada, si masturbavano più che altro, lui con una mano teneva lo sterzo e con l’altra l’accarezzava tra le cosce, sotto le mutandine che ci mettevano un attimo a bagnarsi, così Avril se le doveva togliere, poi faceva lo stesso col membro teso di lui cacciato fuori dai pantaloni, lo strofinava forte stringendolo nel pugno, glielo prendeva in bocca, lui veniva accelerando, sperma nella sua gola, sulle sue labbra, sulla chiave d’accensione, sul parabrezza, sul contachilometri che sembrava scoppiasse come il cazzo turgido del suo uomo; una volta l’avevano fatto in una vettura accidentata e abbandonata sul marciapiede col muso spiaccicato addosso a un muro; poi era finito tutto, allora le piaceva anche farsi l’amore con pezzi di metallo o materiale plastico, tipo la manopola del cambio di una berlina schiantata al muro trovata qualche giorno, o forse mese, dopo che si erano lasciati ripassando nel luogo di quell’incidente: non era la stessa auto, ma quella strada non era mai sicura, potevi stare certo che ci trovavi sempre il rottame di una macchina, tutto stava passarci ed era lì, in una strada talmente fuori mano che prima che venisse un carroattrezzi a rimuoverlo ne passava di tempo. Aveva raccolto la manopola sul lato opposto della carreggiata, dov’era volata in seguito all’urto, e, senza neanche lavarla, olio asciutto ma ancora scivoloso – l’olio non si asciuga mai davvero – nella parte inferiore e, sopra, sull’impugnatura, qualche traccia di sangue rappreso, se l’era portata a casa e se l’era subito infilata nel sesso, venendo immediatamente ricordando il suo ragazzo quando la penetrava – ma una leva del cambio era senza problemi, e pure più dura, diciamolo, per non parlare della resistenza. Senza nessuna complicazione anche sporca. Avril non credeva alle malattie infettive. A nessuna malattia infettiva: invenzione dei medici, delle industrie farmaceutiche e dei preti. E poi, che gliene fregava. Comunque alla fine, a forza di umori così liquidi e abbondanti che sembrava urinasse, la leva si era pulita e adesso era quasi sterilizzata; se la metteva nella vagina e nell’ano, muovendola in prima e in retromarcia, in assoluta sicurezza).

Gira le pagine del libro guardando, senza essere osservata, di sottecchi da sopra i fogli, la cassiera: una bella ragazza col tailleur, il nome sul cartellino attaccato alla giacca (Louise – proprio come la sua amica ballerina) e gli occhiali alla moda Versace: quello ammazzato con un colpo di pistola sui gradini della sua mega villa di Miami Beach da un serial killer dedito alla prostituzione omosessuale e alla droga, per qualcuno amante dello stilista, poi rinvenuto morto suicida su una casa galleggiante ormeggiata nella baia, oppure fatto fuori in uno scontro a fuoco con l’FBI, o da un sicario della criminalità organizzata calabrese in Florida che a sua volta aveva commissionato al gigolò l’omicidio di Versace per loschi rapporti d’affari, o una cosa del tipo – così aveva letto da qualche parte; oppure: boh! La commessa si allontana un istante dalla cassa, per meglio dire, dalla macchina dei soldi, senza lasciare la sua postazione per prendere la bustina da confezione regalo dietro di lei (verde col marchio del negozio e il fiocchetto adesivo, di quelli già pronti; da bambina, quando Avril era bambina, ma pure quando lo era la commessa, devono avere più o meno la stessa età, invece, li facevano loro, le commesse dei magazzini del centro, i fiocchetti, arricciandoli alle estremità con le forbici, e anche i pacchetti, con grandi fogli di carta che tagliavano a seconda della grandezza del volume, se lo ricorda bene; «mi raccomando, un bel pacchettino», le aveva chiesto la signora, e capirai, sai che ci vuole così). Avril si avvicina, sempre facendo finta di leggere. La commessa torna, non ha fatto caso a lei che si è avvicinata, l’avrebbe notata, se fosse rimasta ferma alla cassa, se la cliente non avesse chiesto il pacchettino regalo prima di darle il libro, ma così no, e ora la commessa prende il libro: “Il Miracolo della Rosa” di Jean Genet (detto ancora tra parentesi, pure Genet è uno scrittore che Avril adora – e poi anche lei è un po’ omosessuale, non come lui, né come lui è Santa Ladra Commediante e Martire, come direbbe Sartre, be’, un poco ladra sì, ma è mai un furto rubare un libro o uno yogurt perché si ha fame? Fame allo stomaco, fame alla testa, alla fantasia, fame all’anima, per la solitudine. Non è proprio invertita, per usare un termine alla Genet, certo, ma quando la sua amica ballerina le lecca la fica, e lei la lecca alla sua amica, allora ama solo lei ed è assolutamente lesbica; l’identità sessuale è un fatto di momenti e situazioni, no? Anche quando la vede danzare a piedi nudi è del tutto lesbica: soltanto lesbica. La ama da farsi saltare il cuore per aria e annegare la fica nel mare del suo piacere lento e poi impetuoso. Splash! tra le gambe. Quindi ristagna come una pozzanghera in una giungla estremorientale. Forse la giungla dell’Indocina ha lo stesso odore. Forse. Di fiori marci. Come quella dell’Amazzonia – l’aveva letto su un fumetto italiano delle avventure di Mister No). La commessa lo infila nella bustina, il libro con la copertina di un condannato a morte che sboccia in un fiore, un fiore che non marcirà mai, sacro, eterno di vita; la vittima si dipinge di grazia nei suoi colori essendo così redenta da ogni colpa; perché ogni colore di fiore ti redime dal male, il male è l’assenza di colore: fiori su tutte le tombe, anche su quelle degli assassini. Le tombe degli assassini saranno le più belle e maestose: monumenti a chi ha conosciuto la morte in vita e l’ha celebrata mettendola in scena nella maniera più plateale possibile. Attacca il fiocchetto adesivo, fa lo scontrino. Prende i soldi. Dà il resto e poi, come sempre quando non c’è un altro cliente in coda – e ora non c’è, lei è vicino alla cassa ma sta leggendo il libro, dunque, tecnicamente non è in fila – si mette seduta sullo sgabello girevole e si volta verso il grande locale della libreria a guardare la gente che gira tra gli scaffali. Eccolo, il momento, è un attimo: J. G. Ballard scivola sullo scanner nel punto preciso dove è situata l’infida etichetta antitaccheggio, si accende la lucetta rossa che la disattiva ma non viene emesso nessun suono perché le moderne macchine di questa libreria sono silenziosissime, legge  anche il codice a barre con il raggio laser e gli specchietti incorporati nello stesso apparecchio incastonato sul tavolo della cassa (alcuni volumi non hanno la targhetta antifurto ma basta la mancata letture del codice a barre per far suonare l’allarme) e il libro è libero: libero di farsi leggere fuori da lì senza permesso né scontrino, di essere suo amico per qualche giorno e parlare con lei, e così tutti i suoi personaggi chiacchiereranno con lei e si faranno ammirare nelle loro scellerate e sconce vicende, libero di ricreare ogni incidente e ogni orgasmo, anche quelli con il suo ragazzo ladro, le sue parole perfette, gelide e sensuali saranno per lei e i suoi sensi; libero di entrare nella borsa di Avril che esce dal negozio passando con nonchalance, e una certa sfacciataggine, tra i varchi d’entrata e uscita, con le loro inutili antenne, e davanti all’addetto alla sorveglianza che guarda sempre verso le porte a vetro affacciate sulla strada; le porte si aprono in un piacevole fruscio automatico. Lo sbalzo di temperatura tra dentro e fuori le ricorda che è sudata, ma tranquilla, appena il cuore accelerato. Avril si chiude il giubbotto sorridendo orgogliosa di sé. Stasera “Crash” se lo leggerà sul suo divano-letto mangiando una bella tazza di latte coi biscotti allo yogurt – anche quelli “acquistati” allo stesso modo al supermercato (adora i supermercati, colorati quasi quanto i fiori di Genet, anche se più freddi. Il suo preferito è Carrefour, è un po’ più caro dei discount, ma per quello che paga i suoi prodotti. Solamente lì trova l’Ovomaltine).

Avril è felice.

 

“Rebel rebel, you’ve torn your dress. Rebel rebel, your face is a mess”. Avril fa un sorriso a chi le mette qualche moneta nel bicchiere di McDonald (ecco, McDonald, invece, non lo sopporta, le fa schifo e la inorridisce, un obitorio, McDonald non è altro che un obitorio di poveri animali frequentato da ragazzini ignoranti, stupidi e chiassosi, ma quei bicchieroni, come quelli della Coca Cola, d’altronde, sono l’ideale per le monete – ma anche per le banconote, casomai qualcuno fosse così buono e generoso da lasciargliene una; una mattina un tale le lasciò cinquanta euro, neanche fosse Nicola Sirkis con tutti gli Indochine, e se ne andò via barcollando, lei rimase interdetta, non riuscì neanche a ringraziarlo: restò a bocca aperta a guardare il tipo che per poco non cadeva, attraversata la piazza, scomparve girando l’angolo di Rue Lahire. Non lo rivide più. Ma ancora spera che ripassi di lì, prima o poi. Si augura, comunque, che stia bene) e va avanti con la canzone di David Bowie: “Rebel rebel, how could they know? Hot tramp, I love you so! Don’t ya?” Poi lancia uno sguardo alla sua amica ballerina che sta facendo il proprio numero con le scarpette che le ha “comprato” lei – ci siamo capiti (il sistema qui è un po’ diverso, ma magari lo spiegheremo un’altra volta): un numero che è una cosa tra il balletto, la rigorosa tecnica Cunningham e cose inventate: soprattutto cose inventate. Il prestigiatore fa comparire dalle dita della sua mano un fiore colorato di blu, bianco e rosso e lo infila tra le dita del piede di Louise, dopo averle tolto a sorpresa una scarpetta da punta mentre lei si tiene in equilibrio sull’altro piede teso, oscilla ma non cade e sorride mostrando la macchinetta ai denti. Gilbert gliela lecca, quasi in un bacio esagerato e lei chiude la bocca imbronciata. Si volta verso Avril che le fa segno «non ci far caso» e le apre un bel sorriso. Si toglie anche l’altra scarpa da punta. Danza scalza, come fa spesso.

Dividono come sempre i soldi nel bicchiere. Avril dà un piccolo bacio sulla bocca a Louise e le dice che le vuole bene perché ha sempre paura di dirle ti amo: è cresciuta senza mai sentire pronunciare quella parola dai suoi genitori, capaci solo di insultarsi, per questo non sa dirla. Louise guarda il libro di J. G. Ballard che esce dalla borsa della sua amica segnato verso pagina 50, 60 o giù di lì, fa: «Cc… rash!» e ride.

 

«Hai un po’ di pancia» si dice Avril guardandosi nuda allo specchio che la inquadra a figura intera e prende quasi tutta la parete del bagno così piccolo che non c’è spazio per la vasca, le mattonelle sul pavimento sono una diversa dall’altra, il muro ha l’intonaco scrostato in più punti. «Troppi biscotti… e poi, non ti muovi più. Dovresti fare come Louise, lei sì che ha una bella pancia… però sei bella lo stesso, ma sì dai, quando me lo dice Louise, ci credo». Avril continua a guardarsi: è bella, non è vero che ha la pancia, non è magrissima né ha gli addominali scoperti come la sua amica, ma la pancia proprio no, è semplicemente morbida e femminile, molto sexy; è bella, proprio bella, e lo sa, sì, a volte, dicevamo. A volte si piace e allora, quando si piace, si sente meno sola nel suo monolocale sopra la città. Nel condominio dicono che è un po’ matta, per via del suo aspetto punk. Ma non è matta: è solo punk. E un sacco carina, proprio così, malgrado qualcuno la trovi brutta «conciata in quel modo»: che cazzo vuol dire «conciata in quel modo»?! Stanotte vorrebbe terminare “Crash”, poi si masturberà, però solo con le dita [Chissà dove l’ha messa la leva? Sono giorni che non riesce a trovarla, eppure la casa è tutta lì e non c’è niente. Masturbandosi penserà di nuovo al suo ragazzo col quale non rubava solo automobili ma scriveva anche canzoni, che poi l’ha abbandonata a cantare per strada, senza nemmeno un addio come si deve, dunque sarebbe più corretto chiamarlo il suo ex ragazzo; per fortuna che una mattina ha incontrato Louise. Quindi finirà per farsi il ditalino pensando alla sua amica della malasorte. Louise è una ragazza così diversa da lei: una borghese andata via di casa perché i suoi dicevano che faceva schifo con quel trucco che le «impiastricciava» la faccia: le sopracciglia sono disegnate con la matita nera come quelle dell’ex cantante dei Dresden Dolls Amanda Palmer, la matita le colora anche il contorno degli occhi, tanta matita, i suoi occhi, occhi grandi e chiari, così sembrano quelli di una diva della Hollwood degli anni Venti, quando ancora la città del cinema si chiamava Hollywoodland, le ciglia sono cariche di mascara, sempre nero, il volto, il suo bel viso, è imbiancato da mimo e il rossetto è sbavato, il labbro superiore lo colora in maniera differente da quello inferiore, le tonalità sono il rosso fragola e l’albicocca – per questo Avril le canta sempre “Rebel Rebel” che dice anche: “You’ve got your mother in a whirl. She’s not sure if you’re a boy or a girl. Hey babe, your hair’s alright. Hey babe, let’s go out tonight… Oh, your face is a mess!” Poi le ripetevano che era una troietta lesbica e nel ricco palazzo dove abitava tutti parlavano male di lei e aveva anche difficoltà a leggere, non riusciva a tenere le righe, le saltava, la pagina diventava incomprensibile e a scuola erano convinti che fosse dislessica, la dislessia allora le era passata anche al linguaggio parlato, sì una cosa del tipo, il logopedista non poté fare molto, pure per colpa di quell’apparecchietto sui denti – tutte le borghesi, prima o poi, si mettono la macchinetta ai denti – (macchinetta che Avril, tra parentesi, non aveva mai portato, perché lei era una figlia del proletariato, non ne avrebbe comunque avuto bisogno, guardate che bei denti!). La torturavano a casa, a Louise, perché andava male a scuola, perché la trovavano a baciarsi vicino all’ascensore con qualche altra ragazza, la mano infilata negli slip dell’amante di turno, e allora, col suo trucco da “faccia incasinata”, che invece Avril ama tantissimo, “Ehi, calda puttanella, mi piaci come sei”, i suoi abiti in stile dark cabaret (quando danza indossa un tutù nero, ormai strappato in più punti, culotte e reggiseno di pizzo rossi e una camicia aperta merlettata bianca o una giacca oppure un giubbotto neri, o anche una maglietta, in questo caso niente reggiseno: tanto ha il seno molto piccolo, le sue magliette preferite sono quella con la croce degli Indochine e quella con la Madonna con le pistole degli Spiritual Front), Louise un giorno se n’è andata. Meglio così, sembra abbia detto suo padre, che si vergognava sempre più di lei. La madre ha taciuto. Dopo tante urla e insulti, quel giorno non ha pronunciato una parola. Avril a volte le dice «chi te l’ha fatto fare, avessi avuto io una famiglia come la tua, cioè, i loro soldi e quella casa». Un pomeriggio Louise  l’aveva portata a vederla, da sotto, ovviamente, be’ era quella che si dice un’abitazione di lusso, con i balconi in pietra antica tutti decorati fine Ottocento, o giù di lì, le grandi finestre alte almeno otto metri con le tende di seta e in pieno   8e arrondissement, sugli Champs-Élysées, non so se avete presente, dove anche i poliziotti sono più gentili. Ormai non sono neanche più poliziotti quanto addetti alla sicurezza dei residenti. Ma Louise quella casa la odiava, preferisce la stanzetta che si è trovata non lontana dalla chiesa di Santa Giovanna d’Arco – che, per essere precisi, si chiama Notre-Dame de la Gare, e, dunque, con Giovanna d’Arco non c’entra niente, ma per lei e Avril è lo stesso la chiesa della santa combattente: la piazza le dà il nome, punto. Potrebbero spostarsi a Place des Pyramides, dove c’è realmente un’opera a lei dedicata: il monumento equestre in bronzo dorato alla santa che ha dato il colore a un pezzo della bandiera nazionale e che considerano la loro protettrice (l’avevano eletta a loro protettrice dopo aver visto uno spettacolo teatrale al Rond-Point, a due passi da dove abitava Louise: era una storia moderna di omicidi compiuti da una donna che aveva lo stesso nome della santa e si sentiva, in qualche modo, incaricata dal Re del Cielo a compiere giustizia contro uomini cattivi, prepotenti e assassini. L’attrice in scena portava sempre una pistola nella fondina ed era spesso nuda. Avril e Louise si baciarono per la prima volta proprio sulle poltrone di quel teatro, guardando l’attrice recitare nuda con il revolver nella fondina sotto l’ascella. Mentre si baciavano, l’attrice diceva: “Io sono un angelo con le ali imbrattate di sangue che vola contro il cielo a velocità supersonica. Nessun sole potrà mai bruciarmi. Il sole non esiste più. Oscurato dagli elicotteri e dal soffitto di questo appartamento”. Pensarono che baciarsi su quel periodo pieno di violenza, passione e orgoglio fosse bellissimo. Tornarono a vedere lo spettacolo tre volte – riuscivano a intrufolarsi nella sala sempre senza pagare. La terza volta, mentre l’attrice recitava la parte della pièce segnata da quelle parole che davano loro i brividi, proprio in quell’emozionante momento, si masturbarono a vicenda nell’elegante bagno del teatro al 2bis di Avenue Franklin D. Roosevelt, con la voce della protagonista del dramma che si confondeva lontana ai loro sospiri vicini e al rumore delle dita che sfregavano nei rispettivi sessi. Louise leccò la fica di Avril facendola mettere seduta sul lavandino e, inginocchiata tra le sue gambe spalancate, trovò che quell’azione fosse una preghiera. Dal buon odore. Dal buon sapore. Piena di luce e di grazia. Una preghiera dolcissima nello spazio infinito del bagno di un teatro sospeso tra la strada e il cielo. Giovanna d’Arco era diventata la loro santa dell’amore e della sopravvivenza, per tutto il tempo dell’eternità. Amen. Uscite dal teatro, Avril rubò, nel bookshop adiacente al foyer, due libri: uno sulla Societas Raffaello Sanzio di Romeo Castellucci e un altro sui Motus di Daniela Nicolò e Enrico Casagrande). Certo, potrebbero esibirsi sotto quella grande statua, qualche volta c’hanno anche pensato, ma si trova nel 1er arrondissement, troppo vicino al quartiere da cui Louise è fuggita senza rimpianti. È un monolocale privo di acqua calda e riscaldamento, quello in cui vive nel 13e arrondissement, non c’è neppure l’angolo cottura, così Louise deve cucinarsi con un fornellino elettrico e un microonde, però là nessuno la prende in giro. Qualche volta va a dormire da Avril, allora fanno l’amore, ma stasera vuole starsene da sola, poi c’è poco spazio da Avril (come da lei, d’altronde) e deve dormire sul pavimento – sempre però tenendo una mano sul piede nudo che la sua amante lascia penzolare giù. Può farlo ogni tanto ma, per una ballerina, non fa bene. Avril le offre di dormire sul suo letto, lei si sarebbe arrangiata a terra, ma Louise rifiuta sempre, «Non ci pensare neanche» le dice. Una volta che hanno dormito attaccate sul divano-letto, la mattina dopo erano tutto un dolore. Avril avrebbe voglia di fare l’amore stanotte con la sua amica, sentire il suo corpo muscoloso e caldo, il suo alito, i suoi odori di piacere e sudore, ma fa niente: come abbiamo detto, le piace pure masturbarsi, e, quando riesce a non pensare al suo ex ragazzo, quando riesce a non pensare a nessuno, a parte le immagini lievi e sfuggenti di Louise e dei suoi piedi scalzi che danzano, viene anche meglio ed è più contenta. Questa volta sarà una di quelle?] Due dita strofinano la clitoride, penetrano a fondo nella vagina fradicia, palpita. Eiacula languida, qualche schizzo. Si addormenta piano. Quieta.

 

Avril apre il libro seduta nuda sul divano che le fa da letto. «Cc… rash!» dice e ride anche lei. Il lenzuolo che le sfiora l’ano è piacevole, le dà un senso di completo abbandono, di essere indifesa, ma non in pericolo, nella sua solitaria libera nudità, Avril è al sicuro. Una tenera sensazione d’intimità con se stessa.

 

Il fiore blu, bianco e rosso stavolta è per lei. Avril sorride quando lo vede comparire tra i lacci aperti dei suoi anfibi. Gilbert le dà un piccolo bacio sulle labbra, Avril sbatte le ciglia come un’attrice del cinema muto e ricambia il bacio, carezzando con la sua lingua quella del prestigiatore, mentre qualcuno le lascia una moneta nel bicchiere. Avril fa un inchino.

Poi comincia a piovere, senza preavviso, allora prende in fretta i soldi e si mette a correre con la chitarra sulla schiena verso le tettoie dei negozi dei palazzi di fronte alla chiesa. Louise la segue.

 

«Che c’hai, tesoro?» Louise non risponde, si toglie le scarpette, se le mette sotto la maglietta e si allontana da quel riparo correndo nella pioggia sempre più forte. Avril scrolla le spalle e inizia a contare i soldi.

«Aspetta, Louise, la tua parte», le urla dietro.

Comincia a correre anche lei sotto l’acqua.

 

Con tutta quella pioggia, il fiore si è scolorito. Avril lo osserva sul divano-letto davanti ai suoi piedi nudi e bagnati. Se lo infila tra le dita, mentre guarda fuori della finestra il tramonto grigio e maltrattato dal temporale sopra la città. Non è neanche un tramonto: solo un malinconico cambio di luce. Si lascia andare giù e fissa il soffitto con le ombre dei palazzi e la sua. Tira su il piede col fiore e lo ruota sulla caviglia. Una lacrima le scende sulla guancia e le va a finire in bocca. Lascia andare giù il piede. Il fiore si sfila dalle dita. Con un debole calcio lo butta a terra.

 

A volte a Avril capita di svegliarsi di cattivo umore, sempre quando piove, quando piove forte, intendiamo, allora se ne sta a casa: che ci va a fare in piazza con tutta quell’acqua? Come fa a suonare? Come potrebbe Louise danzare. Se poi anche potesse suonare, se Louise riuscisse a danzare, mettiamo che fosse possibile, qualcuno forse si fermerebbe a dare loro qualcosa? Ma andiamo! Meglio starsene lì a leggere, mangiare i biscotti e a masturbarsi. Poi a suonare qualcosa soltanto per sé. O viceversa. Accenna “Gabriel” dei Lamb, le piace la cantante, Lou Rhodes, le piace il suo sguardo leggermente strabico. Quindi passa a “Creep” dei Radiohead. Le piace pure Thom Yorke, anche di lui le piace il suo occhio deviato, e le piacciono, di quella canzone, soprattutto le schitarrate elettriche che le danno un fremito ogni volta che le esegue, anche con la chitarra acustica. Nei momenti più tristi accenna “No Surprises”. La sa suonare e cantare molto bene. Una volta vide uno spettacolo teatrale in cui questo brano faceva da sottofondo a un monologo. Ricordava il nome della compagnia, si chiamava Le Soldat Perdu (lesse sul programma di sala che quel nome era stato preso da una scena del film “Apocalypse Now Redux” di Francis Ford Coppola), ma non ricordava il titolo della pièce né dove l’aveva vista. Forse era ancora al Rond-Point. Sì, doveva essere lì. Ricordava però bene quello che recitava l’attrice, non a memoria, ma diceva una cosa del genere: “Mi mancano le lacrime, sai. Erano lacrime buone. Era sciogliersi in qualcosa di forte, intenso. Tutto ciò che era stato intrappolato nei giorni precedenti, ora si liberava, lì. Gli facevo sentire la musica e lui l’aveva fatta sentire a me. Gli tiravo indietro i capelli, ero alle sue spalle. Poi giù, il resto del corpo. Lo sentii fortissimo quando lo portai sul mio seno. Ne ebbi quasi paura. Paura di quello che provavo. Perché era commovente. Le lacrime sarebbero arrivate presto. E sapevo che non potevo fare niente per fermarle. Ma neanche lo volevo. Volevo quel pianto. Superando la paura. Quando lui mi toccava, mi diceva Sono qui, la senti la musica? Sì, la sento. E tu la mia? Segui il mio corpo come io farò con il tuo. Gli feci sentire la mia musica tenendo le lacrime a stento. Non temere, sono qui. Quando riaprirai gli occhi, io sarò ancora qui. Adesso lasciati andare alla musica, perché mi troverai qui, davanti a te. Fu quando lui mi fissò che cominciai a piangere. Fu irrefrenabile. Finalmente piangevo. Non volevo altro che quel pianto. In quell’istante, in quel preciso momento. Tutto, proprio tutto, era in quel momento”. Un pomeriggio recitò questo monologo a Louise accompagnandosi con la chitarra. Louise a un certo punto cominciò a piangere. Aspettarono il tramonto poggiate una sull’altra, senza parlare. Solo baci ogni tanto. E le carezze di Avril sul corpo nudo di Louise come a dirle: «E tu la senti la musica? La mia musica?» Avril si masturba strofinandosi il manico della chitarra sulla clitoride, tra i peli. Ha i peli neri. Quelli di Louise sono castano chiaro virati al biondo. Dischiude le labbra, il legno si inumidisce, quindi si bagna. L’unica cosa che le è rimasta del suo ex ragazzo è quella chitarra. A parte i ricordi, ma va be’ (il cambio, è inutile, non lo trova più, e poi non era neanche quello della macchina accidentata dove avevano scopato). Ma quando piove non vuole masturbarsi pensando a lui. Quando piove lui è cancellato, non è mai esistito. Quando piove vorrebbe solo Louise. Pure col broncio, ma lei. «Sono qui, la senti la musica? La mia musica? Non temere, quando riaprirai gli occhi mi troverai qui, accanto a te. Ora lasciati andare alla musica».

Ha finito di venire, per la terza o quarta volta, i suoi umori sono anche sulle corde. Il suo piacere è cessato come è cessata la pioggia. «Basto io» si dice, scoppia a ridere. «Che scema!» Ride con le lacrime. Siamo sicuri che stia ridendo? Guardatela bene.

 

«Tieni, li ho lasciati qui, sulla sedia». Louise neanche li guarda i soldi che le porta il padre ogni tanto. Fino a che lui è lì, non li guarda mai.

«E metti un po’ d’ordine, qua dentro! Come fai a viverci? È un buco sporco e disordinato: fa schifo e puzza!»

«Sssì ffa ssempre tu… ttutto sschi… fo per te cciò ccch… e mi rigg… guarda e ripp… prenditi i tuoi sssoldi, no… non lli vvo.. gli… glio, e cchi ti ha de… de… tto di vvenire».

«Fai come ti pare, Louise» dice lui, mentre se ne va dal piccolo appartamento senza salutarla. Louise non lo guarda uscire. Resta a lungo seduta sul letto, la testa bassa, si stuzzica un piede nudo, quindi si alza, prende i soldi, li conta e le viene da piangere, ma si trattiene.

«Sss… tronzo!» dice. «Grazz… zie» sussurra.

 

Ora tocca a Sylvia Plath. Il libro che raccoglie la sua opera omnia è bellissimo: rilegato, con custodia, edizioni Gallimard (dico: edizioni Gallimard, non so se mi spiego). Aveva già preso in passato un suo volume, “Ariel”, ma questo è inarrivabile. Il solito giochetto, et voilà, il libro è suo. Per sempre. All’esterno dalla libreria, un vago sole è uscito tra le nuvole.

 

«Guarda… e guarda, Louise!» Avril mostra il libro di Sylvia Plath alla sua amica, lei gli lancia appena un’occhiata e si volta dall’altra parte.

«Perché ce l’hai con me, eh?» Louise non le risponde e si allontana, mentre Avril riprende a suonare, dopo aver rimesso il prezioso volume nella borsa.

 

La pioggia, tornata a scendere, è prima indecisa, quindi diventa fitta e sicura, implacabile al punto di non risparmiare niente e nessuno, neanche Sylvia Plath. Louise si toglie le scarpette e, per correre a ripararsi, scivola sull’acciottolato della piazza, Avril fa per aiutarla a rialzarsi, ma lei le toglie la mano stizzita, si rialza e fugge via in direzione di Rue Jeanne d’Arc. Non si ferma sotto la tettoia del parrucchiere o del fioraio sulla piazza, né sotto quella dell’ufficio postale o di un negozio a Rue Lahire. Corre verso casa. Avril resta per qualche secondo immobile a prendersi tutta quell’acqua guardandola nella sua corsa, poi si mette a correre pure lei. Il respiro affannato è nebbia solcata dalla pioggia. Gilbert ha materializzato un ombrello, si apre in un attimo come se fiorisse. «Ehi ragazze…», gli urla, ormai però le sue colleghe sono lontane e fradicie. Inutile corrergli dietro.

 

Arrivata a casa, Avril si leva i vestiti bagnati, si asciuga senza tanta cura col lenzuolo, lo lascia, scurito della pioggia sulla sua pelle, in fondo al divano-letto e si poggia seduta sul cuscino che le finisce di asciugare il sedere morbido e un po’ il sesso con la peluria umida.

Apre la borsa tra le gambe, accorgendosi solo adesso che il libro di Sylvia Plath si è bagnato tutto. «Nooo!» Prova ad asciugarlo, ma è inutile, la carta è piena di macchie, inzuppata e ondulata e pure la copertina e la sovraccoperta e la custodia di cartone è quasi macerata: un disastro. «Noo, cazzo! No! No!» Avril non ce la fa a trattenere le lacrime e si lascia andare con la schiena alla parete fredda piangendo come non le succedeva da tempo. Singhiozza.

 

«Perché non vuoi parlarmi, eh?»

Louise non risponde e si scosta da Avril.

«Io lo so perché non mi parli».

Louise continua a non dire niente allontanandosi ancora di più dalla sua amica, che le si avvicina di nuovo.

«Se è per quel bacio di Gilbert dell’altro giorno, be’, allora sei proprio tutta scema».

Louise scuote le spalle.

«Ma no, non è per quello, lo so, figurati».

«Llassc..iami stare, Avril!» Louise la fissa con rabbia e le volta la schiena.

«Ma sì che ti lascio stare… non è per niente divertente ascoltarti parlare… tu non mi parli perché balbetti, balbetti sempre di più, ecco perché, per quello stupido apparecchio che ti rende cattiva e brutta. Sei invidiosa di me».

Louise si gira di scatto verso Avril, ha gli occhi pieni di lacrime, si sfila le scarpette da punta con gesti violenti e le mani che le tremano.

«Pppuuoi… rri… riprr… enderte… le le tue sstupi… de scarrppette… non lle voglio, ppper qquanto le hai ppa… ppagate! laa… dra… sei ssolo una lla…dra e una pezz… zente!» le dice, le butta le scarpette addosso e se ne va via di corsa a piedi nudi continuando a piangere.

«Aspetta, Louise!»

Avril s’inchina a raccogliere le sue scarpe.

«Aspetta, dai».

 

«Scusami, non mi ricordo più le parole».

«Non preoccuparti, anch’io a volte le dimentico».

«E come fai?»

«Le invento».

«Ti ho visto a teatro, sai? Ma quelle non erano inventate».

«Anch’io ti ho vista cantare».

«Sì, me ne sono accorta. Giorni fa. Ma non ti sei avvicinato. Perché?»

«Non lo so».

«Non dovevi mica per forza lasciarmi un’offerta. Mi avrebbe fatto piacere cantare un pezzo per te. Questo pezzo. E invece oggi non ne ricordo le parole. Volevo prendere il tuo libro al bookshop del Rond-Point, dopo lo spettacolo, però non c’era. Lì c’erano tutte le tue parole. Dovrei scrivermele, le parole di certe canzoni. Così potrei leggerle. Come fai tu nei tuoi reading».

«Era una canzone di Nick Cave, ho riconosciuto la musica».

«Be’, certo che l’hai riconosciuta, era in quel tuo spettacolo. Era nel monologo finale di lei. Per questo volevo cantartela. Ma mi dispiace, non me le ricordo proprio le parole. La musica sì, ma il testo, niente da fare».

«Oh, non lo ricordo neanch’io. Non ricordo neppure quello che diceva lei».

«Non è vero. Lo ricordi benissimo. Certe cose non si dimenticano».

«Già, la volevi cantare per me… e per chi ami, vero?»

«Sì, come hai fatto tu con la tua scrittura, no? Ma lei se ne è andata. Comunque dai, è inutile, non mi ricordo le parole. Poi mi sa che tra un po’ tornerà a piovere».

«Meglio muoverci».

«Sì, meglio andare. Mi lasci qualcosa? E magari anche qualche parola di quella canzone. O di quel monologo. Lo so che te le ricordi».

 

I piedi sporchi della strada: Avril non fa che pensare ai piedi della sua amica sporchi sotto la pianta, tenendo le scarpette strette tra le mani, col loro umido odore di danza. Il libro di Sylvia Plath sul lenzuolo vicino alle cosce nude. Rovinato da quella maledetta pioggia. Il mondo è lacerato dalla pioggia.

 

Deve riaverlo: deve riaverlo nuovo, non così macchiato, non con le pagine dure come quei giorni. Deve riaverlo, con le pagine bianche e lisce. Avril si avvicina al volume esposto sullo scaffale della libreria. Lo toglie dalla custodia e comincia a sfogliarlo guardando furtiva la commessa. Oggi la commessa ha un tailleur elegantissimo e firmato, di certo firmato da qualche stilista mafioso; un profumo da far girare la testa. Lei l’unico profumo buono che può permettersi è quello che si spruzza sui polsi ai grandi magazzini facendo finta di provarlo. A volte dietro le orecchie. Rubare quelle boccette è impossibile: il reparto dei cosmetici è pieno di commesse, quelle alla cassa non si distraggono mai, ed è controllatissimo da energumeni in abito grigio e spalle larghe due metri. Le sue fragranze preferite sono Jean-Paul Gaultier Classique, con la bottiglia rosa a forma di un busto femminile in guêpière confezionata in un barattolo di latta, e Kenzo Flower (la bottiglietta di Kenzo Flower sembra fatta apposta per masturbarsi, curvata al punto giusto, col fiore di papavero sul tappo e lo stelo lungo il flacone; per via del tappo dovrebbe fare un po’ di attenzione, ma sarebbe un peccato toglierlo). Il profumo della ragazza l’aveva sentito appena le era passata vicino.

Come al solito, la commessa si gira dalla cassa dopo aver dato il resto a un cliente. Anzi, aspetta, questa volta se ne va proprio lasciando la postazione incustodita. Non torna. Meglio, sarà più facile. Avril si avvicina e passa il libro sulla macchinetta, il raggio rosso e nessun suono. Lo lascia cadere nella borsa. Fa per uscire, tutto bene. Le antenne restano mute. Cieche. La porta a vetri si apre, ma non fa in tempo ad accennare un sorriso e a sentire l’aria di fuori che una mano forte e senza riguardo la ferma.

«Apra la borsa, signorina».

Avril si volta. L’addetto alla sicurezza le ripete di aprire la borsa. «Apra la borsa». Vicino a lui, la commessa, l’abito è firmato, forse è di una coppia di stilisti italiani, ridicoli e antipatici, il suo profumo è buonissimo, il suo sguardo sotto gli occhiali di marca, stavolta dovrebbero essere Armani, è tranquillo. Anche l’addetto alla sorveglianza è tranquillo, con fermezza strappa la borsa dalla mano di Avril, che non riesce a trattenerla perché all’improvviso si sente indebolita e incapace di qualsiasi reazione, non riesce a dire niente, non riesce più a parlare, la bocca è secca, nessuna parola, solo la testa le dice un sacco di cose, le dice che vuole molto bene a Louise, che la ama più di ogni cosa e che deve trovare il coraggio di dirglielo, le dice che è carina quando parla balbettando, le dice che il profumo della commessa è proprio buonissimo, floreale e fruttato, le dice che Louise era bella e struggente quando scappava via dalle sue offese a piedi nudi, le dice che le dispiace tanto, «mi dispiace, Louise, credimi, mi dispiace, non le pensavo quelle brutte cose, scusa», le dice che non è vero, che non può accadere questo, le dice che amava il suo ragazzo e lui se n’è andato, le dice che il profumo è troppo buono e la commessa è così elegante e si chiama come la sua amica, lo legge sul cartellino, Louise, le dice che invece lei puzza di sudore e i suoi abiti sono di poco valore, le dice che lei è sporca e non vuole stare lì, le dice che vuole essere, in questo momento, a casa sua col latte, l’Ovomaltine e i biscotti allo yogurt e poi a masturbarsi, oppure, meglio, a fare l’amore con Louise, deve dirle che la ama, «ti amo, Louise, ti amo tanto, come non ho mai amato nessuno», e poi avrebbero dormito vicino, per una volta si può anche fare, pure se lei è una ballerina e non fa bene a una ballerina, soprattutto alla sua schiena, è bellissima la schiena dritta, ampia e muscolosa di Louise, meravigliosi i suoi glutei duri e perfetti. E adesso non le dice più niente, quando la guardia giurata in borghese le tira fuori il libro dalla borsa e la conduce, tenendola per un braccio, stringendo forte, nell’ufficio sulla sinistra della libreria, con la porta rossa di plastica e dall’arredamento minimale e moderno. Entrano solo loro due, la commessa è tornata al proprio posto, l’ufficio è vuoto, non c’è il direttore, un impiegato, nessuno. L’addetto alla sicurezza le fa capire, senza tante parole, che potrebbe non denunciarla, potrebbe non chiamare il direttore né la polizia, potrebbe essere buono con lei: Avril puzza di sudore, è sporca, a stare sempre per strada ci si sporca, ma è pure molto carina, lo sappiamo e l’ha notato anche il tipo della sorveglianza.

L’ufficio diventa gelido sul suo sedere scoperto dalle mutande abbassate. C’è tutta la disperazione del mondo in quel freddo. La disperazione è il freddo. L’infelicità è il freddo.

 

Avril cerca di sistemare le pagine del libro di Sylvia Plath, seduta sul suo divano-letto, il lenzuolo ai suoi piedi: cerca di sistemarle stendendole con la mano. Fatica sprecata: sono rovinate per sempre.

 

Louise, dopo essersi lavata e rivestita con abiti puliti e costosi, entra nel salone. Era da tanto che non si vestiva così, da tanto che non vedeva quella casa. Le sembra ancora più grande di quando l’aveva lasciata. Le pareti sono di dieci metri di altezza. Più spaziosa, più elegante. Più accogliente. Più estranea. Più fredda. Più insopportabile. Su una parete c’è un quadro di grande valore di un pittore che fece la fame in vita. Suo padre le dà un bacio sulla fronte.

«Non stai meglio pulita e vestita come si deve?»

Louise non dice niente e guarda dalla finestra il viale con gli alberi e i negozi pieni di griffe. Pensa a Avril.

 

Che si asciuga il viso col lenzuolo e morde un biscotto. Non le va proprio giù. Lo lascia umido di saliva e lacrime tra le briciole sul letto. Guarda dalla finestra la città colorarsi del tramonto che filtra tra le nuvole ferrose.

Sussurra “No Surprises” dei Radiohead che dice: “This is my final fit. My final bellyache. With no alarms and no surprises. No alarms and no surprises”.

Vista dall’ultimo piano, seduta sul davanzale della finestra, la città le ricorda un film di Wenders. Solo senza angeli. “No alarms and no surprises, please”. Avril oscilla.

[1] Pubblicato su “Verde” del 25 settembre 2017.

VERDE RIVISTA

4Cristiano Baricelli

Andò così: estate 2011, leggemmo questo libro (aggiungetelo alla lista) e ne rimanemmo folgorati. Un anno dopo nacque Verde e pensammo subito che avremmo voluto che Sergio Gilles Lacavalla si unisse a noi. Così fu, già nel numero 1 con Escuadron de la muerte, e poi dal 2al5 con Rock Criminal, la rubrica che dopo una lunga pausa è tornata sulle nostre pagine due anni fa. Da allora Sergio ha raccontato, senza mai saltare un mese, tutte o quasi le storie più nere del rock e dintorni, con l’obiettivo, sempre raggiunto, di non ripetersi mai. Per questo siamo convinti che sia il momento giusto (siamo a settembre, ecc ecc) per fermarsi e ricominciare. Da ottobre ci sarà una nuova rubrica che allargherà il campo delle storie criminali e che si alternerà agli atti unici e ai racconti di Sergio che leggeremo…

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American dream[1]

Al 45 della 139th Strada Ovest, il sangue non si asciuga mai. Scorre fino all’incrocio del Lenox Avenue ed entra nel parco giochi Fred Samuel tra la West 139th e la West 140th Street, imbratta gli scivoli, le altalene e il campo da basket, ragazzi senza le scarpe giuste ma con mani grandi sognano la NBA, le aree dove si fanno le competizioni di freestyle, con certi adolescenti dagli abiti larghi che sono già dei fenomeni, e in un’onda è ancora sui marciapiedi e nella via di transito delle macchine, “il battito cardiaco di Harlem”, come è soprannominata la grande strada a doppio senso di marcia che costeggia l’isolato, è illuminato dalle sirene delle pattuglie della polizia e dagli elicotteri, i passi concitati di chi fugge, attutiti dalle aiuole intorno ai palazzi di sedici piani e mattoni rossi del complesso residenziale del Savoy Park, li segue per le scale, e di nuovo giù, verso la metropolitana, qualche stazione, poi si torna indietro, è inevitabile, è un richiamo, è il tuo territorio, il sangue continua a spandersi per finire ad assorbirsi sotto l’asfalto di Central Harlem, dove ristagna, con il suo odore persistente; si assorbe ma non si asciuga. È un monito. Un debito da pagare prima o poi. Il sangue sta lì e aspetta di rigurgitare. Sempre nello stesso punto. La 139th che incrocia il Malcolm X Boulevard delimita quella che è chiamata “la zona pericolosa”, “dove nessuno può resistere” a lungo. Meglio sarebbe chiamarla, “la zona della morte”. Il sangue ha memoria. In due fratelli tra i fratelli afroamericani e di malavita, scorre lo stesso sangue. È la loro memoria indelebile. Del loro assassino, macchia ogni azione, fino a quando, quel sangue maledetto, non lo uccide. Si apre un buco in testa e si svuota il cranio. Il sangue torna a inzuppare il suolo. Si infiltra nel terreno, forma dei grumi con la sporcizia, intasa le fognature di un angolo di scarico di New York, si diluisce mischiandosi all’acqua e ad altro sangue che fluisce. Sul Lenox Avenue. E tornerà a ripetere il ciclo, statene certi. Continuando a non asciugarsi mai e poi mai. È la solita storia di faide su una colonna sonora di musica rap. “Scoppia il cervello degli assalitori […] Facciamo questi soldi, è il sogno americano. Dalla East Coast alla West Coast, sai cosa intendo, che si tratti di Uptown o Downtown”. Che si tratti del sangue chiuso dietro le sbarre di una prigione, una delle tappe obbligate prima della fossa. O che si tratti proprio del tuo, quello ancora in libertà. In ogni caso sangue continuamente alimentato a crack e soldi sporchi. Basterebbe attendere. Ma sai cosa intendo, devi pagare i tuoi debiti e subito. Tu non puoi? Bene, per ora mi basta lo stesso sangue in diversa carne, è colpevole anche lui. O forse sei proprio tu. In ogni caso, bang! bang! bang! … Per nove volte. Una macchina arriva, rallenta, si affianca e sei morto. Il sangue è una pioggia rossa, schizza ovunque, sui cancelli, sugli alberi, sulle automobili parcheggiate, sembra arrivi fino ai piani alti degli edifici, fino al cielo, che per un istante si fa scarlatto, come la luna, quindi diventa un lago non appena cadi a terra. È un tonfo che pare fare più rumore dei colpi di pistola esplosi. Gran parte dei proiettili sono alla testa. Un paio al torace. Buona mira anche in movimento. Poi l’automobile accelera e scompare lungo il Malcolm X Blvd. Lamont Coleman, in arte Big L, la stella nascente del rap della East Coast, il gelido 15 febbraio del 1999 è lì, sulla strada a nutrire l’asfalto del 45 della West 139th Street. Circondato dal proprio sangue e dai cioccolatini che aveva comprato per San Valentino – con un giorno di ritardo, perché si sa, gli affari tolgono tempo e attenzioni agli affetti – come dolce regalo al suo più grande amore: sua madre, che abitava a due passi di distanza. Cioccolatini e sangue. Tutti dissero che quel sangue versato non avrebbe dovuto essere il suo. Non aveva mai fatto male a nessuno, ripetevano increduli gli abitanti del quartiere, malgrado facesse rime, le migliori del circondario, su stupefacenti, troie, Glock e morte, Big L non era un delinquente. Big L era buono. Un piccolo rapper, a dispetto del nome (ma quel nome era ironia sul suo fisico mingherlino), senza precedenti penali. “Lifestylez ov da Poor & Dangerous”, il suo unico album uscito in vita, era un capolavoro horrorcore e gangsta rap, quasi un documentario su esperienze di strada. Le più estreme. Le più allucinate. E allo stesso modo apparivano tutte quelle canzoni pubblicate postume, tantissimi fotogrammi sul vivere più marcio e pericoloso. “Big L è un tossico del denaro […] ho incastrato la mia pistola nel suo cervello, così quell’idiota è stato ammazzato”, cantava. Era per darsi un’aria da duro e sopravvivere in quell’inferno, dicevano i più smaliziati, quelli con qualche cicatrice da pallottole a segnare il corpo come medaglie del crimine. Altro che tatuaggi. Ma non c’è niente da fare quando in circolo hai il sangue di chi è nato e cresciuto nella “danger zone”. Quando le tue canzoni sono più forti della tua realtà e si sostituiscono a essa. Sostenevano tutti. Quel bravo ragazzo, che c’entrava? C’è però il tuo sangue in un carcere federale, non scordarlo. Scorre nelle vene e nelle azioni che hanno portato tuo fratello a scontare una condanna per rapina e spaccio di stupefacenti. Dovevi saperlo che quel fratello maggiore e scriteriato ti avrebbe messo in mezzo ai guai: che il suo sangue avrebbe fottuto il tuo. Certo, Leroy Phinazee, questo è il suo nome, ha solo metà del sangue di Big L, essendo figlio del primo marito della madre di entrambi, Gilda Terry (c’è anche un terzo fratello, Donald), ma basta e avanza per condannare a morte un innocente. Perché nessuno è innocente sul Lenox Avenue. Forse neanche Big L. Forse anche lui ha fatto parte del giro di spaccio del fratello. Forse anche lui ha fatto uno sgarro a degli spacciatori derubandoli dei soldi guadagnati dalla vendita di un carico di droga. Probabilmente era solo colui che aveva detto a suo fratello e al suo complice quando e dove sarebbe stata compiuta la trattativa, effettuata da alcuni suoi amici che mai avrebbero sospettato di lui. Non ci vuole niente, i soldi sono lì, passano da una mano all’altra, come la droga, e sono tanti. Basta individuare il momento giusto. Eccolo. Le ipotesi su come siano andate le cose adesso prendono due direzioni contrastanti. Leroy Phinazee è in carcere con Gerard Woodley, amico di famiglia e d’infanzia dei fratelli (compariva anche fotografato sul retro della copertina di “Lifestylez ov da Poor & Dangerous”), un tipaccio con vari arresti e detenzioni alle spalle nonché complice dei loro traffici (sempre ipotizzando che Big L ne facesse parte). In prigione deve essere successo qualcosa, forse il fratello di Big L non vuole dargli quello che gli spetta del furto, quanto pattuito, erano d’accordo, ma io ti ammazzo, hai capito, ti ammazzo, sì, sembra sia andata proprio così. Anche perché è lui, Leroy, quello condannato a stare dentro altri tre anni, mica Woodley che, accusato per gli stessi reati in associazione con Phinazee, viene scarcerato poiché non ci sono prove a suo carico. Neanche Big L gli darà un centesimo, può starne certo, e poi l’esile rapper nell’affare ha avuto un compito marginale. Magari neanche sa dove stanno nascosti i soldi. Leroy Phinazee è avido, non gliene frega niente di nessuno. Nemmeno del sangue del suo sangue. Pieno di rancore e in credito, Gerard Woodley vorrebbe ammazzarlo a Leroy Phinazee, ma non può aspettare che esca. Lì nessuno può attendere: non sai se ci sarai ancora il giorno dopo a passeggiare sul Lenox Avenue. Te la devi godere subito. Basta il piccolo fratello, ma sì, invece anche lui ha fatto la sua bella parte. Altroché. E ogni giorno che passa quel ruolo nel colpo gli appare più grande. Già, i due fratelli sono d’accordo sul non dargli i suoi sacrosanti soldi. Giorno dopo giorno le due figure si sovrappongono. Ora i due fratelli sono la stessa persona, che gira tranquilla per Harlem. Gerard vuole fargliela pagare a quegli stronzi che lo hanno fregato, a lui, il loro amico da quando erano bambini, quante ne avevano fatte insieme, amico soprattutto del rapper che si fa chiamare Big L ed è un microbo che si sta arricchendo mentre lui non sa dove sbattere la testa per alzare un po’ di dollari, come sarebbe giusto, e che diamine! Pensa che ucciderà quel piccolo grande MC che per il momento è anche suo fratello. Lo farà. Non pensa ad altro. Ha deciso. Poi si vedrà. Quando, tre mesi dopo, la polizia lo va a prendere per riportarlo in carcere accusato dell’omicidio del ventiquattrenne Lamont Coleman, Gerard Woodley si dichiara innocente. Nessuna prova contro di lui. Nessun testimone. Ci risiamo. Presto viene rilasciato. Il procuratore distrettuale di Manhattan, pur essendo convinto della sua colpevolezza, non può fare altrimenti. Per molti del quartiere lui non c’entra niente con quella brutta faccenda e l’arresto si è dimostrato subito l’errore che era: Big L portava gli stessi gioielli di Leroy ai polsi e al collo, gli somigliava, e qualcuno, mai identificato, qualcuno degli spacciatori a cui i due fratelli avevano fatto il torto irreparabile, qualcuno che aveva capito, ma che pensava che il furto fosse opera solo di Leroy, e non sapeva che questi fosse in prigione, nel buio della sera invernale, tra le ombre degli alti palazzi, illuminato fino ad accecarsi da tutto quell’oro, deve averlo scambiato per il suo obiettivo. Un regolamento di conti sull’uomo sbagliato. Oppure su quello giusto, perché gli spacciatori non c’avevano messo molto a realizzare che il giovane rapper loro amico era un traditore. Succede nella “zona del pericolo”. Non ti puoi fidare di nessuno. E mica sono tutti scemi. Anzi. C’è bisogno di sangue e in fretta per tenere fertile il terreno dei fiori del male. La notizia della morte di Big L sconvolge Leroy e fa guadagnare cifre mai viste prima all’altro fratello, che nel giro di qualche anno, in collaborazione con il manager dell’artista, Rich King, pubblica ogni inedito possibile in quattro album. Nel 2002, Leroy Phinazee è finalmente fuori dal carcere, ma non fa in tempo a godersi la libertà che viene freddato allo stesso indirizzo in cui trovò la morte Big L: 45 West 139th Street, dove il sangue non si asciuga. È stato ancora l’amico d’infanzia che ha portato a compimento la sua vendetta, con la stessa modalità con la quale aveva già avuto successo? Quel tratto di strada evidentemente gli portava bene e da lì doveva passare il nemico per andare a trovare la mai consolata madre. Sono stati gli spacciatori che non hanno dimenticato? Ci fu chi disse che il fatto che l’omicidio fosse stato perpetrato nello stesso luogo fosse un messaggio degli spacciatori rivolto a chi avesse avuto ancora la sciagurata intenzione di derubarli: quella strada è il posto delle esecuzioni. Il sangue, lì, non si asciuga mai, lo sappiamo. Forse, invece, Leroy e Gerard si erano dati appuntamento nella via vicino al parco davanti al cui ingresso era stato dipinto su un muro il ritratto in memoria di Big L (c’è lui con gli occhiali con le lenti tonde, l’aria seria, una catena con una grande croce d’oro al collo, un diamante al lobo dell’orecchio sinistro e una mano messa a pistola puntata, gli anni di nascita e morte, 1974-1999, e la scritta Big L. Street struck. The Big L story), quel Fred Samuel Playground dove il rapper vinceva le sue prime gare di freestyle, per risolvere la questione una volta per tutte. Faccia a faccia. Vediamo chi ha ragione. Leroy non ha avuto ragione. Come in un duello del vecchio west, non è stato veloce abbastanza. Ma pure Gerard avrà torto. Sempre lì, nella “danger zone”, il 24 giugno del 2016, dopo quattro anni di carcere per traffico d’armi, al 106 West 139th Street sul Lenox Avenue, Gerard Woodley sarà ucciso con un colpo di pistola alla testa. Il sangue si assorbe ma non si asciuga.

[1] Pubblicato su “Verde” del 24 luglio 2017.

VERDE RIVISTA

cocoon1Foglietta, Cocoon

Lamont Coleman, la stella nascente del rap della East Coast, il gelido 15 febbraio del 1999 è lì, sulla strada a nutrire l’asfalto del 45 della West 139th Street. Non aveva mai fatto male a nessuno, ripetevano increduli gli abitanti del quartiere, malgrado facesse rime, le migliori del circondario, su stupefacenti, troie, Glock e morte. Non era un delinquente. Era un piccolo rapper buono, a dispetto del nome. Ma forse nessuno è innocente sul Lenox Avenue, neanche Big L.
VenticinquesimaRock Criminal, la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. L’illustrazione è di Foglietta (Cocoon). 

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Il signore della truffa[1] 

Cosa non era quell’immenso cartellone a Times Square. Prendeva un intero isolato. Dalla 45th alla 46th Strada di Broadway. Comparso all’improvviso la mattina di domenica 14 giugno del 1970, si ergeva imponente per sessanta piedi d’altezza e duecentosessanta di lunghezza sopra gli Astor-Victoria Theaters e il Museo delle Cere di Ripley. Era costato, tra costruzione e affitto dello spazio, centomila dollari e pubblicizzava, attraverso i primi piani dei tre componenti della band, il terzo disco dei Grand Funk Railroad, “Closer To Home”, in uscita il giorno dopo. Il traffico si bloccava, la gente si fermava e tutti a tenere lo sguardo alzato verso l’insegna che aveva superato per dimensioni e attenzione anche l’enorme display da venticinque piedi per cinquanta frontali e venticinque per venticinque laterali all’angolo sud-est tra la 7th Avenue e la 43th Strada voluto da John Lennon e Yoko Ono per augurare ai newyorkesi il buon Natale del 1969 con lo slogan contro la guerra in Vietnam “War is over! If you want it”. Sul cartellone sotto i ritratti di Mel Schacher, Don Brewer e Mark Farner, invece c’era scritto: “Three faces among the countless who belong to the New Culture setting forth on its final voyage through a dying world… searching to find a way to bring us all closer to home”.

Ah, le manie di grandezza di Terry Knight. Il produttore e manager dei Grand Funk Railroad che aveva messo su quell’operazione. Si disse che in realtà l’appariscente insegna non fosse costata proprio la somma che aveva dichiarato lui alla stampa, ma solo sessantamila dollari, che, comunque, non erano mica uno scherzo (quella di John & Yoko ne era costati venticinquemila). E che l’investimento fosse stato a carico dell’etichetta discografica della band, la Capitol Records. In ogni caso, il merito esclusivo se lo attribuì lui. Il disco, ovviamente, si prese subito le prime posizioni delle classifiche, dischi multioro e riconoscimenti del genere che tanto piacciono all’industria dello spettacolo, e spinse in avanti anche “Survival”, l’album dell’anno successivo. Il cartellone fu rimosso nel novembre del 1970, ma nel 1971 c’erano ancora molti newyorkesi che dicevano di averlo visto, sempre lì, svettante e grandioso sopra il complesso immobiliare di proprietà della Artkraft Strauss Sign Corporation, a ricordare loro la data della band annunciata in città per il 9 luglio. Quando i biglietti furono messi in vendita, bastarono settantadue ore per sparire dai botteghini. File lunghissime giorno e notte. Il concerto si tenne al William A. Shea Municipal Stadium, lo stadio del baseball dei New York Mets che aveva assistito prima di quel giorno glorioso a un solo tutto esaurito per un evento musicale: il 15 agosto del 1965, sessantacinquemila esagitati spettatori si strapparono i capelli e urlarono fino a coprire la musica per i Beatles. I Beatles, però, ci impiegarono due settimane per veder staccati i tagliandi per ogni ordine di posto. Come i Beatles, i Grand Funk Railroad arrivarono allo stadio del Queens da Manhattan in elicottero. Fecero il loro ingresso nella struttura in limousine nera con i vetri oscurati. E furono acclamati, secondo qualcuno, più della formazione di Liverpool in piena beatlemania. Suonando hard rock. Erano la band di maggior successo in America all’inizio degli anni Settanta.

Sotto il grande manifesto di Time Square, per un certo periodo, ci fu un’altra insegna, più piccola, molto più piccola: quella del cinema che aveva in programmazione il film su “Let It Be” dei Beatles. “An intimate experience on film The Beatles Let It Be”, diceva la frase di presentazione.

Terry Knight e i Beatles: ormai a nessuno poteva più sfuggire l’associazione tra loro. L’aveva fatto apposta il produttore americano a far mettere quel cartellone proprio lì. Era l’ultimo atto della personale vendetta su Paul McCartney.

Nel 1968, Knight era a Londra per rilanciarsi dopo i fallimenti come cantante solista e dei Terry Knight and the Pack (con due di loro avrebbe poi formato i Grand Funk Railroad), che comunque avevano aperto per i Rolling Stones a Cleveland, Detroit e Chicago, e lo si poteva incontrare negli studi della neonata Apple Records durante le registrazioni del cosiddetto “White Album” per rimediare un contratto con l’etichetta dei Beatles. Là assistette a delle animate discussioni tra i quattro e all’abbandono di un giorno di Ringo Starr che facevano presagire la fine della band. Lui stesso ebbe un diverbio con Paul McCartney, che non ne voleva sapere di prenderlo nella sua scuderia. Quel burrascoso soggiorno gli servì però per ottenere un contratto con la Capitol Records, distributrice dei Beatles negli USA, e gli suggerì l’idea per il primo singolo a suo nome con l’etichetta statunitense: “Saint Paul”. Terry Knight, ammettiamolo, era un genio della pubblicità e degli intrighi. “Saint Paul” era una canzone che alludeva a una malinconica perdita su citazioni di canzoni dei Beatles come “Strawberry Fields Forever”, “Hey Jude”, “Lucy In The Sky With Diamonds” e “She Loves You”, cantate soprattutto da bambini, e raccontava la delusione del suo rapporto con McCartney. Diceva: “Qualcosa era andato storto. Non potevo ascoltare la tua canzone così triste nell’aria. Mentre loro gridavano fai attenzione […] Hanno detto che ti sei iscritto per pagare oggi […] Lascia che ti porti giù, giù, giù… […] Penso ci sia qualcosa che non va […] Ehi Paul”. Il senso di fine presente in queste parole pare anticipare quella stramba teoria chiamata PID (Paul Is Dead). La Maclean Music, divisione americana della Northern Songs Ltd inglese, l’editrice musicale dei Beatles, prima bloccò il brano per quelle citazioni del suo catalogo. Poi stranamente acconsentì alla pubblicazione. Terry Knight sorrise.

Paul is dead.

«Ho capito male o hai detto che Paul McCartney è morto?» chiese il DJ della radio di Detroit WKNR-FM Russ Gibb il 12 ottobre 1969 a un tipo che, presentandosi come Tom, gli buttò lì la notizia.

(Ma guarda un po’, proprio un’emittente del Michigan, lo stato di Knight, ex conduttore di programmi musicali per WLQV di Detroit, WTAC di Flint e CKLW di Windsor, Ontario, sulle rive del fiume Detroit).

«Hai capito bene, Paul è morto: mercoledì 9 novembre 1966 alle cinque del mattino. E quello che c’è adesso è un sosia».

«E come sarebbe successo?»

«Era uscito dagli studi di Abbey Road dopo aver litigato con gli altri Beatles ed è salito sulla sua Aston Martin DB5. Si è fermato per caricare un’autostoppista, ed è ripartito con lei. So che la ragazza si chiamava Rita, che era incinta ma voleva abortire e allora era scappata dal fidanzato che non voleva. Non si è accorta subito che Paul era un Beatle, parlava e parlava e quando ha capito con chi era in macchina, gli è saltata letteralmente addosso. Paul non ha visto il semaforo rosso né il camion che gli tagliava la strada, lei lo stringeva, lo toccava ovunque, lo baciava, tutti quei capelli… e sono morti entrambi».

«Tu che ne sai?»

«L’hai vista la copertina di “Abbey Road”? E chiama questo numero: 5371438». Poi attaccò. Senza farsi più risentire.

Il 26 settembre 1969 era uscito “Abbey Road”. L’8 agosto, nell’omonima strada, i Beatles avevano fotografato la copertina del disco. La prima traccia suggerita da Tom che Gibb, diffusa la notizia per radio – perché Tom lo aveva chiamato fuori onda –, seguì. I Beatles nell’agosto del ‘67 erano stati a Bangor dal Maharishi Mahesh Yogi e da lì avevano portato alcuni insegnamenti, come quello che vuole i morti sepolti a piedi nudi. Paul sulla foto della cover è l’unico scalzo e davanti a lui camminano Ringo Starr in abito scuro e John Lennon in bianco; dietro c’è George Harrison in jeans. L’interpretazione dell’immagine sarebbe che Paul è il morto, Ringo il becchino e John il prete per il funerale – in alcuni paesi orientali il bianco è il colore del lutto; George è colui incaricato di seppellire la bara. Lo scavafosse. Camminano sulle strisce, Paul è fuori passo e sulla sua linea si allontana un’auto. Un’altra invece è parcheggiata, una Volkswagen Beetle targata LMW 28IF. La macchina passata simboleggerebbe l’incidente, la targa del Maggiolino direbbe che se fosse vivo Paul avrebbe 28 anni. C’è anche un furgone della polizia sulla destra: lo stesso in servizio quella notte nella zona del sinistro. Paul, che è mancino, tiene una sigaretta con la destra. Non tutto quadra, Paul avrebbe avuto 27 anni e non 28 (secondo alcune religioni orientali però si conta la nascita dal concepimento), ma le tracce aprono tante speculazioni sulla vicenda.

Restava il numero. Da dove veniva? Russ, prima di chiamarlo, si mise a studiare gli altri dischi della band dopo la presunta morte di Paul convinto che non ci fossero segni solo in “Abbey Road”, e trovò, infatti, nel “Magical Mistery Tour” proprio quel numero, bastava capovolgere la copertina e leggere la parola Beatles così. Chiamò ma rispose un signore che disse di chiamarsi James e che non sapeva chi fossero i Beatles, aggiungendo però di richiamarlo due giorni dopo alle nove del mattino. Nove come il giorno della morte. James è il primo nome di Paul McCartney. Russ richiamò, ma non rispose più nessuno. Ormai la caccia all’indizio era diventata l’ossessione del DJ e dei fan. “Magical Mistery Tour”, il disco e il film di cui l’album era la colonna sonora, suggerirono altre congetture. La scritta sulla scrivania dove sta seduto Paul McCartney, con dietro le bandiere britanniche piegate a lutto, nella pellicola dice “I was”. Quindi, se io ero, ora non sono più: lui fu, o è un altro. Quella sulla batteria di Ringo dichiara “Love the 3 Beatles”, non 4, e Lennon alla fine di “Strawberry Fields Forever”, sussurrando “Cranberry sauce”, pare dire “I buried Paul”. C’è morte anche al fondo di “I Am The Walrus” col Re Lear di Shakespeare registrato che dice “Oh morte inopportuna!”, e prima ancora una voce ascoltata al contrario in sottofondo diceva “Ha ha, Paul is dead” e un’altra frase faceva “Oh is really dead”. Ma sarà “Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band” a convincere Gibb che mettendo uno specchietto al centro della grancassa in copertina sulle parole “LONELY HEARTS” ottenne “I ONE IX HE DIE”: ovvero la data dell’incidente e la morte di Paul. La statuina di Shiva, divinità indiana di distruzione (anche Hara: colui che porta via) posta davanti alla scritta floreale Beatles, la conferma. Come il basso Hofner mancino senza una corda fatto di fiori gialli che sembrano crisantemi e una bambola con una macchinetta modello Aston Martin sopra la gonnellina, dall’altra parte c’è un guanto da guida, pare insanguinato, e anche l’oboe nero di Paul e la mano sopra il suo capo in segno di benedizione ai morti attesterebbero il decesso. La scena della cover sembra così un funerale coi nuovi Beatles in uniforme da banda e i vecchi di lato ridotti a statue da museo delle cere (non era forse stato posizionato proprio sopra il museo delle cere di New York il cartellone dei Grand Funk Railroad). E tante personalità convenute. All’interno dell’album, inoltre, Paul è seduto a gambe incrociate, come i celti seppellivano i defunti, e sulla divisa ha un distintivo con la sigla “OPD” usata dalla polizia inglese per dire “Officially Pronounced Dead”. “Good Morning, Good Morning” comincia con “Niente da fare per salvargli la vita”. E il disco si chiude con “A Day In The Life” che, malgrado la prima parte, per dichiarazione di Lennon, fosse ispirata alla notizia da lui letta sul Daily Mail del 17 gennaio 1967 riguardante la morte in un incidente automobilistico dell’amico di Paul Tara Browne della ricca famiglia Guinness, non è difficile leggervi anche una relazione a quella di McCartney nella strofa che fa così: “Si è fatto saltare il cervello in un’automobile. Non si era accorto che il semaforo era cambiato. Una folla di persone stava in piedi e fissava. Avevano già visto la sua faccia”. E se la “Lovely Rita” del brano omonimo fosse proprio lei, l’autostoppista in fuga?

Lo scontro tremendo scaraventò Paul fuori dall’abitacolo devastandogli la testa. Lo schianto e una voce che pare chiedere aiuto segue alla frase “turn me on dead man”: è il “number nine” ripetuto più volte ascoltato all’inverso, almeno così sembra, e poi si odono suoni tipo di sirene e grida e risa e sospiri sofferti, la folla e pianti e applausi, urti, schianti, esplosioni, forse, nella cacofonia di “Revolution 9” del “White Album” con parti registrate al contrario che messe nel verso giusto rivelano la terribile vicenda. Alla fine di “I’m So Tired”, del medesimo disco, allo stesso modo inverso si sente “Paul ora è morto, ci manca”, e l’ultima strofa di “Don’t Pass Me By”, ancora dell’“Album Bianco”, dice: “Eri in un incidente di macchina e hai perso i capelli”. Macabri giochi surrealisti dei Beatles e pubblicità tirata fuori dalla casa discografica quando la band era alla fine, con la complicità proprio di Knight, nonché di alcuni studenti universitari americani che nel giornale della facoltà, tipo il  Northern Star dell’Illinois e il Michigan Daily, scrissero articoli su questa teoria – Tim Harper, della Drake University di Des Moines nello Iowa, ci guadagnò anche dei bei soldi andando in giro per emittenti televisive a mostrare gli elementi a favore della tesi nei talk show – oppure era tutto vero? (Ma andiamo!). Nessuna di queste tre ultime canzoni comunque è stata scritta da Paul: la prima è di Lennon con la collaborazione di Yoko Ono, la seconda del solo Lennon mentre “Don’t Pass Me By” è di Ringo. In seguito, su “Let It Be”, Russ Gibb, ascoltando al contrario il ritornello del brano omonimo, avrebbe sentito la frase “He is dead”, e, con lo stesso procedimento, in “Get Back” si ascolta “Help me, help me, I need some wheels”.

È difficile però credere che un tale identificato come William Sheppard, ex poliziotto canadese (per qualcuno era un attore scozzese fallito di nome William Stuart Campbell, ma i nomi e i ruoli si possono tranquillamente invertire) reclutato a un concorso per sosia di Paul indetto dalla EMI che non proclamò mai il vincitore, potesse sostituirsi così bene al vero, cantando anche uguale. C’è chi dice che la scelta di non fare più concerti dopo quello del 29 agosto 1966 al Candlestick Park di San Francisco fosse dovuta proprio alla perdita di Paul e che il finto McCartney riuscì a esibirsi con gli altri, dopo un lungo periodo di rodaggio, soltanto nell’addio dei Beatles sul tetto della Apple il 30 gennaio del ’69. Con una barba nera a camuffare il viso ritoccato dalla chirurgia plastica. E lì su, in alto. E poi, come faceva quel Tom a sapere come erano andate le cose? Possibile che la polizia non si sia accorta di niente? E se Tom fosse proprio un agente intervenuto sul luogo dell’incidente o il camionista o magari il fidanzato della ragazza? Oppure Tom era stato un semplice testimone dell’incidente e aveva ricostruito gli eventi precedenti lo schianto ipotizzando. Qualcuno pensò che Brian Epstein, insieme alla EMI, avesse comprato il silenzio della polizia e di chiunque sapesse e che quando in un ripensamento mostrò l’intenzione di rendere pubblica la cosa, fu tolto di mezzo, il 26 agosto 1967 simulando un’overdose di barbiturici. Tom non voleva fare la stessa fine, però non riusciva a tenersi il segreto e così…

Insomma, era impossibile trovare una teoria più sconclusionata. Ma quando a Knight chiedevano se ne sapesse di più riguardo la strana vicenda, lui scrollava le spalle e faceva il solito sorrisetto di chi sa tutto ma non dice niente. Lo abbiamo detto, era un genio del marketing. E il signore della truffa. Con i Grand Funk Railroad ci fu una lunga disputa legale perché la band lo accusava di avergli, in pratica, fregato tutti i soldi nella sua gestione che terminò nel 1972 con la sua cacciata con ignominia sia dalla band sia dalla Capitol (anche se il tribunale gli accordò una cospicua buonuscita e il cinquanta per cento delle royalty sul materiale pubblicato fino ad allora dal gruppo, mica male). Iniziò a questo punto il declino del genio dello show-biz. Annaspava, faceva di tutto per rimanere a galla. Fondò una propria etichetta discografica, la Brown Bag Records, e mise sotto contratto una buona serie di fallimenti. Gli proposero di occuparsi dei nascenti Kiss, ma rifiutò sostenendo che quei tipi conciati in quel modo non sarebbero andati da nessuna parte. Provò a farsi un po’ di pubblicità riprendendo la frequentazione, iniziata nel periodo londinese, con la modella e attrice inglese Twiggy. Lei presto lo lasciò – se mai erano stati insieme. Si fece vedere negli autodromi dove correva l’attore Paul Newman. Fece qualche gara. Le foto insieme, in tuta da corsa, bottiglia di champagne, sorridenti. Intorno belle donne. Non se lo filava più nessuno. A parte gli spacciatori. Per aver deposto in tribunale contro alcuni di questi che lo rifornivano di cocaina, deciso a smettere, fu messo per un periodo sotto un programma di protezione testimoni e disintossicazione dell’FBI in una località segreta dell’Arizona. Intanto aveva speso tutti i soldi in macchine, stupefacenti e un jet personale. Alla fine si arrese, era stanco e malato di diabete e al fegato. Let it be. Si rinchiuse nella sua nuova casa di Temple nella Contea di Bell in Texas a sessanta miglia a nord di Austin mettendo su una piccola agenzia di raccolta pubblicitaria per qualche giornale locale sulle cui pagine le sue cronache e i successi non comparivano più. Viveva con la figlia Danielle, il fidanzato di questa, Donald Alan Fair, e tanta droga, consumata soprattutto dal ragazzo. Fu in questa desolata fase della sua vita persa nell’isolamento del complesso delle Chappell Hills che il primo novembre del 2004 arrivò la tragedia. Nel giorno dei santi che si sarebbe riversato su quello dei morti.

Terry is dead.

Le urla. Iniziò con le urla di Danielle. Proseguì con le botte di Donald sul suo esile corpo da adolescente. Lei aveva diciassette anni, lui ventisei. Stavano insieme da quando lei era quattordicenne e abitava con il padre, che ne aveva ottenuto l’affidamento dopo il divorzio, a Yuma, in Texas. Donald lavorava al locale Wendy’s restaurant, poi Terry gli aveva trovato un posto in un autolavaggio, e quando genitore e figlia si trasferirono a Temple, lui li aveva seguiti. Sembrava non potesse staccarsi da quella ragazzina. Erano entrambi strafatti di metanfetamine – per queste stavano litigando. Lui di più. Molto di più. Sembrava che la droga non bastasse mai. Non bastavano mai i soldi che gli passava lei. Non bastavano quelli che gli passava Terry Knight. Donald non faceva niente dalla mattina alla sera. Donald sfruttava quei due. Donald è più forte e arrabbiato. Dall’altra stanza Terry Knight sente le grida della figlia. Il rumore sordo delle percosse. Accorre in sua difesa. Si scaglia sul giovane e lo colpisce al volto con un pugno e poi un altro. Finiscono a terra. Lottano confusamente. Donald ha con sé un coltello da caccia di sei pollici. Lo conficca nel corpo del padre della sua fidanzata. Una volta, con rabbia, una seconda, con ancora più furia e violenza. Ora non capisce niente e continua a infilare la lama: nei polmoni, nei reni, nella milza, ovunque nell’addome e infine penetra nel cuore. Sfinito si lascia andare sul pavimento. L’autopsia avrebbe contato diciassette pugnalate. Danielle è corsa dai vicini a chiedere aiuto. I soccorsi del 911 trovano Richard Terrance Knapp, in arte Terry Knight, coperto di sangue e in fin di vita. Donald Alan Fair aspetta la polizia seduto sull’uscio di casa al 3009 di Ira Young Drive. Con il coltello in tasca. Danielle andrà a vivere dalla madre nella non distante Copperas Cove. I giornali non diedero grande risalto alla notizia. Che cosa misera erano quelle pagine rispetto all’immenso cartellone su Times Square. Forse fu l’ultima cosa che Terry Knight vide mentre la vita lo abbandonava. Vide anche lo Shea Stadium sorvolato in elicottero. Però, che giorni! Un ultimo sorriso strozzato gli si deve essere accennato sul volto trasformato dalla sofferenza ripensando alla burla del PID. Ma ora non era uno scherzo. Adesso era tutto vero. Paul era vivo, lui era morto.

Uno strano evento intanto era accaduto anni prima. Il 5 gennaio 1976, a Los Angeles, Mal Evans, ex assistente personale dei Beatles, fu ucciso da sei colpi di pistola sparati dalla polizia che aveva fatto irruzione nel suo alloggio al 8122 W della Quarta Strada. Gli agenti erano stati chiamati dai vicini per le urla di una lite tra lui e la sua ragazza. Evans aveva un fucile e i poliziotti non gli diedero il tempo di usarlo. Ma l’arma era solo ad aria compressa. Evans custodiva una valigetta con vecchio materiale dei Beatles che sparì dagli oggetti sequestrati dagli agenti. Sembra avesse posato sul retro della copertina di “Stg Pepper’s”: era colui che interpretava McCartney di spalle – perché Paul quel giorno non poteva partecipare alla session fotografica. Vicino alla sua nuca c’era scritto “Without You”.

[1] Pubblicato su “Verde” del 20 giugno 2017.

VERDE RIVISTA

green mess (deadtamag0tchi)DeadTamag0tchi, Green mess

Ieri abbiamo fatto un discreto casino (verde) quando abbiamo realizzato che non avremmo pubblicato in tempo la nuovaRock CriminaldiSergio Gilles Lacavalla. Tutta colpa del già ex redattore, ex collaboratore e prossimo ex-curatore della nostra rivista, pronto a lasciare (“In Fuga” alludono i bene informati) anche la gestione del blog (non tutti sanno che da più di un anno la testata di Verde è in vendita a 20 euro. Per info).
Il 1 giugno 1967, cinquant’anni fa, usciva Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Paul McCartney era già morto o il macabro scherzo era ormai sfuggito di mano (ci ricorda qualcosa)?Terry Knightera un genio del marketing, il signore della truffa e uno che la sapeva lunga su PID Hoax.
L’illustrazione è di
DeadTamag0tchi.

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Atti di Vita e Malavita. Jeanne e Gilles[1]

 

Dramma in un atto

 

Nota dell’autore. “Jeanne e Gilles” è uno degli atti di “Atti di Vita e Malavita”, dramma in nove atti unici, o in tre trittici. Ha, come tutti gli altri atti, una sua autonomia, quindi, si può mettere in scena da solo.

Alcune scene sono sessualmente esplicite. Il corpo nudo è necessario sia per il realismo della scena, perché la scena lo prevede, sia perché il corpo nudo è di per sé un elemento di drammaturgia, non solo di regia: il corpo nudo è linguaggio, una frase, un discorso. Disse la drammaturga inglese Sarah Kane, che recitò il ruolo di Grace in alcune repliche del suo “Purificati”: «“Purificati” richiedeva una semplicità estrema, cosa molto difficile da ottenere quando ti ritrovi completamente nuda davanti a centinaia di persone… Il primo istinto è quello di scappare via, ma in realtà quello che ti viene richiesto è molto semplice. Che cosa voglio? Che cosa provo? E come arrivo a provare questo?»

Tutto ciò che avviene qui, è già avvenuto. Quando Jeanne racconta i momenti di sesso, sono solo ricordi. Eppure, avvengono. Dunque, in scena, i personaggi, in questi momenti d’amore, possono fare cose diverse da quelle descritte: sono seduti sul letto, si spogliano, non si guardano, si osservano, si mettono giù. Si sfiorano i corpi nudi, la pelle ha un brivido di nostalgia, si appoggiano l’una sull’altro. La testa sulla spalla. Si baciano le bocche, si leccano i sessi. Solo alcune azioni avvengono come descritte. Mai si concludono. Si avverte sempre qualcosa di perduto. Questo è un testo sul rimpianto. Sul momento temo di non avere altri temi.

La pièce, oltre che in teatro, può essere rappresentata in un hotel vero. Penso a “Splendid’s” di Jean Genet messo in scena dai Motus – che non c’entrano niente con questa scrittura, se non per l’ambientazione.

 

“Stai scrivendo?”

“No, ti stavo solo pensando.”

(“Betty Blue”, Jean-Jacques Beineix / Philippe Djian)

 

SCENA I

 

Davanti a un Hotel abbandonato sul mare. Jeanne Pleiade e Gilles Dutronc.

 

JEANNE (Ha le scarpe in mano, una borsa sulla spalla). “Dal momento che la vita scorre nel corso del tempo senza bisogno di creare storie, le storie esistono solo nelle storie”. Non è così? E nelle storie, tutto è al posto giusto, tutto è necessario. Ogni parola. Ogni gesto. Solo nelle storie.

L’hotel di Wenders. (Guarda l’entrata dell’albergo. Poi si rivolge a Gilles).

Qual è il tuo stato delle cose, Dutronc?

GILLES Scrittore e drammaturgo senza un libro pubblicato da cinque anni, forse è passato di più da un dramma rappresentato, a parte qualche reading, col sogno di fare il concorrente a Fort Boyard.

JEANNE Lo fanno ancora?

GILLES Fort Boyard? Sì, penso di sì… o forse no… non lo so, non l’ho più visto. Non so perché… mi piaceva… insomma…

JEANNE Un intellettuale che guarda Fort Boyard. Mmm, non c’avevo mai pensato a Fort Boyard. Arrampicarsi sui muri della fortezza e gettarsi nel vuoto sopra il mare legati alle funi, risolvere gli indovinelli, restare imprigionati in una cella… sempre fradici… audaci e ridicoli. Perché no? E Les enfants du rock?

GILLES No, quello non lo fanno più, sicuro. Era roba di quando eravamo bambini. Io un po’ meno, ma tu eri proprio una bambina.

JEANNE Peccato. Ci saremmo stati bene noi due a Les enfants du rock. Intervistati da Thierry Ardisson e con la sigla di Iggy Pop, Nightclubbing. (Accenna la canzone). “Nightclubbing, we’re nightclubbing. We’re what’s happening. Nightclubbing, we’re nightclubbing. We’re an ice machine…”

GILLES (La interrompe). No, quello era Lunettes noires pour nuits blanches, il programma con Ardisson. Mi sembra, non ricordo bene neanch’io.

JEANNE Ah è vero! Oh che memoria!

GILLES Eri troppo piccola. Comunque non fanno più neanche quello; sì peccato, ci saremmo stati bene a Les enfants du rock e a Lunettes noires pour nuits blanches. L’intervista verità.  E il tuo, Pleiade? Il tuo stato delle cose.

(Lei non risponde).

Chi è? Cosa fa? (Le chiede guardandola. Lei abbassa lo sguardo protetto dagli occhiali da sole. Ora sono entrambi seri).

JEANNE Entriamo, Dutronc.

 

SCENA II

 

Nella sala d’ingresso dell’hotel abbandonato.

 

JEANNE La storia qui fu interrotta, parlava di una storia interrotta, dall’esterno, il film di Wenders.

GILLES Come la nostra.

JEANNE (Scontrosa). No, senti Gilles, la nostra, se proprio la vogliamo chiamare storia, che poi non lo è mai stata davvero, la nostra, Gilles, l’abbiamo interrotta noi, soltanto noi, o forse solo tu, non lo so, ma nessuno ha colpa se non noi, con chi vuoi prendertela?

(Adesso Jeanne addolcisce la voce e sorride a Gilles).

Dai, lasciamo stare.

(Passa le dita su una poltrona della hall, se le guarda e gliele mostra sporche di polvere e sabbia. La mano è fasciata sul palmo e sul dorso).

È rossa.

GILLES È polvere mista a sabbia. Viene dal deserto.

(Le pulisce le dita con le sue. Le tiene la mano. Jeanne si guarda anche la pianta di un piede, polvere e sabbia rosse anche lì. Le scarpe poggiate a terra).

È dietro di noi, il deserto, lo senti il vento?

(Jeanne fa no scuotendo la testa).

JEANNE O forse viene da un altro pianeta, come questa luce, la luce di un altro pianeta, o dopo un’esplosione nucleare.

(Si toglie gli occhiali scuri. Li butta su una poltrona).

“Guarda: senza gli occhiali da sole, senza i guanti di plastica, siamo noi i veri sopravvissuti”.

GILLES Sopravvissuti a cosa?

JEANNE Non lo so… forse a noi… forse agli altri.

GILLES (Guardandola negli occhi). Hai gli occhi verdi.

JEANNE Sono le lenti: i miei sono sempre castani.

(Si toglie una lente a contatto. La tiene sul dito).

Vedi? Gli occhi di bosco.

(La mette nel suo contenitore preso dalla borsa, lasciando la mano di Gilles).

GILLES Già. Gli occhi di storie.

(Le riprende la mano e l’accarezza sopra la fasciatura, fa una lieve pressione, Jeanne ha una leggera smorfia di dolore e gli toglie la mano dalla sua).

Sempre la mano… sempre nel sonno, oppure quando…

(Jeanne lo guarda per qualche secondo in silenzio, poi scrolla le spalle, riprende le scarpe e le poggia insieme alla borsa su un tavolinetto davanti a una finestra che dà sulla spiaggia e il mare di uno strano grigio come il cielo. Si mette seduta sul tavolino. Porta un piede su).

Come te la sei fatta questa?

(Gilles prende la caviglia della gamba di Jeanne sollevata sul tavolino e le tocca delicatamente una piccola cicatrice).

JEANNE La conosci da sempre e me lo chiedi solo adesso.

(Pausa).

Nuotando, tanto tempo fa, ormai. Avevo poco più di vent’anni, stavo uscendo dall’acqua della piscina, dopo aver fatto alcune vasche, poche per la verità, e avevo il fiato spezzato come non mi era mai successo prima, ma era da tanto che non mi allenavo. Sulla scaletta di ferro, mi sentivo senza più nessuna forza, davvero niente, niente e… sono scivolata come una stupida, ferendomi qui. (Si tocca sulla cicatrice spostando appena le dita di Gilles, che ora le accarezza il piede. A volte glielo bacia).

L’acqua era tutta rossa, sembrava chissà che, e io stavo lì fissa a guardare il mio sangue che si apriva lento e quasi morbido e mi veniva da piangere. Poi, infatti, ho pianto. Il dottore mi medicava e io piangevo, non è niente, mi diceva, stai calma che non è niente, non piangere, mi ripeteva, ma lui non capiva, io non piangevo per il dolore e il taglio, no, piangevo per quel gesto scomposto sulla scaletta, per il fiato corto. Piangevo perché all’improvviso mi ero accorta che stavo cambiando e io non volevo cambiare. Il fiato corto mi diceva che se alle cose non stai dietro, se le lasci andare così, cambiano, e tu con loro, tutto qui. No, io non volevo cambiare… ma, come si fa… e non volevo che le cose finissero, non l’ho mai voluto. Non lo accetto. Anche se una cosa non mi piace, non voglio che finisca.

(Guarda fisso Gilles e gli toglie piano la mano dalla sua caviglia, che lui ha ripreso ad accarezzare. Poi dirige lo sguardo verso la sala bar poco più in là. La indica).

Lì c’è il bar.

 

SCENA III

 

Nel bar.

 

JEANNE (È dietro il bancone. Passa in rassegna le bottiglie di alcolici). C’è ancora del liquore.

(Ne prende una, la posa. Un’altra. La mostra a Gilles).

Martini bianco?

GILLES (Dall’altra parte del bancone). Va bene.

JEANNE Ricordavo che ti piace la vaniglia. E poi, va bene, poco alcolico.

(Guarda i bicchieri allineati, coperti di polvere e sabbia).

I bicchieri… sono pieni di polvere anche loro.

(Apre il rubinetto per lavarne due, ma non c’è acqua).

Non c’è l’acqua. Mannaggia. Va be’, dai. (Esce dal bancone con la bottiglia in mano e va a mettersi seduta su una sedia davanti a un tavolino. Gilles la segue e si siede anche lui, davanti a lei. Jeanne apre la bottiglia, assaggia il liquore).

È ancora buono. “Martini girl. Oh yeah”. (Accenna la canzone di Macelleria Mobile di Mezzanotte. Manda giù un sorso più lungo di liquore. Passa la bottiglia a Gilles. Anche Gilles ne beve una lunga sorsata. Poggia la bottiglia sul tavolo mentre Jeanne allunga un braccio verso di lui lasciandosi andare giù fino a toccare con la tempia, lo zigomo e la guancia il tavolino. Gilles le prende la mano. Gliela bacia. Jeanne chiude gli occhi). Martini girl.

(Anche Gilles si abbassa sul tavolo portando il viso vicino a quello di Jeanne. Jeanne apre gli occhi, lo guarda).

(Gli soffio leggermente sulla faccia).

Martini girl, alito di vaniglia e alcol.

(Gli do un lieve bacio sulle labbra, stringendo di più la sua mano).

Bacio al Martini.

 

SCENA IV

 

Una stanza. In fondo al corridoio.

 

JEANNE (Ha lasciato le scarpe nella hall, la bottiglia sul tavolo del bar, ha con sé la borsa). Tante stanze e tutte vuote. Tutte aperte. Tutte abbandonate, come se fosse successo qualcosa all’improvviso e sono scappati tutti.

(Si siede sul letto, poggia la borsa a terra e prende un libro dimenticato sul comodino: un volume che parla della dissoluzione del rock’n’roll, dalla copertina nera come la notte dei crimini dell’anima. Con quattro segnaletiche. Pieno di storie d’amore finite male. Fa caso alla data di edizione).

Guarda, Gilles, qualcuno deve essere stato qui poco tempo fa, questo libro è recente.

(Lo apre dove c’è un segnalibro, lo porge a Gilles, che si è seduto anche lui, vicino a lei. Gli fa segno di leggere. Gilles comincia a leggere, ogni tanto lei sbircia tra le pagine, osserva Gilles, la sua bocca che pronuncia le parole, le sue espressioni da attore, legge con lui sottovoce, guarda la stanza).

GILLES “«Dai, è facile. Guarda». Gainsbarre si puntò la pistola alla tempia e premette il grilletto. Clic! «Così», e scoppiò in una risata. «Scusa scusa… ecco, adesso sono serio». Si era calmato, aveva cessato quella stupida risata, anche se ancora gli rimaneva tracciata nello sguardo strafottente, e quindi caricò il revolver porgendolo a Gainsbourg. «Su. È un attimo e non ci pensi più». Serge prese in mano l’arma e la fissò per un po’. Buttò giù un altro sorso di whisky, posò il bicchiere e poi, di scatto, pieno di rabbia e sudando freddo, aprì il caricatore e gettò contro il muro tutti i proiettili. «No! No!», urlò. «No», sussurrò piangendo. Gainsbarre scosse la testa. «Serge Serge, io te l’avevo data una possibilità. Ma tu… be’ ti rimangono sempre questi. Prendi». Serge Gainsbourg prese di nuovo il bicchiere, mentre Gainsbarre gli accendeva una sigaretta e gliela metteva tra le labbra tremanti e spaccate dalla notte insonne. Il sole dell’alba che cominciava a filtrare nell’appartamento di Rue de Verneuil carezzava Jane: fissata nel bronzo senza arti né testa. Così, almeno così, non poteva più fuggire da lui.”

(Jeanne si tira appena le ciglia dell’occhio dove ha ancora la lente e smette di leggere insieme a Gilles).

JEANNE Mi bruciano gli occhi e non ci vedo bene. (Si strofina l’occhio senza lente. Gilles posa il volume sul letto).

Lui c’è stato a Les enfants du rock. E anche a Lunettes noires pour nuits blanches. Così provocatore e seducente. Lo sai che non accettava di fare trasmissioni registrate? Temeva che poi avrebbero tagliato alcune cose che aveva detto, quelle più scandalose, ovviamente. Dirette televisive. Solo dirette. Lo adoravo da ragazzina.

(Pausa).

A Lunettes noires c’è stato anche Andrzej Żuławski; no forse era un altro programma, in ogni caso litigò con Ardisson che gli chiedeva di Sophie Marceau, riguardo il suo film del momento, La fidélité. La metteva sul personale: quanto c’è di autobiografico nella pellicola? L’ha tradita? E cose di questo tipo, detestabile… L’hai visto?

GILLES No.

JEANNE Żuławski chiuse la discussione andandosene. Anche se una volta lo sentii parlare male della sua ex moglie, di Sophie Marceau.

GILLES Non erano sposati.

JEANNE Ne sei sicuro?

GILLES No. Non lo conoscevo poi così bene.

JEANNE Va be’, è uguale. Diceva che era un’ignorante, che quando l’aveva conosciuta era davvero un’ignorante, non aveva mai letto un libro in vita sua, disse. Ed era maleducata, volgare, non si lavava. Sai, lui il grand’uomo che veniva da una famiglia di letterati. Così civilizzato e colto. Ma il suo era solo rancore. Era evidente: ormai era invecchiato e stava morendo. Poi fece un gran sorriso.

(Pausa).

Eppure mi è dispiaciuto quando è morto. Tu lo hai più visto?

GILLES Un paio di volte. L’ultima era a Parigi per il montaggio di Cosmos. Gli regalai un mio libro. Gli scrissi una dedica e lui si commosse.

JEANNE Cosa ci avevi scritto?

GILLES Qualcosa che riguardava il suo essere stato un po’ un maestro per me, lo sai, almeno un tempo deve essere stato così, una cosa del genere. Forse sembrava un addio. Sì, anch’io lo trovai invecchiato. E debole. Indifeso. Malato.

JEANNE Che fine malinconica: senza più la donna della sua vita, pieno di rabbia ma pure di rassegnazione. L’uomo sicuro di un tempo ora rideva sperduto. Con un ultimo film che per lui era stato un errore. Fatto con pochi soldi e tanti compromessi. Non ne voleva parlare. Ma Cosmos non è piaciuto neanche a me. A te è piaciuto?

GILLES No, nemmeno a me.

JEANNE Morto con ancora in testa le immagini della prima moglie che se ne era andata neanche due anni prima dopo una vita di follia, così diceva lui: che era pazza. Raccontava che una sera rientrò a casa e trovò suo figlio da solo, tutto sporco di marmellata, perché lei l’aveva abbandonato inseguendo un suo delirio mistico. Diceva che era ispirato a lei il personaggio di Isabelle Adjani in Possession. Ma questa storia dovresti conoscerla meglio di me. Probabilmente non era vero niente. Chissà se è andato al suo funerale. Non credo. Disprezzava sempre chi lo aveva lasciato. E mentiva. Anche lei era molto bella. Capelli biondi lunghi e lisci e grandi occhi chiari. Anche lei era un’attrice. Morire sbagliando. Sbagliando tutto.

GILLES Però L’amour braque lo riscatta da ogni errore.

JEANNE Sì, è vero. È un film bellissimo. E anche loro erano bellissimi e innamorati all’epoca.

(Pausa).

(Faccio colare dalla mia bocca un filo di saliva su due dita della mia mano e le appoggio sulle sue labbra. Gilles le lecca. Con le dita umide gli seguo il contorno della bocca, poi quello degli occhi. Lui abbassa lo sguardo).

(Jeanne toglie piano la mano dal viso di Gilles).

L’hai ascoltato il disco degli Spiritual Front?

GILLES (Rialza lo sguardo). Quello intitolato Amour braque? No…

JEANNE Mmm, già, capisco…

(Pausa).

Dovresti, è molto bello e… Una mano che serra un pugnale con un teschio sull’impugnatura, lo stringe sulla lama, intorno c’è un cuore fatto di filo spinato, la scritta Amour braque…

GILLES Non ti ho mai vista con una maglietta degli Spiritual Front, è strano, no?

JEANNE Ci sto bene, sai? La mia preferita è quella di Open wounds, con i due amanti che si baciano puntandosi i coltelli alle schiene.

(Pausa).

GILLES Ricordo una tua carezza a un loro concerto. Mi passasti vicino e mi sfiorasti con la mano il viso. Ma non credo che tu la ricordi.

JEANNE Invece sì. Perché non dovrei ricordarla? E ricordo anche che mi allontanai dall’altra parte del locale. Aspettando che tu mi cercassi tra il pubblico per restituirmela. O un bacio sulla guancia. Ma tu non ti spostati da lì.

(Pausa).

GILLES Tutto era stato catturato da quella carezza. Ricordo questo. Di quella sera ricordo la tua carezza e nient’altro. Ricordo che non sapevo che fare.  Ricordo che non volevo che quell’azione finisse in un errore.

JEANNE Eri capace di affrontare chiunque, di notte, in un quartiere malfamato. E avevi paura di sbagliare una carezza. Di dirmi…

(Pausa).

“È più facile uccidere quando non riesci più ad abbracciare”. Era in un tuo libro.

(Pausa).

Io sono più coraggiosa di te.

(Pausa).

Sì, lo sono sempre stata.

(Pausa).

O forse lo ero. Comunque se non fosse stato per il mio coraggio…

GILLES E a cosa è servito?

JEANNE Ad avere dei ricordi. Ad avere dei ricordi, Gilles. Magari un po’ confusi. A tratti sbagliati. Ma ricordi. Per essere qui. Ancora qui. In questo niente. In questo tutto. Con il mare, la luce strana e la sabbia rossa.

(Pausa).

Dai, continua a leggere, per favore.

(Pausa).

GILLES Va bene. (Riprende il libro e legge. Jeanne a volte è distratta, si guarda intorno, guarda Gilles ma non ciò che sta leggendo; segue più i suoi pensieri che la storia). “Ma qualcosa cominciò presto a consumare Serge. Lei gli ripeteva che l’amava. Lui beveva e fumava sempre più e inciderà nel ’71 Histoire de Melody Nelson che racconta l’amore tra un uomo maturo e una quindicenne che finisce in tragedia e la dedica è alla sua giovane donna che da lì a breve avrebbe dato alla luce Charlotte. Andarono a vivere a Rue De Verneuil, al n° 5, come il profumo dello charme francese: la casa dipinta di nero che odorava di donne e innocente peccato. E di Gitanes, cinque pacchetti al giorno. Anzi, a notte: notti a scrivere una sigaretta dietro l’altra e l’alcol. «Ti ucciderai!» gli urlava Jane, lo implorava di darsi una calmata, lo schiaffeggiava e cominciò a fumare pure lei. «Vediamo chi muore prima». Durò invece tanto ancora Serge continuando a fumare e a bere sempre più perché gli avevano detto che l’alcol riduceva gli effetti del fumo, e a scandalizzare, come col disco di Jane Lolita go home con lei nuda in copertina e il film intitolato come il suo strepitoso successo Je t’aime, moi non plus nel ‘76. Quando la pellicola uscì, fu definita pornografica e la coppia aggredita da ogni parte. Il regista François Truffaut la difese, ma per due anni Jane Birkin non riuscì a trovare uno straccio di ruolo e con Serge si mise a fare la pubblicità. Quando Serge fece un nuovo disco, questo fu L’home à la tête de chou, un concept album noir con la protagonista che è uccisa con un estintore e il suo assassino finisce in manicomio con la testa rosicchiata dal coniglietto di Playboy come fosse un ortaggio. A rosicchiarlo a Serge continuavano a pensarci l’alcol e il suo fumo. Rientrava a casa ubriaco fradicio e mostruoso. Trasformato in Gainsbarre. «Gainsbarre, nome inventato che descriveva un completo nichilista. Gainsbarre rideva di Gainsbourg e prendeva in giro Ginsburg, ma tutti e tre erano dentro di lui, come in una matrioska», disse anni dopo Jane, che intanto non ne poteva più, litigavano sempre. «Una Gitane non ti tradisce» diceva lui quando un giorno Jane…”

JEANNE (Interrompendolo). Ma dove stai leggendo? Non era lì, hai saltato le pagine, dà qua, lasciamo stare, va, che è meglio. Dai. È troppo triste questo libro.

(Gilles sorride. Lei gli toglie, con delicatezza, il libro dalle mani e lo rimette sul comodino. Prende un pacchetto di sigarette dalla borsa e se ne accende una).

Vuoi? (Gli porge la sigaretta dopo una boccata. Gilles fa di no con la testa). Già, non fumi.

GILLES Non mi piace.

JEANNE Neanche a me. Giusto una ogni tanto. Vedi, è un pacchetto da dieci. (Fa ancora un paio di tirate e spegne la sigaretta su un posacenere sopra il comodino).

Dovremmo cercare un altro modo per morire.

(Pausa).

Eppure è una bella storia, quella tra Jane Birkin e Serge Gainsbourg.

(Pausa).

No, è orribile.

(Pausa).

Un libro interrotto e dimenticato, un letto non riordinato, e sì, sembra proprio che chi era qui sia scappato all’improvviso… erano due, come noi. Scappare – scopare. (Sorride).

Che stupido gioco di parole, eh Gilles? Ma se ci pensi, non è poi così stupido, no? Adesso abbiamo un posto dove stare: lontano da tutti. Anche da noi. Scappare – scopare.

(Si mette giù sul letto, poggiandosi sulle gambe di Gilles).

Guarda che strane ombre. (Fa osservando il soffitto).

Che ci facciamo qui? Eravamo noi due, quei due, vero? Non mi ricordo quasi più niente. Ma adesso va bene così.

(Si rimette seduta e apre la camicia di Gilles. Gli accarezza il torace).

Ti depili intorno ai capezzoli e sul petto, come una ragazza lo fa sulle gambe e sotto le ascelle, a volte sul pube, io il pube non lo depilo mai: hai la pelle liscia di una ragazza.

(Jeanne dà un piccolo bacio sul torace di Gilles aprendogli di più la camicia).

E come una ragazza, i tuoi capezzoli s’inturgidiscono. (Dice dopo avergliene leccato uno. Poi gli toglie la camicia).

Ti depili anche le ascelle. Hai sempre un bel corpo, Gilles. Continui ad allenarlo, vedo. Tiri ancora di boxe?

GILLES Sì. A volte.

JEANNE Mmm. (Pausa). Già. È importante avere un bel corpo, ti protegge un po’ dalla solitudine: ti guardi allo specchio, ti senti e… un bel corpo è sempre un corpo in attesa… è importante… ma c’è anche qualcosa di triste in questo.

(Ora Jeanne apre la sua camicia e si guarda il seno nudo; senza alcun sostegno del reggiseno).

Dovrei fare qualcosa anch’io, sto perdendo tono e sono molla sulla pancia. (Si osserva l’addome morbido con qualche piccola piega dalla posizione).

(Gilles mi accarezza il seno indugiando sui capezzoli che cominciano a ingrossarsi e indurirsi, poi la pancia).

GILLES Sei bella così.

JEANNE Molla?

GILLES Così. (Sorride. Sorride anche lei).

JEANNE (Gilles s’inginocchia, mi solleva la gonna e mi toglie gli slip bianchi. Gli poggio un piede sulla spalla e lui mi accarezza il sesso, comincia a leccarmelo mentre lo fisso. Mi tocca anche il piede).

Sei bellissimo, Gilles, quando mi lecchi.

GILLES Sei bella come un film di Bertolucci.

JEANNE (Mi dice staccando appena la bocca dalla mia fica umida tra i peli folti e alzando lo sguardo).

Antonioni, Gilles… era Michelangelo Antonioni, ora sei tu a non ricordare. Non ricordiamo niente… Philippe Garrel. I baci di soccorso. Senza quei baci, quando Nico morì, lui tentò il suicidio. Senza i baci. Senza soccorso.

(Gilles mi guarda in faccia ancora per qualche istante e riprende ad accarezzarmi il sesso. Lo bacia. Mi infila piano un dito nella vagina, la strofina in profondità e seguita a leccarmi. La clitoride. Le labbra. Continuo a guardarlo. A osservare quell’azione su di me che mi ricorda l’amore).

Non mi piace Antonioni: troppo sfacciatamente poetico. Vanno di moda gli occhi, non è ridicolo? Mi fanno male i capelli, ridicolo. E poi la poesia non esiste.

(Gilles non smette di leccarmi e di penetrarmi, ora con due dita. Una, dell’altra mano, è nell’ano. Continuo a fissarlo).

GILLES Allora sei bella come una canzone di Nick Cave. (Le dice fermandosi).

JEANNE E questa in che film era?

GILLES In nessun film. Romantiche, malinconiche, avvolgenti, umide e assassine. Le sue canzoni. Le tue poesie.

JEANNE (Gilles riporta la bocca sulla mia fica. Lascio uscire un po’ di pipì, solo un po’, poche gocce incerte, poi, piano il mio piacere. Gilles mi lecca ancora, bevendomi. Una poesia umida).

La poesia. No, non esiste… e se esiste, dà solo fastidio, è finta, inutile, un inganno. (Si lascia andare di nuovo giù, guarda ancora il soffitto. Porta un piede sul letto, vicino al pube).

Nick Cave era nel Cielo sopra Berlino. “Vi parlerò di una ragazza”. Avrei voluto essere una trapezista. Illudendomi di volare mentre cadevo dal trapezio nel vuoto.

O dall’insegna del Million dollar hotel.

GILLES Mi piace quando cammini a piedi nudi.

JEANNE (Gilles mi accarezza il piede che sfiora il mio pube, ha tolto il dito dall’ano, senza smettere di leccarmi e accarezzarmi il sesso). Le scarpe, i tacchi a spillo, che idiozia, che follia, per troppo tempo non mi hanno fatto sentire la terra dove camminavo. Camminare scalza sporcandomi i piedi della polvere di un altro pianeta.

Di questo posto nel nulla… Zabriskie Point. Bum! From here to eternity. From her to eternity. Da qui all’eternità. Da lei all’eternità.

(Riguarda Gilles tra le sue cosce).

Un’esplosione, e tutto finisce, così. Finire adesso… mentre scopiamo: scappare – scopare, vedi che ha un senso?

 

SCENA V

 

Jeanne e Gilles sono nudi sul letto.

 

JEANNE (Gilles sente sempre più il sapore del mio piacere sulla sua bocca. Forse non l’ha mai dimenticato, questo sapore. Quest’odore forte. Che impregna l’aria e i nostri ricordi a volte scordati apposta, altre perché così succede. Leccarmi tenendomi le labbra aperte, vuol dire ricordare. Esce languido. A volte è lattiginoso, denso. Poi più liquido e trasparente. Mi giro e mi inginocchio sul letto. Lascio scivolare le mani in avanti sulle lenzuola abbassandomi con il busto, facendo aderire i seni al letto. Siamo entrambi nudi. Gilles mi apre i glutei morbidi e mi lecca l’ano con un po’ di peli intorno, mi rimette un dito dentro il culo, che io lascio cedere. E ancora nella fica. La dischiude e la lecca strofinandomi la clitoride. Penetrandomi forte con due dita unite. Il rumore dello sfregamento sembra fortissimo: annulla il silenzio, lo amplifica. Sono inginocchiata come in una preghiera per questo amore, per questo momento che somiglia all’amore. Porto la mano dietro prendendo il membro rigido di Gilles, gli tolgo le dita bagnate e me lo metto dentro la vagina. Lui mi scopa solo qualche secondo, forse un minuto, forse alcuni minuti, non capisco, tra l’attimo e l’eterno, ed esce. Glielo riprendo e lo dirigo sul mio ano umido. Inculami, gli dico. Mettimelo nel culo. Gilles entra piano ma fino in fondo, fino all’intestino. Rimane immobile. Poi si muove, sono ancora pochi secondi, forse ancora un minuto, forse qualche minuto. Cerco di serrare l’ano per tenerlo in me. Lui esce. Mi volto, siamo inginocchiati uno di fronte all’altra, gli tengo il sesso e mi sdraio, le mie gambe aperte, la mia mano lo porta ancora nella mia fica, lui mi afferra i piedi e riprende a scoparmi, li stringe forte, i piedi, stringo la mia vagina sul suo pene, sono fradicia, il suo cazzo scivola fuori e Gilles si sdraia sul letto, allora gli riprendo il sesso, lo masturbo, e mi masturbo, lo porto nella mia bocca, ha il mio odore, il mio sapore, lo succhio, carezzandomi la clitoride, ancora non capisco se per pochi secondi, un minuto, forse di più, poi mi metto sopra di lui rinfilando il suo membro nella vagina sempre più fradicia, sempre di più, è un mare che cola sul suo cazzo, un ginocchio è sul letto, un piede sulla sua spalla, è una posizione scomoda, come il nostro amore, sembriamo un quadro di Egon Schiele, lui fa per togliermi da sé, ma lo blocco con le mani sul petto, con durezza, faccio no con la testa. No, ti prego no. Adesso no. E ripeto):

In una storia, ogni parola, ogni gesto, tutto deve essere al proprio posto, tutto necessario… (Sussurra). E questa è la nostra unica storia, gesti necessari. Solo questi gesti. Queste azioni. Belle, intime, naturali, facili, difficili, scomode.

(Pausa).

Leccami il piede.

(Gilles lo fa togliendo il mio piede dalla sua spalla, mentre continua a penetrarmi nella fica. Sono quasi immobile sopra di lui. Lo guardo incantata mentre la sua lingua mi lecca la pianta e le dita, lasciate rilassate tra le sue labbra. Non si cura della polvere. Della sabbia sul mio piede. Rimaste lì, attaccate alla pelle. Le sue labbra si macchiano di rosso, la sua saliva sulle dita. Ora contratte. Non porto lo smalto sulle unghie. La mia fica cola).

Adesso la bocca.

(Porto il piede indietro e mi abbasso su Gilles fino a baciarlo. È un bacio lungo, pieno di saliva).

I baci di soccorso.

(La saliva per medicare. Poi levo il sesso di Gilles dal mio e, voltandomi, mi porto con il sedere e la vagina sul suo viso).

69 mon amour.

(La mia bocca soffia questa frase sul suo membro, in un sorriso, e torno a succhiarlo, facendo aderire il più possibile le mie labbra al suo sesso rigidissimo, duro come l’alfabeto tedesco. Il mio culo con i glutei dischiusi si abbassa ancora un po’ sul suo volto, sulla sua bocca. Gilles mi lecca sia l’ano sia la vagina; entrambi palpitano, la fica continua a depositare sulla sua lingua liquido di piacere che si fa sempre più abbondante. Sempre di più. Gli cola ai lati della bocca. Il suo sesso sa ancora di me. Sempre di più. Mi giro di nuovo e mi rimetto sopra di lui).

Infilami ancora un dito nel culo, mentre mi scopi.

(Gilles mi penetra l’ano col dito, mentre mi muovo piano sopra di lui. Il suo pene immerso nel mio sesso. Piantato come a non voler più uscire da lì. Aumento il movimento e ora mi strappo la fascia dalla mano, me la mordo, come sempre, come sempre per riaprirmi la ferita. Il membro di Gilles sta per venire in me, lo sento. Io sto seguitando a venire su di lui, adesso con violenza. Ma Gilles, d’un tratto, mi toglie con forza da sé e, girandosi, eiacula abbondante e irrefrenabile sul lenzuolo. Cado sul letto, è un precipitare senza nessun appiglio. Lo guardo, masturbandomi seduta, con rabbia e disperata frenesia, con la mano insanguinata, per finire di venire con lui. Gli occhi lucidi, bagnati. Se è possibile, più della mia fica, adesso bagnata anche di sangue. Arrabbiata e confusa gli dico):

Perché? Eh? Ti ho chiesto perché? Volevo che mi venissi dentro… lo sai… tu non hai mai voluto niente da me, niente!

(Pausa, respira con affanno).

Oppurema che hai fatto in questi anni?

(Gilles non risponde).

Dio, Gilles. No, no, no Gilles.

(Jeanne comincia a piangere).

(Tu sei solo capace di abbassare la testa senza dire nemmeno una parola. Piangi con me. Una volta mi mandasti un messaggio di auguri, era il mio compleanno, e io ti scrissi che ti regalavo le mie lacrime. Erano lacrime belle, di gioia. Avevano un buon sapore. Mi rispondesti che le avresti conservate nella scatolina delle cose meravigliose – per un istante accenna un sorriso, continuando a piangere –, mischiandole alle tue. Ma non abbiamo mai pianto insieme. Se solo ne fossimo stati capaci. Se solo le tue lacrime si fossero realmente mischiate alle mie. Sulle labbra. Se solo ne avessimo assaggiato il sapore. Forse ci saremmo salvati. Piangi con me. Ma è inutile. Tieni la testa abbassata. E io piango anche per te. Perché io sono più coraggiosa).

 

SCENA VI

 

Jeanne non piange più. La mano è di nuovo fasciata. Stanno finendo di vestirsi.

 

JEANNE Viene dal deserto, questa polvere. Solo dal deserto. Il deserto dietro di noi.

Non mi piace più questo posto.

(Si chiude la camicia).

La luce ora è rossa come la polvere perché quello è un altro pianeta. E questo non è neanche l’hotel di Wenders.

GILLES Qual è il tuo stato delle cose, Jeanne?

JEANNE (Alza le spalle, non risponde). Questo me lo prendo. (Prende il libro, ne legge un ultimo frammento, come per distrarre Gilles da quella domanda a cui non vuole rispondere):

“Ancora un disco scritto per lei, Amour des feintes, fu l’ultimo gesto d’amore di Serge per Jane. Un giorno riuscì pure ad accompagnarla al pianoforte in un programma televisivo. Ma non la vedeva quasi più: gli piaceva ritrarla, però adesso non ci riusciva a chiuderla nell’obiettivo della sua macchina fotografica né a disegnarla con le matite facendola somigliante. Lei gli diceva che il disegno era bellissimo, ma non era vero e gli occhi le si riempivano di lacrime. E se non poteva vedere la sua bella Jane, Serge che viveva ancora a fare. E così Serge morì. Si sentivano tutte le sere, lei era a recitare in teatro, lui era sempre a casa. Sarebbe dovuto partire per New Orleans per registrare un nuovo album. Gainsbarre non glielo permise. Il primo marzo del 1991 andò alla festa di compleanno di Bambou in un locale, ma non tirò tardi come ai bei tempi. Tornò a casa e Gainsbarre gli versò da bere. Serge Gainsbourg morì per infarto la notte del 2, da solo – in quella casa nera di ricordi della felicità e del corpo nudo e androgino di Jane che vi girava, dove la sua stanza era ancora intatta.

Lo trovarono la mattina dopo. «Serge a bu trop de cigarettes», scrisse Liberation nel suo articolo in memoria. Jane continuò a cantare le canzoni di Serge, Serge Gainsbourg, l’uomo che aveva amato e che dentro di lei era ancora in vita (sotto terra c’era Gainsbarre – ne era convinta); continuò a cantare le sue canzoni con la sua voce esile mostrando lo spazio tra i denti, perché c’è sempre chi ha bisogno di quei brani per la serata giusta.

Al N° 5 di Rue De Verneuil, qualcuno ha scritto sul muro «Serge è in paradiso, e sta scopando».

Gainsbarre lasciò l’appartamento.”

(Si mette il libro nella borsa).

Sì, è proprio una storia orribile.

 

SCENA VII

 

Nella hall dell’hotel.

 

JEANNE Una pausa. A Parigi piove.

GILLES Solo una pausa.

JEANNE Solo una pausa.

GILLES Il tuo stato delle cose.

JEANNE Sto lì. Lo sai. (Sbatte l’occhio con la lente).

GILLES No, non lo so.

(Pausa).

Reciti ancora?

JEANNE No, non più.

(Pausa).

Non è rimasto niente di quei giorni.

(Gilles la guarda. Lei abbassa gli occhi. Dopo un lungo silenzio, rialza lo sguardo su di lui. Si fissano, per alcuni infiniti secondi).

GILLES È la prima volta che sento la tua voce.

JEANNE (Sorride). Te lo dissi dopo il primo abbraccio. Era vero, hai parlato solo dopo quell’abbraccio. Eravamo l’attrice e il drammaturgo. Ci studiavamo nei nostri movimenti. Nei nostri corpi estranei. Eravamo sudati. Eravamo lì, ma non mi ricordo più dove. Non ricordavamo i nostri nomi. Eravamo due attori. Davanti a tutti. Eravamo da soli. Eravamo insieme ad altri. Eravamo gli esclusi. Eravamo i marginali. (Sorride ancora. Sorride anche Gilles). Tu mi parlasti di Jean Genet. Ti dissi che anch’io rubavo i libri. Ti parlai di Sarah Kane. I lacci degli anfibi intorno al collo. Tutte quelle pillole. Ti parlai anche di Sylvia Plath. Il suicidio è una possibilità, ti dissi. Tu annuisti. Basta superare quel momento e si è salvi. Mi dicesti poi, guardandomi un po’ preoccupato, era come un suggerimento. A volte disegno o faccio altro, e passa, aggiunsi, abbassando lo sguardo. Forse ti sentisti sollevato. C’era un video di David Bowie. Mangiavamo in un bar per pochi soldi. Insalata di riso e Aperol. Cantava Life on Mars? Tu mi spiegasti che la fantascienza non c’entrava niente, quella canzone parlava di disagio familiare e di una trasmissione televisiva. Eravamo due disagiati. La televisione parlò di un altro attentato. Tanti morti per le strade di Parigi. E noi a fare queste cose, ti dissi. Ci pensavo spesso. Si può recitare in un teatro quando fuori si spara? Si può vivere una storia d’amore quando intorno a noi si muore? Ti domandai. Si può raccontarla? Eravamo un uomo e una donna senza risposte. Ti parlai anche di Michel Foucault e di Bernard-Marie Koltès, li leggevo di frequente in quel periodo. Ebbi un brivido. Oggi è un senso di spossatezza. Rende il pensiero languido e vago. Tu mi parlasti di Egon Schiele e di Wally Neuzil. Lui la lasciò per sposarsi. La lasciò per un ordinario matrimonio borghese. Mi raccontasti che quando lui fu incarcerato per una falsa accusa di corruzione di minorenne e per esposizione di disegni pornografici, gliene bruciarono uno in tribunale, lei non lo abbandonò un istante. E lui aveva abbandonato la sua modella preferita e la sua amante. Fummo d’accordo che fosse una cosa orribile. Decidemmo che avremmo fatto un lavoro teatrale sulla loro storia. Tu Egon e io Wally. Ma non avremmo parlato di quell’abbandono né delle loro morti precoci. Il pittore e la sua modella. Solo questo ora ci interessava. Due amanti. Eravamo scandalosi. Qualcuno se ne andò mentre recitavamo. Eravamo sfacciati. Eravamo timidi. Occupa case e ruba, c’era scritto su un muro. Concordammo che fosse giusto. Se ne avessimo avuto bisogno l’avremmo fatto. L’avevamo già fatto. A Place de la République la rivolta era finita. I poliziotti parlavano con le ragazze, fumavano, non badavano a noi. Eravamo rimasti in pochi. Sconfitti più dalla pioggia che non la smetteva da un mese che dalla repressione. Sotto le tende per non bagnarci troppo. Prima che partisse l’ultima corsa del métro la piazza si svuotò. Noi passeggiammo. Non pioveva più. Tu avevi una tua camicia che mi avevi portato per una scena che poi non facemmo. Ce la facciamo solo per noi due, che ci importa, ti dissi. Non tirasti fuori quella camicia. Serge Gainsbourg e Jane Birkin avrebbero ballato nella città deserta di notte. Forse l’avrebbero fatto anche Alain Bashung e Chloé Mons. Si innamorarono dopo un video di lui in cui lei recitava. Era ambientato di notte, in interni. Storie balorde. La loro invece fu una bella storia. Poi lui morì. E lei cantò le sue canzoni, con il grande seno e i capelli biondi. Le cantò per l’uomo che amava ancora. In fondo, pure loro erano due marginali. Anche se il telegiornale aprì l’edizione della sera con la notizia della sua morte, Alain Bashung è morto, fu il primo titolo. Tutta Parigi pianse. Piansi anch’io. La città sembrava uscita dal finale dell’Eclisse di Antonioni. I lampioni accesi, le vie vuote, i palazzi spenti. E noi. Mi piaceva ancora Antonioni. Avevo scritto una poesia. Mi dicesti che era molto bella. Era molto arrabbiata. Ero molto arrabbiata. Avrei voluto ascoltarla dalla tua voce, che ora non era più sconosciuta. Ma non te lo chiesi. E tu non tirasti fuori la camicia. Mi dicesti che era a righine. Maschile. So che mi sarebbe stata bene. Ti sarebbe piaciuto come mi stava. Solo la camicia e niente sotto. Parlavamo d’altro per non mettere fine al nostro incontro. Era troppo presto. Eravamo di nuovo soli. Eravamo io e te. Eravamo e poi non siamo stati più. Quell’abbraccio ci ha fregato. (Pausa). O che ne so. (L’occhio con la lente comincia a lacrimarle. Se lo asciuga. Sembrano le lacrime di un pianto malinconico e sommesso).

La polvere, mi sta graffiando la lente.

(Si guarda intorno nella hall. Adesso innervosita e come persa).

Le mie scarpe. Le mie scarpe, Gilles. Dove ho lasciato le mie scarpe? Aiutami a cercare le mie scarpe.

 

[1] Pubblicato su “Verde” del 12 giugno 2017.

VERDE RIVISTA

EPSON MFP imageGiulia Pex, JG

Sergio Gilles Lacavalla, lo sapete, è il più prolifico dei nostri collaboratori. Una volta al mese leggiamo le sue storie criminaliperiodicamente i suoi attiunici:Jeanne e Gilles, che fa parte della serie Atti di vita e malavita (e contiene al suo interno una bellissima Rock Criminal bonus extra su Serge Gainsbourg), non è mai stato rappresentato in scena e debutta oggi su Verde con una illustrazione inedita della divinaGiulia Pex(inchino).

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    Ascenseur pour l’échafaud [1]

New Orleans è abitata dal diavolo. Cambia spesso indirizzo e ama i luoghi occupati dai musicisti. Musicisti sconosciuti. Musicisti famosi. Glorie sul viale del tramonto e stelle emergenti. Non fa differenza. Quello che conta è il contratto che instaura con il suo inquilino. Spesso senza che l’interessato ne sia consapevole. Avviene così. Un giorno ti ritrovi coinvolto, ed è uno spasso, diciamolo, alcol, droga, sesso, a volte soldi, ore piccole e veloci, musica che sconvolge, sconvolge ogni cosa. E un altro sei morto o impazzito. Prendete Charles “Buddy” Bolden, bene, finì i suoi giorni al Louisiana State Insane Asylum di Jackson prigioniero della schizofrenia. Morì il 4 novembre del 1931 e fu seppellito all’Holt Cemetery, il cimitero dei poveri di New Orleans, con il diavolo che si giustificava dicendo che se non fosse stato per lui nessuno avrebbe, di fatto, inventato il jazz. Proprio così: merito della follia che gli aveva inoculato nel suo strumento, nota (che non sapeva leggere, ma si sa, il diavolo fa magie) dopo nota, dose dopo dose, bicchiere dopo bicchiere. Roba buona quella per i musicisti. Il jazz a New Orleans è dei posseduti. La musica è per gli invasati. È un amore intossicato, il diavolo a fare da terzo incomodo. Colui che dirige la relazione. Il rovina famiglie.

Quella del noto cantante di musica leggera italiano Al Bano Carrisi e di sua moglie, figlia della Hollywood più glamour, Romina Power, cantante anch’essa, fu incrinata dal dolore e dal vuoto, dai dubbi insopportabili per la scomparsa della primogenita Ylenia che non tornò più da un viaggio nella città della Louisiana. Appena arrivata, l’ultimo dell’anno del 1993, prese una stanza al Le Dale Hotel con un musicista di strada chiamato Alexander Masakela. Il 6 gennaio successivo, lasciò la camera e da allora nessuno l’ha più vista. A parte un testimone, Albert Cordova, guardiano notturno dell’Audubon Aquarium of the Americas all’1 di Canal St, che ha affermato di averla vista gettarsi quella sera dell’epifania, verso le undici e mezza, nel Mississippi e da lì non venire fuori. «Appartengo alle acque», sembra avesse detto Ylenia prima di lanciarsi nel fiume. Si disse ripetutamente, e lo pensò anche la polizia, che la colpa fosse di Masakela. Lui parlava con i demoni del Vudù. Non aveva bisogno della stupida bamboletta, la Dagida, su cui conficcare gli spilloni per fare un maleficio. La sua tromba evocava ogni spirito della distruzione. Sempre pieno di stupefacenti da donare alle giovani donne con cui si accompagnava. Fu denunciato da un’ex fidanzata per stupro. Aveva un’influenza negativa su chiunque. Ti manipolava. Ti soggiogava. E eri in trappola. Malgrado le brutte maniere, ti riusciva difficile stargli lontano. Il diavolo che alloggiò nell’albergo da 26 dollari a notte al 749 di St. Charles Avenue nel Quartiere Francese, si sedeva su un lato del letto e lasciava fare. Guardava. Anche Alexander Masakela sparì nel nulla di New Orleans, la città con il più alto numero di casi di scomparsi negli Stati Uniti. La sua parte l’aveva fatta. E bene. Non c’è che dire.

Il diavolo ha una predilezione per le sordide stanze d’hotel della Vieux Carré. Il 23 aprile del 1991 prese la chiave della camera numero 37 della St. Peter’s House, al 1005 dell’omonima strada, e si godé la morte del rocker Johnny Thunders, ormai ridotto a uno zombi dalla tossicodipendenza. New Orleans, in quanto a morti viventi, è il posto ideale. L’ex New York Dolls e Heartbreakers tirò le cuoia con un’overdose d’acido in vena e metadone. Lo trovarono piegato in due tra le fialette vuote di quest’ultimo sul pavimento, ore dopo che una cameriera dell’albergo dagli esterni cremisi l’aveva sentito gridare cose insensate in preda alle allucinazioni. Il diavolo non rispondeva alle urla e gli ficcava la testa nel fondo delle sue mostruose visioni. L’anticamera dell’Inferno. Sable Starr, la sua ex ragazza, luccicava con un occhio nero e un labbro spaccato, senza un dente, il sangue le colava dalla bocca. Se ne stava lì a scopare con chiunque e lui non riusciva a capire chi fossero i suoi amanti e la riempiva di lividi, lei allora fotteva ancora di più, con frenesia e divertimento ridendogli in faccia, piangendogli in faccia, venendogli in faccia e abortiva il loro bambino intanto che lui le strappava l’agenda con gli indirizzi di tutte le rockstar che si era fatta, che se l’erano fatta, una pagina alla volta e lei gli sputava sul viso il sangue diventato un fiume, gli riempiva la gola, sembrava avesse il sapore degli orgasmi della reginetta delle groupie. Sable Starr sporca e sgualcita gli diceva di leccarlo, di leccarlo ovunque, sulla bocca, sugli zigomi, dalla fronte, strabordava dalle vene aperte dei polsi e si mischiava al fiume di umori e urina, se la faceva sotto con disprezzo e senza nessun controllo, piangeva e rideva e gli urinava addosso droga e sofferenza per averla ridotta così. «Guarda come mi hai ridotta, sarai contento ora!» «Non volevo. Io ti amavo. Perdonami, Sable amore mio». Ma lei non lo ascoltava e gli distruggeva la Gibson Sunburst del ’57. Gli occhi sbrodolavano mascara nerissimo, mentre si masturbava con un pezzo della chitarra fino a lacerarsi il sesso. Il mascara stava rendendo tutto buio: c’era solo l’odore di fiume, sangue, droga, make up scaduto, profumo da quattro soldi, piacere marcio, urina e paura.

Ci fu chi parlò di suicidio. Forse l’overdose fu solo accidentale. O magari si trattò di un omicidio nel giro degli spacciatori che l’avevano ammazzato con la roba, facendogli passare l’acido sbriciolato per cocaina da farsi in vena. Non avevano altro da dargli e dovevano pur vendergli qualcosa. E lui era andato fuori di brutto e si era fatto il metadone per uscire da quello stato, tanto metadone, peggio dell’eroina, ma senza capacità di controllo nel dosaggio. Ucciso perché aveva molti soldi dietro ed era uno straniero; si disse che avesse con sé diecimila o ventimila dollari. Furono trovati sparsi nella stanza solo pochi spiccioli e qualche banconota, alcune giapponesi del suo recente per una volta fortunato tour in Estremo Oriente. Secondo Dee Dee Ramone gli avevano iniettato l’LSD per rubargli le scorte di metadone che si era portato dietro perché stava provando a disintossicarsi un’altra volta, dopo due fallimentari ricoveri nella clinica di Halzenden. Era arrivato quel giorno a New Orleans per stare lontano dal suo abituale giro di spaccio newyorkese e con l’intento di mettere su una band locale con la quale registrare un disco acustico di blues. Che ingenuo. Che stupido. Come se non sapesse che lì era domiciliato il diavolo. Willy DeVille, che abitava a pochi passi da là, appena a due vie di distanza dalla centrale Bourbon Street, fu chiamato per liberare la stanza del suo amico, dopo che la polizia e l’ufficio del coroner avevano fatto portare via il cadavere già in avanzato rigor mortis. Non si accorse del diavolo – ma probabilmente se ne era già andato, cosa ci stava a fare ancora lì?

Il diavolo che a Willy DeVille aveva tolto i denti con l’eroina e gli ucciderà l’amore. Lo inseguirà fino alle Cerrillos Hills nel New Mexico per portargli via la seconda moglie. Lisa Leggett si impiccherà nel 2001: non aveva resistito al tradimento del marito con quella che sarebbe diventata la sua terza consorte, Nina Lagerwall. Il rimorso. La corsa di Willy in macchina verso il burrone più ripido e più blu delle colline minerarie del Nuovo Messico e un camion che lo ferma in uno schianto sulla fiancata dell’automobile rompendogli un braccio e un ginocchio. Il diavolo aveva deciso che non era ancora il momento di pagare il conto. Si ricorderà di lui uccidendolo per mezzo di un cancro al pancreas la notte del 6 agosto del 2009 in un ospedale di New York. Willy ripensò fino all’ultimo ai suoi amori andati a male e gli venne in mente, in un amaro sorriso, anche quello mai realizzato di Johnny Thunders con Bebe Buell. Non se l’era mai scopata, gli confidava Thunders con malinconica rassegnazione. E lei, sul suo cadavere nella bara prima della sepoltura, alla veglia funebre, glielo rimproverava allo stesso modo di una sera di poco tempo prima al Limelight quando gli disse: «Perché non l’hai fatto con me, eh Johnny? Perché non l’abbiamo mai fatto?» E lui le rispondeva che erano sempre in tempo, no? Anche se lei lo sapeva che ormai era tardi. Ne erano coscienti entrambi. Forse Johnny era anche malato di leucemia, e della tristezza del fallito. “Be’, è proprio così che vanno le cose. Questa città è così fredda. E io sto… sto così così. Ecco perché lo so (dico hey), sono nato per perdere. Nato per perdere. Baby, io sono nato per perdere. Niente da fare. Niente da dire”, aveva cantato in “Born To Lose”. Sì, non c’era altro da dire. L’inferno è il rimpianto. Al diavolo piace farti giocare male le tue carte. Ama i perdenti e ti trova ovunque tu ti nasconda.

La mattina di sabato 21 ottobre 1995 va a trovare Shannon Hoon, che con i Blind Melon avrebbe dovuto suonare la sera stessa al Tipitina’s al 501 di Napoleon Ave. Anche lui era appena arrivato a New Orleans. Nonostante una fidanzata, Lisa Crouse, e una figlia, Nico Blue, splendide, preferì la compagnia della cocaina gentilmente offerta dal demone della Louisiana. Lui ti dà soltanto amanti da amare fino alla fine. Quella fu la fine. L’ingegnere del suono del gruppo, Lyle Eaves, lo trovò morto per overdose sul tour bus. Qualcuno ha detto di aver visto la buffa ragazzina vestita da apetta sulla cover del primo disco della band e che danzava per le strade e i prati nel video di “No Rain”, togliersi gli occhiali e sedersi sul prato a piangere. Intanto che il diavolo cercava un altro indirizzo utile.

Manicomi, stanze d’albergo, case, camper. A un certo punto serviva un intero quartiere da abitare e dal quale guardare la città. Già dagli anni Quaranta del novecento l’assessorato all’urbanistica aveva provveduto a edificare quello che sarà chiamato Magnolia Project, un capolavoro di degrado e criminalità che vedrà sul finire degli anni Novanta e i primi del Duemila il suo massimo splendore di violenza e morte. C’era da sguazzarci tra Glock, stupefacenti e musica rap. Situato su Central City nell’Uptown di New Orleans, chiuso tra Louisiana Avenue, South Claiborne Avenue, La Salle Street e Washington Avenue, il quartiere vide la discesa del suo Johnny Favorite, o, se volete, del suo Harry Angel, nelle sembianze di Garelle Smith.

“L’uomo senza testimoni ha ucciso ancora”, intitolarono i giornali al suo quarto omicidio. Il primo fu quello del più importante rapper del Magnolia, James Adarryl Tapp Jr., in arte Soulja Slim. Al diavolo piace scherzare e per la sua morte scelse il Giorno del Ringraziamento, la festa americana più sacra e timorata di Dio. È il 26 novembre del 2003 e Soulja Slim viene colpito da tre proiettili al volto e uno al torace davanti alla casa che aveva comprato alla madre, Linda Porter Tapp, e al patrigno, Phillip “Tuba Phil” Frazier della Rebirth Brass Band, una celebrità a New Orleans, al 4600 di Lafaye St. nel quartiere di Gentilly. Proprio adesso che con il rap stava facendo i soldi, ormai era un nome nell’ambiente del dirty south, e si teneva lontano dall’eroina, dalla cocaina e dai guai che gli avevano procurato cinque anni di carcere per rapina a mano armata, furto d’auto, spaccio di droga, violazione della libertà vigilata e due attentati dai quali era uscito con cicatrici al torace, alle braccia e a una gamba. Non si è mai saputo chi gli sparò. Non era di certo stato Garelle Smith. Lui aveva dalla sua il diavolo che non gli faceva sprecare un colpo. Alle cinque e quarantacinque del mattino, al ritorno da una serata in un club cittadino, Soulja Slim si ritrovò senza la propria pistola dimenticata nel SUV e con quella del sicario puntata davanti che esplose i suoi colpi. Garelle Smith se ne andò con diecimila dollari in tasca (il prezzo della commissione della quale non si saprà mai il committente) e nuovi incarichi. Un altro rapper, anche se di minore caratura, sarebbe rimasto vittima dei suoi proiettili. Spencer “Funk” Smith Jr. sarà freddato lo stesso anno con le stesse modalità. L’11 dicembre il suo corpo martoriato da numerosi colpi di arma da fuoco sarà rinvenuto accasciato sul sedile di un furgoncino sulla St. Bernard Avenue. Medesima sorte quattro anni dopo per un altro rapper – a essere precisi sarebbe meglio dire aspirante rapper – e spacciatore di professione, Mandell Duplessis, trovato trucidato il 4 agosto ancora a Gentilly, e per Terry Brock, un ventiduenne che il 2 aprile uscendo dal Duck Off Nightclub su AP Tureaud Avenue fu investito da una raffica di pallottole. Non si è mai capita la vera ragione di questi omicidi. Si parlò di rivalità nell’ambiente dell’hip-hop, ma nessuna in grado di giustificare tanta violenza. Il gangsta rap di New Orleans, almeno quello rappresentato dalle vittime, non era al livello economico e di successo di quello della West Coast e di quello della East Coast, l’astio tra le etichette del southern rap non si poteva paragonare alla faida tra la Death Row Records e la Bad Boy Records culminata con gli assassini delle due superstar Tupac Shakur e Notorious B.I.G. Voglia di emulazione di un recente passato che proprio nella morte era già diventato leggenda? Possibile. Quando canti ripetutamente di pistole e omicidi di negri e bang! bang!, puoi anche aspettartelo, dissero in molti. Rancori nel giro della criminalità da cui non ci si riusciva a sottrarre? Forse. Garelle Smith ogni volta verrà arrestato per omicidio e poi rilasciato perché su di lui il New Orleans Police Department non troverà mai nessuna prova certa né testimoni. Garelle Smith è invisibile. Si muove nella città deserta. Ha superato indenne l’uragano Katrina. Garelle Smith è colpevole, è cosa risaputa. Ma la giustizia di New Orleans riesce solamente a incriminarlo per altri reati come porto abusivo d’armi, droga e violazione di domicilio e della libertà vigilata, e anche in questi casi dovrà farlo uscire di prigione dopo breve tempo. “La polizia e il sistema giudiziario sono inetti, questo è il motivo”, accusarono molti quotidiani. Ci penserà il diavolo a mettere le cose a posto. Sabato 15 agosto 2011, gli agenti della omicidi trovano, riverso sull’asfalto di Hamburg Street, Garelle Smith ucciso da alcuni colpi di pistola sparati al viso e al petto. Proprio come Soulja Slim. Nello stesso quartiere. Voleva diventare anche lui un rapper. Nessun testimone. Il gioco del diavolo è chiaro, no?

[1] Pubblicato su “Verde” del 15 maggio 2017.

VERDE RIVISTA

pistolaDemonia, Pistola

Charles “Buddy” Bolden, Ylenia Carrisi, Alexander Masakela, Johnny Thunders, Willy DeVille, Shannon Hoon, Soulja Slim e Garrelle Smith hanno in comune New Orleans, la città del diavolo. E il gioco del diavolo è chiaro, no? Solo Demonia poteva illustrare la nuova puntata di Rock Criminal, la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni.

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  Amor Prohibido  [1]

 

La donna barricata nel furgone rosso è un’assassina ed è grassa. Avrebbe voluto essere come lei, la sua vittima: vita esile, fianchi e cosce torniti, culo alto e tondo da far girare la testa e il resto della giusta misura. Invece, guarda là: bassa e sovrappeso. Nessuno si sarebbe voltato per lei, se non per deriderla. Nessuno l’avrebbe applaudita. Niente lettere d’amore. Era inutile, i fianchi non si snellivano, la pancia strabordava, le gambe erano più larghe che lunghe e il sedere, beh, il sedere non aveva proprio forma. Eppure aveva provato tante volte a mettersi a dieta, a fare un po’ di moto, insomma, a migliorare la propria condizione fisica. Fino a farne un’ossessione. Si era anche diplomata da infermiera per ottenere quelle conoscenze di medicina che l’avrebbero aiutata, magari a sposare un bel chirurgo estetico che sapesse cosa fare del suo sgraziato corpo. Ma era finita a esercitare la professione in qualche ospedale e a domicilio per i malati terminali di cancro. Sai che allegria. Non c’era stato niente da fare. La sfortuna e la genetica erano quelle che erano. Selena Quintanilla-Pérez, per i fan latinoamericani e il mercato discografico solo Selena, era sempre stata bellissima. Yolanda Saldívar non aveva mai avuto una stagione di bellezza. Selena aveva sposato Chris Pérez, l’avvenente chitarrista della sua band, i Selena y Los Dinos. La donna dentro il pick-up GMC bloccato nel parcheggio del motel Days Inn, tenuto sotto tiro dalla polizia e dalle emittenti televisive texane e messicane, è sola, non stacca la Taurus modello 85 dalla sua tempia e pensa che anche alla tv verrà bassa e grassa. Certo, era il suo momento di celebrità, sempre all’ombra della regina della musica tejano, sempre e soltanto la presidentessa del suo fan club e manager dei suoi due negozi di abbigliamento e istituti di bellezza di Corpus Christi e San Antonio, ma per questa occasione avrebbe voluto apparire un po’ meglio, almeno truccata bene, quel tanto da toglierle il sottomento, illuminarle il volto, un’espressione meno arcigna e meno rughe. Un abito che la snellisse. (Sì, come se dopo un omicidio ti danno il truccatore e lo stilista, neanche a dire che poteva portarseli dietro dalle boutique che dirigeva: dalla Selena Etc. era stata licenziata con infamia tre settimane prima, e poi, comunque, quando aveva provato qualche trattamento, non è che avesse avuto tutto questo successo). Vorrebbe che i telespettatori non vedessero chiari nel suo aspetto i motivi dell’omicidio. Poiché è consapevole che quando si arrenderà, le telecamere saranno impietose. Allora non potrà fare nulla per nascondere il fatto che ha ucciso perché è una donna invidiosa e gelosa: se non poteva avere l’avvenenza, la gloria e l’amore, l’amore incondizionato, sconfinato ed eterno di tutta la popolazione latina del Texas e del Messico, della sua mai stata sua Selena, almeno poteva rubarle i soldi e il potere sulle attività commerciali. Era un modo per possedere qualcosa della donna che più ammirava al mondo. E Selena l’aveva cacciata dalla sua splendente vita. Le avrebbe rubato pure la vita.

Piove, il 31 marzo del 1995. È venerdì santo e quella è la passione di Yolanda Saldívar, la sua Via Crucis lunga otto ore a Corpus Christi, Texas. I fan della cantante piangono, pregano e cantano le sue canzoni come un triste, disperato rosario, le radio locali e nazionali interrompono la normale programmazione per mandare la sua musica e lei urla alla SWAT e alla CNU dell’FBI, radunate dall’altra parte della strada davanti alla stazione di servizio Exxon, che si ucciderà se… Se cosa? Non lo sa nemmeno lei. Sa che non le lasceranno la via aperta sull’highway Interstate 37 che porta all’aeroporto internazionale. Sa che se tenterà di scappare, gli agenti scelti saranno capaci di piantarle un proiettile in testa al suo posto – anche se vorrebbero prenderla viva per esibire nei tg l’assassina della più grande cantante Tex-Mex della storia. Ma anche lei non vuole morire. Prolunga l’assedio perché è troppo bello e drammatico essere in diretta.

Aveva dato appuntamento a Selena nel motel su Navigation Boulevard. L’aspetta, seduta sul letto. Voleva vederla a tutti i costi.

«Ti prego», le aveva detto. «Ti prego. Un’ultima volta».

Selena accetta di incontrarla solo per risolvere le questioni finanziare rimaste in sospeso; non aveva nessuna voglia di ascoltare i suoi piagnistei, di sentire altro. Solo per questo si trova nella stanza dell’hotel sull’autostrada.

«Stai lontana da lei», l’aveva avvisata il padre, Abraham Quintanilla Jr. «Può farti del male, più di quanto te ne abbia già fatto».

L’arma nella borsetta, da usare in qualche modo. Forse Yolanda ha già deciso come. Forse no. Forse vuole usarla per convincerla a ritirare il suo licenziamento. A tenerla ancora con sé. Le racconta nei dettagli della violenza sessuale subita due giorni prima a Monterrey, perpetrata da chi non si sa. L’aveva già confessata a Ricardo Martinez, un chirurgo plastico che stava aiutando Selena ad aprire un altro negozio nella città messicana dove risiedeva e dove la Saldívar sosteneva fosse avvenuto il fatto – «Le mandava dei fiori», dirà Yolanda. «Non era solo un rapporto di lavoro». Muore di gelosia. Ne parla prima a lui pensando che possa convincere Selena a incontrarla, visto che Selena non vuole più comunicare con lei; il dottore non le dà retta e chiude bruscamente la chiamata. Non le resta che provarci direttamente. Al telefono le dice per la prima volta della violenza, singhiozza, appare turbata, confusa, ma il marito di Selena non vuole che parli più con quella donna e, soprattutto, che la incontri la sera stessa, a tarda ora, come le supplicava di fare Yolanda, né in qualunque altro momento. Non si fida. Nessuno dei due crede allo stupro. Tutta la famiglia Quintanilla è ostile nei suoi confronti. Le dice di attaccare.

«Alle sette e mezza. Ti aspetto domani mattina alle sette e mezza al Days Inn, ok?», conclude Yolanda.

«Non lo so… porta i documenti», le risponde Selena.

La notte non riesce a dormire. Alle sette e trenta, senza aver detto niente a Chris Pérez, si presenta nel luogo stabilito accompagnata dallo stilista della sua griffe Carlos Morales.

«Chiudiamo la questione economica e poi ognuna per conto suo», le dice Selena, decisa e sbrigativa.

La colazione sul tavolo. Intatta.

«Bevi almeno il caffè o un succo di frutta».

«No, grazie, non prendo niente».

Risulta lampante che la storia della violenza in territorio messicano, della quale Yolanda ha ripreso a parlare, insiste lamentosa, si mostra ancora sconvolta e accusa dolori al basso ventre, è una goffa menzogna creata per impietosirla e perdere tempo, distrarla. Yolanda non tira fuori le carte contabili. Non le restituisce la carta di credito. Non la smette di compiangersi. Selena l’accompagna al vicino ospedale per una visita e farla finita una volta per tutte con quella balla.

«Dai, vediamo davvero come stai. Adesso vieni con me».

La dottoressa che la visita non trova nessuna traccia di stupro. Solo un forte stato depressivo e un paio di lividi che poteva esserseli provocati in qualunque modo.

«Aveva ripreso a sanguinare. La mia vagina, a sanguinare per le lacerazioni», ripete la Saldívar, nonostante l’evidenza della sua bugia. La dottoressa scuote la testa e non sa che dire. Tornano all’albergo, perché adesso Selena pretende i documenti tutti e subito. Ci sono anche dei campioni di profumo da restituire, reclama pure quelli.

«Avanti».

Yolanda le dice che la sua sfiducia è ingiusta, ingiusto il suo tono, le dice che per lei aveva fatto tutto, aveva portato il suo fan club a essere il più importante che un’artista di origini messicane avesse mai avuto. Aveva contribuito come nessun altro al successo dei suoi negozi. Aveva rinunciato alla sua carriera nell’ambito medico e all’amore di un uomo per amare lei, solo lei, la sua stella brillante nel cielo del Texas e nel suo immenso cuore.

Ma no, invece no e no, non aveva fatto niente di tutto ciò, la rimprovera Selena. Aveva sottratto oltre sessantamila dollari dalla Selena Etc. e dal fan club, ne aveva le prove, alza la voce. Aveva falsificato assegni, aveva licenziato molti dei dipendenti delle boutique perché sospettavano delle sue attività illegali (dubitavano di una donna coinvolta in passato in questioni analoghe ai danni di due ospedali), o solo perché non sopportava come la guardavano, come guardavano lei, la sua padrona, il suo amore, solo suo, lo notavano tutti che Yolanda ne era innamorata, «quella lesbica schifosa», come sembra l’avesse definita Quintanilla Jr. Per l’affetto e le attenzioni che lei ricambiava, per la loro dedizione. Tutto era partito dalle indagini fatte proprio da Abraham Quintanilla Jr., manager di Selena e fondatore della prima formazione dei Los Dinos, in seguito alle proteste di molti fan che avevano pagato la quota associativa al fan club senza aver mai ricevuto i gadget che questa prevedeva, e ai racconti di Morales sul suo comportamento in negozio. Da lì a verificare i bilanci delle società fu facile. Un danno di immagine, oltre che economico. Ecco cosa aveva provocato Yolanda l’ingrata. Yolanda Saldívar era una ladra, una truffatrice, un’infedele, una bugiarda. Non meritava niente, se non di finire in prigione. Ma Selena frena la furia del padre e rinuncia a denunciarla in cambio dei documenti, dei campioni di prova di un nuovo profumo da lei sottratti e di non vederla più. Soprattutto questo. Mai più. Fu quel mai più che a Yolanda fece tirare fuori dalla borsa il revolver.

«Avevo portato la pistola perché se Selena non mi avesse creduto mi sarei ammazzata davanti ai suoi occhi. Sì, Vostro Onore, volevo farla finita. Non potevo sopportare quelle calunnie. L’odio di una ragazza alla quale avevo dato tutto e che ora mi scaricava in quel modo», dirà in tribunale. «Poi stava andando via, io l’ho pregata di rimanere, la pistola ancora in pugno, verso di lei, non so perché verso di lei, forse indicavo la porta e… è partito un colpo, non so come».

Il colpo è un proiettile calibro.38 a punta cava, che provoca danni irreparabili. Si conficca nella clavicola destra di Selena, sparato alle sue spalle mentre la cantante sta aprendo la porta rossa della camera per fuggire. Esce. Per circa centoventi metri, attraverso lo spiazzale con le aiuole dell’albergo, si trascina in una lunga scia di sangue che sembra un sinistro strascico di un abito da sposa, per raggiungere la hall. Qui cade a terra. Riesce a dire che la donna della stanza 158 le ha sparato, riferirà in tribunale la vicedirettrice del motel Rosalinda Gonzalez. Sono le undici e quarantanove del mattino. Viene soccorsa subito da Carlos Morales che l’aspettava in macchina ed era accorso sentendo le urla provenire dalla camera e lo sparo. La direttrice generale dell’hotel, Barbara Schultz, chiede alla receptionist Shawna Vela di chiamare il 911. Shawna sta per vomitare per tutto quel sangue. Il direttore alle vendite del motel Ruben DeLeon tenta con ciò che ha sotto mano di tamponare la ferita. Selena gli dice il nome della sua assassina tuffandolo nel sangue. Il sangue è un fiume in piena, travolge tutto: l’incantevole voce di Selena che ce la fa ancora a sussurrare un debole e spaventato «Aiuto, mi sparerà di nuovo, chiudete la porta», poi il suo sguardo che si fa assente, si perde lontano, oltre il momento, oltre il motel, oltre il Texas, oltre i ricordi, oltre i motivi, i suoi sensi che se ne vanno trascinati come una barchetta di carta su un affluente diretto impetuoso verso il mare, fino alla sua luminosa, al punto da accecare, bellissima e tragica vita. L’ambulanza. Un paramedico, Richard Fredrickson, sentendole il battito cardiaco sul collo, capisce subito che non c’è più niente da fare. Ci prova comunque. Le toglie il maglione verde con il quale cerca di rallentare l’emorragia, le applica un tampone di vasellina mentre un altro infermiere tenta un massaggio cardiaco, poi un’endovena, ma l’ago scivola fuori, spazzato via da tutto quel sangue che la sta svuotando rendendola una bambola floscia. Dalla spalla ai piedi. Arrivata al Corpus Christi Memorial Hospital alle dodici, per circa un’ora i medici, guidati dal dottor Louis Elkins, fanno di tutto per ripristinare il sangue perduto e riparare i danni: la clavicola è distrutta, un polmone danneggiato in maniera irreversibile e l’arteria succlavia destra è stata recisa in due. Provano anche ad agire direttamente sul muscolo cardiaco aprendole il torace, ma è un ultimo tentativo disperato. Come tutto il resto, si sapeva. Concitazione, rabbia e lacrime per quella vita di ventitré anni che se ne va dissanguata all’una e zero cinque del pomeriggio.

La donna sul furgone rosso ancora non sa che Selena è morta. A ogni minimo movimento della polizia verso di lei, si porta la pistola alla tempia, ma non si spara. I due negoziatori dell’FBI, Larry Young e Isaac Valencia, cercano di convincerla a gettare l’arma e a uscire con le mani alzate bene in vista. Fino alla sera alle otto, Yolanda Saldívar minaccia di spararsi, e non si spara.

«Perché non l’ha fatto? Perché frignava di voler morire e poi aveva paura che la polizia le sparasse?» Farà notare in tribunale il procuratore distrettuale capo Carlos Valdez. «Perché, se come dice la signora Saldívar, non voleva fare del male alla sua amica ma solo a se stessa, non l’ha prontamente soccorsa? Eppure la signora Yolanda Saldívar è un’infermiera professionista. Non ha neanche chiamato il numero d’emergenza. No, signori giurati. Non credete a questa donna bugiarda che si è inventata uno stupro. Guardate questi vestiti: sono gli abiti che l’imputata indossava il giorno della presunta violenza. Bene, i periti hanno provato che sono stati strappati intenzionalmente e non in un atto come quello raccontato dall’imputata. Sicuramente ha provveduto lei stessa a strapparli. Ma d’altronde la signora Saldívar ha anche accusato in aula il padre della vittima di aver abusato sessualmente di lei più volte e di averla minacciata, puntandole un coltello alla vagina, che l’avrebbe uccisa se fosse andata alla polizia».

La giuria guardò interdetta verso l’accusata: c’era da ridere.

«Vi ricordo che la signora Norma Marie Martinez, cameriera del motel», continuò il procuratore distrettuale, «ha testimoniato di averla vista inseguire Selena Quintanilla-Pérez dopo lo sparo, con l’intenzione di premere ancora il grilletto, la pistola puntata, poi ha desistito, accorgendosi che qualcuno la stava osservando, ed è tornata nella sua stanza. Le urlava dietro “puttana”! Questo le diceva. Le gridava “puttana” e avrebbe voluto finirla».

Yolanda sa che il processo sarà un altro momento di celebrità. Per quell’occasione si sarebbe vestita bene. Forse avrebbe perso un po’ di peso. Si sarebbe sistemata i capelli. C’è il parrucchiere in prigione? Le televisioni avrebbero messo le luci giuste. Non come in quel parcheggio allagato di pioggia con le sirene e i fari così fastidiosi. Avrebbero guardato tutti lei e non più Selena. Sarebbe stata la voce di Selena. Il sinistro ricordo della cantante stampato sulla sua brutta faccia maya. L’avrebbe posseduta per sempre.

Poi avrebbe rilasciato interviste dal carcere alle maggiori emittenti di lingua spagnola. Raccontando verità irrivelabili, come il rapporto extraconiugale tra Selena e il fascinoso chirurgo estetico consumato in sordide stanze d’hotel. False identità. Occhiali scuri e parrucca per non farsi riconoscere. L’“Amor Prohibido”. Avrebbe detto che in realtà la lite, quella disgraziata mattina, era avvenuta proprio per via di quella relazione segreta di cui lei era la sola a essere a conoscenza, per un po’ le aveva retto il gioco, ma ora la cosa si stava facendo seria e pericolosa.

«Sei sposata, figliola. Anche lui è un uomo sposato. Ma che stai facendo, Selena?».

E Selena non voleva ascoltarla. Urlava e rispondeva che era una ladra, come l’aveva convinta il padre per non perdere il controllo sulla figlia, sempre più indipendente, sempre più legata a lei, la sua unica fedele amica, un padre che la costringeva a subire chissà quali inconfessabili atrocità. Come aveva fatto a lei. Sì, avrebbe raccontato una storia del genere. Agli ispanici sono sempre piaciute le telenovela. Ogni tanto avrebbe pianto, mantenendo il controllo, non voleva apparire una squilibrata, ma solo una vittima, anche lei. E avrebbe continuato a sostenere che era stato un incidente. Nient’altro che un maledetto incidente. Il tutto sarebbe andato in onda in prima serata. In prigione c’è la tv.

Il 23 ottobre 1995, Yolanda Saldívar sarà riconosciuta, dalla giuria del tribunale della Contea di Harris a Houston composta da sette bianchi, quattro ispanici e un afro-americano e presieduta dal giudice Mike Westergren, colpevole di omicidio di primo grado e condannata all’ergastolo, senza possibilità di richiedere la libertà vigilata prima di trent’anni. Nelle carceri femminili texane di Gatesville Unit e Mountain View Unit nella contea di Coryell, sarà tenuta sempre in isolamento per timore di ritorsioni da parte della comunità carceraria ispanica e delle detenute affiliate alla mafia messicana, che ha messo una taglia sulla sua testa.

Nove giorni dopo il funerale, il governatore del Texas e futuro presidente degli Stati Uniti d’America, George W. Bush, dichiarerà il 16 aprile, giorno della nascita di Selena, il Selena Day.

Tra gli ispanoamericani del Texas, il nome Selena è stato il più usato per battezzare le bambine nate dopo la sua morte.

Il giornalista John Lannert di Billboard ha detto che con lei è morta la musica tejano.

Selena riposa in una tomba con la sua effigie al Seaside Memorial Park di Corpus Christi. In tanti vi portano ogni giorno dei fiori. Molti hanno scritto frasi d’amore e disegnato cuori per lei sulla porta rossa della stanza 158.

Nel 2002, su ordine del tribunale, il revolver usato per uccidere Selena è stato smontato in ogni parte e gettato nella Corpus Christi Bay.

In prigione, Yolanda Saldívar si è laureata in giurisprudenza per preparare la richiesta della libertà vigilata anticipata; mai accolta. Non è dimagrita.

[1] Pubblicato su “Verde” del 17 aprile 2017.

VERDE RIVISTA

_Se-potessi-eliminare-qualcosa--che-ti-rende-pesante,--di-cosa-vorresti-liberarti---Momusso, Se potessi eliminare qualcosa che ti rende pesante, di cosa vorresti liberarti?

Il 16 aprile 1971, a Lake Jackson (Brazoria, Texas), nasceva Selena Quintanilla-Pérez. Dal 1995, nello stesso giorno, si festeggia il Selena Day, per celebrare “The Tejano Madonna”, l’icona più popolare e di successo della musica latina degli anni Novanta, assassinata a soli 23 anni da Yolanda Saldívar, la Mark Chapman della Tex Mex music. Rock Criminal, la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e (dei sempre più ampi) dintorni, è alla ventiduesima superba puntata.
L’illustrazione è di
Momusso.

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Cuba libre[1]

«No, Chano, qui non siamo a L’Avana. Qui non contiamo nulla. Noi orisha non siamo che poveri disgraziati. Anche tu sei un povero disgraziato. La Santeria, a New York, è soltanto superstizione. E tu sei solo un negro. Come sempre».

«Ti sbagli: io sono Chano Pozo e suono con Dizzy Gillespie».

In effetti, Chano Pozo suonava con l’inventore del bebop, che l’aveva definito: «Il miglior percussionista che abbia mai ascoltato». E aveva tutti i motivi per vantarsene. Ma questo non vuol dire niente quando ti riempiono di piombo: sette colpi di pistola, così, senza tanti riguardi. Come l’ultimo dei negri, di quelli che entrano nei locali dalla porta di servizio. Che negli stati del sud sugli autobus siedono dietro. Di quelli che crepano agli angoli delle strade di Harlem, in sordidi bar. E perlopiù da parte di un gangster da quattro soldi. Un misero boss schernito con il soprannome di “El Cabito”: Eusebio Munoz, un “piccolo caporale” che tirava avanti raccogliendo scommesse clandestine e spacciando erba di pessima qualità. Come copertura, un’attività di riparatore di apparecchi radiofonici. Figuriamoci. Insomma, il più grande percussionista afrocubano sbarcato negli Stati Uniti, l’attrazione de La Conga, la grande sala da ballo di Broadway all’angolo della Cinquantunesima, colui che aveva indirizzato Gillespie verso il latin jazz e suonato alla Carnegie Hall sulla Settima Strada, dove si erano esibiti George Gershwin, Benny Goodman e Duke Ellington, per dirne alcuni, officiante dei sacri riti della Santeria, fatto fuori da una nullità di allibratore alla vigilia di Santa Barbara, sua protettrice; che ridere.

«Stai morendo. Chano, tu stai morendo. Mi senti? Quanto ti manca ancora? Eh? È questione di attimi. Fattene una ragione. Chiedi perdono dei tuoi peccati». (E ne aveva più di qualcuno da farsi perdonare: l’omicidio, anche se sembra accidentale, di un turista in patria e furti, minacce e aggressioni, ma nel quartiere povero e malfamato di El África, dove viveva in gioventù, c’era poco da andare per il sottile, dovevi sopravvivere, quello era il modo). «Torna in stato di grazia, Chano, e ci si rivede di là. Ormai io non posso farci più niente. Mi spiace».

«Aspetta un momento. Non credere di cavartela così. Mi spiace, ma certo; tutto qui?», disse Chano, ansimando. «Ricordati che tu senza di me non esisti. Ti rendi conto che se sei qui è solo grazie a me? Sono stati i miei tamburi a evocarti».

Era vero. L’orisha Changò, colui che rappresenta tutte le doti e i difetti del maschio, santo della virilità, della guerra, del fuoco e del tuono, della musica e della danza, sincretizzato con quella femmina guerriera di Santa Barbara, si era materializzato grazie ai tamburi batá di Chano, che l’aveva preso come orisha guida. Luciano “Chano” Pozo González era un maestro in queste cose e aveva conquistato una certa fama a Cuba nel giro della Regla de Ocha e nelle cerimonie dell’hacerse el santo, quando l’orisha prende possesso della tua essenza terrena. Ma al 25 di Lenox Avenue anche i santi si scordano di essere tali. Il futuro da predire è solo uno stupido gioco su una tavoletta di legno circolare.

Chano ancora sperava che il suo santo protettore lo avrebbe salvato come quella volta, anni prima, a L’Avana: alla Società degli Autori, gli spararono quattro colpi per una questione di diritti d’autore non pagati che lui reclamava; due proiettili gli si ficcarono alla base della spina dorsale. Poteva rimanere paralizzato, addirittura morire, e invece, a parte qualche doloretto quando cambiava il tempo e stava troppo in piedi e un’andatura leggermente protesa in avanti, quasi fosse sempre sul punto di attaccare, a volte intimoriva, altre era divertente, ne uscì illeso e forte come prima. Ringraziò con generose offerte e devozione eterna. Era devoto, grande e forte, Chano. Fortissimo, tanto da essere assunto dal losco uomo d’affari cubano Alfredo Suárez come guardia del corpo, autista ed esattore. Fortissimo da vincere ogni scontro nel circuito dei combattimenti più o meno legali de L’Avana. Il sole dei Caraibi attenuava qualsiasi dolore e lo rendeva invincibile. Ma a New York fa freddo a dicembre. E il freddo non aiuta. Sembra spaccarti le ossa. La schiena in certi giorni si blocca. Eppure Chano continua a sentirsi forte. Fortissimo. Anche quando prende per il bavero Eusebio Munoz e lo insulta, lo minaccia di fracassargli quella brutta faccia da cazzo che si ritrova se non gli ridà indietro i suoi soldi, buttati via per venticinque schifosissime sigarette di marijuana che “El Cabito” gli aveva venduto la sera prima al La Palma. Più che di erba sembravano fatte di origano. E a Chano mica lo freghi. Lui ha bisogno di quella roba che lenisce i dolori. Lui non si fa prendere in giro da nessuno. Quando riscuoteva i debiti per Suárez, fratturava braccia e gambe come niente fosse se non pagavi, e subito. Capitava anche se pagavi, tanto per dare l’esempio e per il disturbo. «Inutile che piagnucoli e inventi scuse: tira fuori quanto devi. Non fartelo ripetere». Questo era suppergiù il tono. Se eri fortunato, o eri un giocatore di biliardo, ti spezzava solo i pollici.

Il bar tra la Centoundicesima e la Centododicesima è pieno di gente e tutti assistono alla scenata. “Il Piccolo Capo” appare ancora più piccolo di quello che è, minuscolo, umiliato davanti a tutti. Chano lo sovrasta con la sua stazza, lo sbatacchia per bene, ottiene i suoi soldi e ride di lui, non gli rompe niente, ora è un musicista di rispetto e certe cose non le fa più, e lo manda via dal Rio Bar & Cafeteria a calci in culo ridotto a un microbo di vergogna. Ma Eusebio Munoz è un boss nel quartiere e deve difendere il suo onore, non può permettere al primo arrivato di trattarlo così, a Harlem ha la sua reputazione.

Solo le nove di sera del 3 dicembre del 1948 e “El Cabito” è tornato armato. «Ehi, Chano», lo chiama per nome. Ha un sorriso beffardo stampato in volto. Tutti restano immobili. Non trema. Ride pieno di rabbia e non trema, quando Chano si volta e lui mira al cuore facendolo esplodere scaricandogli la pistola addosso. L’orisha Changò non può fare altro che restare a guardare. Come i clienti del locale. Increduli. Lui un po’ meno. È pur sempre un santo e conosce il peccato e le miserie umane. Miguelito Valdés, il cantante e amico d’infanzia di Chano, che lo aveva convinto a raggiungerlo a New York City l’anno precedente, gli ripeteva di tenersi lontano dai guai. Per lui era facile, lui era un bianco. Lo comprendeva meglio il compositore, clarinettista e sassofonista Mario Bauzá, che lo aveva presentato a Gillespie. Entrambi però alla notizia di quanto era accaduto rimasero senza parole. Non ci volevano credere neanche loro. Allibiti e pieni di dolore anche Cab Calloway, Duke Ellington e Count Basie, il giovane Tito Puente e Dizzy Gillespie che ripeteva «non è possibile, non è possibile». El Tambor de Cuba cade lentamente a terra. Sembra che Changò lo accompagni al suolo. Può fare soltanto questo, stargli vicino negli ultimi istanti di vita terrena. Chano si aggrappa a lui con la poca forza che gli rimane. «Perché non l’avevi previsto, eh? Perché non hai chiamato il balalawo? Perché non l’hai autorizzato alla divinazione? Lui l’avrebbe saputo», gli dice. «Dov’è la tavola di Ifà? Perché non mi hai protetto?» Arriva pure Santa Barbara, ha con sé un po’ di cibo, del caffè, cioccolata, un sigaro di quelli buoni e una bottiglia di rum invecchiato bene, per quando Chano sarà un eggun, uno spirito, e ne avrà bisogno. Non è mai stata così bella. «E tu dov’eri?», le chiede Chano, sempre più debole, il battito cardiaco ridotto a un sordo rumore di fondo fuori tempo; il re del ritmo senza più ritmo. «Le tue armi, i tuoi esplosivi: niente. Domani è la tua festa, vedi, ho messo la camicia bianca e la cravatta rossa, i tuoi colori. Avrei suonato i miei tamburi per te. Solo per te. Come ogni 4 dicembre. Ti piace “Cubana Be, Cubana Bop”? Ecco, l’avrei suonata per te. E “Manteca”? Oh ti avrei dedicato anche questa. Non è vero che si riferisce alla gānjā – non sarebbe troppo ironico? È un mio omaggio a te. La senti? Sta girando sul Wurlitzer 1015. Te l’avrei suonata insieme a Dizzy. Dizzy sarebbe stato d’accordo. Lui mi vuole bene. Vuole bene anche a te, me lo ha detto. Sai, bellezza, tu sei l’unica donna che mi ha resistito. Eri gelosa? Le altre non hanno mai contato molto per me. Davvero. Te lo giuro. Era te che amavo». Ma neanche Santa Barbara può fare qualcosa, se non posare i doni vicino al suo corpo e piangere un po’: lacrime sante e inutili. Non un miracolo, lacrime vere, lacrime di donna. Cosa gliene frega a New York dei santi e dei poveri amanti. Poi Chano ha un pensiero che lo fa sorridere con amarezza e il dolore al petto si fa insopportabile: «È buffo, morire per mano di un bandito da strapazzo in terra straniera. Tanto valeva crepare a L’Avana, ammazzato da un gangster vero, da uno yankee, uno di quelli che si sono impossessati della città con la complicità del caro Fulgencio Batista; oh, lui sta lì e aspetta la rivincita, che arriverà, statene certi, arriverà. Che ne so, gente come Meyer Lansky del Sindacato Ebraico di Cosa Nostra. Lui mi piaceva: i suoi modi, la sua determinazione, la sua eleganza, col Panama Montecristi». Un vero boss, che magari l’avrebbe tolto di mezzo mentre suonava in un casinò tra giovani puttane mulatte. L’Avana era la città del turismo: tradotto in dollari, del gioco d’azzardo e della prostituzione. Meglio di New York. Luciano “Chano” Pozo González muore invece con il suo brano confuso a frammenti sfocati dei suoni del carnevale cubano di cui lui era il rumbero numero uno (vorrebbe accennare un passo di danza, era un grande ballerino, ma come fa?) e al vociare già annoiato degli avventori di uno squallido bar nel quartiere dei neri, ucciso da uno con il nome latinoamericano come il suo. L’orisha Changò e Santa Barbara gli chiudono delicatamente gli occhi, si alzano e, senza guardarsi intorno, si prendono per mano. Vanno via abbracciati, tanto stretti da diventare una sola cosa, un’unica entità. Spariscono per le strade gelide di Harlem. Forse si dirigono al porto per imbarcarsi su una nave che fa ritorno a Cuba. Al caldo. In attesa di tempi migliori.

[1] Pubblicato su “Verde” del 20 marzo 2017.

VERDE RIVISTA

rockcriminal21_pexGiulia Pex, Chano Pozo

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. Chi era Luciano Chano Pozo González? Il più grande percussionista afrocubano degli Stati Uniti, il migliore secondo Dizzy Gillespie, ma alla fine quando ti riempiono di piombo non vuol dire più niente (che ridere).
L’illustrazione inedita è di Giulia Pex.

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Seja marginal seja herói[1]

 Arrivano su automobili e motociclette veloci. Vestiti di nero. Un passamontagna a celare il viso. Nessuno conosce la loro identità. Tutti sanno chi sono. Li chiamano grupos de exterminio. Sono agenti e ufficiali della polícia militar, in servizio o in congedo, non ha importanza, che agiscono oltre la legge. Ogni volta l’azione segue lo stesso svolgimento: scendono dai mezzi, sparano e spariscono per le strade di San Paolo. Lasciando morti e feriti – più che altro morti. Se hanno il tempo, danno il colpo di grazia. Se le condizioni lo permettono, decapitano anche – è capitato. Impiccano. Di solito la polizia civile e quella federale non riescono a incriminare nessuno. C’è chi ride del loro operato. Delle commissioni d’inchiesta. Un magistrato fu ucciso per le indagini sugli squadroni della morte. Anche l’obiettivo è sempre lo stesso: gli scarti del capitalismo brasiliano. Quando non ci pensano le divise grigio-azzurre, tocca agli uomini neri ripulire la città. A volte per soldi: pagati dai commercianti che non vogliono fastidi da quegli accattoni, da quei delinquenti delle favelas, o per gli introiti del controllo delle zone di spaccio di stupefacenti nelle baraccopoli – la roba migliore te la dà la polizia, fidati. Altre per vendetta. A ogni poliziotto ucciso dalla criminalità comune corrisponde la rappresaglia. Semplice, logico e lineare. Implacabile. Scordatevi la pietà qui. Ma spesso è solo per il gusto di uccidere e l’odio sociale ereditato dalla passata dittatura. Per lo stress che rende folli.

L’uomo nero è l’incubo ricorrente dei bambini dai denti grandi delle favelas. Il rumore dei motori, i passi degli anfibi, gli spari, li svegliano dai sonni agitati. Qualcuno urla. Pochi piangono. I meninos de rua sono tra le vittime designate senza che nessuno venga a reclamare i loro piccoli e deperiti cadaveri con i polmoni e lo stomaco pieni di colla. I bambini di strada rubano. I bambini di strada spacciano. I bambini di strada sono armati. I bambini di strada crescono. I bambini di strada vorrebbero morire: una dolce morte sulla spiaggia dei ricchi e dei turisti, dopo un coloratissimo e abbondante gustoso gelato. I bambini delle favelas che invece continuano a sognare, sognano di diventare tanto grandi e cattivi da fargliela pagare agli uomini in uniforme e ai loro fantasmi bui che massacrano i compagni e i propri genitori, i fratelli maggiori, gli zii. Non c’è altra ragione per sopportare una vita da schifo e miseria. Anche se nella favela niente vive a lungo. È tutto per quel poco di vita. Le baracche hanno pareti di calce e mattoni difformi a nudo. Scheggiati. Porte di lamiera e compensato. I tetti sono di eternit. Se non ti ammazzano la polizia, la droga, la cattiva alimentazione o una gang rivale, il cancro da amianto può fare molto e bene in tempi che neanche ti immagini. Le strade sono strette. Asfalto interrotto dalla terra. Fogne a cielo aperto. Nel lungo cunicolo della favela di Canão, il sole paulista quasi non filtra. Non illumina niente. È tutto così cupo nella baraccopoli di Brooklin, Zona Sud di San Paolo, che il riflesso del metallo di una pistola può accecarti. L’odore della polvere da sparo inebriarti fino a farti sentire un uomo. Ma se hai vissuto nella miseria, muori da miserabile. È la regola. La miseria non ti dà tregua. Ti segue ovunque. Tu non puoi dimenticare. Lei, non vuole. Nella favela tutto si decompone – i denti adulti di quelli che un tempo erano i ragazzini dai denti grandi, i culi alti delle ragazze presto madri sfatte, il culo si allarga e scende come i seni, gli sguardi di donne e uomini si riempiono delle lacrime da crack, sembrano sciogliersi, l’intestino si liquefa, vomiti tutto contro un muro macchiato di sangue. La memoria, però, resiste, resiste a lungo, resiste anche al rincoglionimento da droga e stenti. La memoria è odio. La memoria è eterna. Ed è inutile che cerchi di dimenticare, che speri che si possa dimenticare. Qui nessuno dimentica. Perché, altrimenti, cosa ti resta? Da qui non se ne va nessuno.

Mauro Mateus dos Santos alla fine tentò di tenere viva la sua memoria facendo rime sulla dura vita nella favela invece che nell’odio, come se questa memoria potesse essere accettata da tutti, potesse essere una possibilità di riscatto da quell’esistenza da baracca, potesse portarlo oltre il confine della miseria; povero illuso eroe e martire del rap con il nome d’arte di Sabotage. La memoria lo colpì con quattro colpi di automatica la mattina del 24 febbraio del 2003 su una strada poco fuori dalla favela di Boqueirão nel quartiere di Ipiranga, a sud di San Paolo, al 1800 di Avenida Abraão de Morais, al bairro Saúde. Aveva preso con la famiglia un appartamento nella zona residenziale limitrofa alla favela dove era nato e cresciuto e a quella dove aveva vissuto gli ultimi tre anni, per cercare un po’ di pace. Le sue canzoni non l’avrebbero reso un rinnegato. Nessuno avrebbe pensato a una fuga. Ma, come dicevamo, la memoria non dà tregua. Ti bracca. La miseria ti soffia sul collo. Col suo pesante alito di morte. Secondo la ricostruzione della polícia civil, lo spacciatore Sirlei Menezes da Silva gli sparò alle spalle dopo che Sabotage aveva accompagnato sua moglie, Maria Dalva da Rocha Viana, al lavoro e prima che si recasse a Porto Alegre dove era atteso per il Forum Sociale Mondiale. Ormai era una celebrità. Il più importante e influente rapper del Brasile con un album cronaca e manifesto della favela di Canão intitolato “Rap é Compromisso” e una promettente carriera da attore fatta di film impegnati e premiati come “O Invasor” di Beto Brant e “Carandiru”, sulla famigerata casa di detenzione di San Paolo e la rivolta e il massacro del 1992 al Padiglione 9 di centoundici detenuti per mano della polícia militar, diretto addirittura da Héctor Babenco, quello de “Il Bacio della Donna Ragno” con William Hurt e Raul Julia. Ecco, ora l’avrebbero ascoltato anche al di fuori della sua realtà e lui avrebbe parlato delle ingiustizie nelle favelas e dei soprusi della polizia. Avrebbe raccontato le sue esperienze tra droga, crimine, morte, povertà, disperazione, sconfitta, fratellanza e speranza, come faceva in tutte le canzoni. “Nella Zona Sud di Brooklin ho imparato a vivere e a rispettare ognuno”, cantava in “No Brooklin”. “Il rap è impegno, è la mia canzone a tenermi in vita”. Già, in vita. “Un altro mondo è possibile”, era lo slogan del forum dei Movimenti. Beh, lui nonostante tutto ci credeva. Per i suoi tre figli aveva sognato un altro mondo. Ma niente è possibile quando ti porti dietro quella miseria abbracciata stretta al crimine, no? Un corpo unico che ti ha legato a sé. Non puoi lasciarla per uno straccio di successo. Ma cosa credi? Sirlei Menezes da Silva non aveva dimenticato la morte di due uomini della sua fazione nella guerra tra bande per il controllo dello spaccio di stupefacenti nella favela di Vila da Paz, dove si era trasferito Sabotage dopo aver lasciato la natia favela di Canão. Sempre secondo gli inquirenti, il capo delle gang che gestiva il mercato della droga, Euclides Mendez Pessoa, fu ucciso nel 1999 proprio dal rapper che aveva messo su un traffico concorrente: Sabotage lo fece fuori in complicità con il suo socio e amico Durval Xavier dos Santos, detto Binho, assassinato poi per ritorsione il 14 ottobre del 2002 in un’imboscata a Cadeião de Pinheiros 3. La faida era continuata il 9 gennaio del 2003 con l’assassinio di Denivaldo Alves da Silva, conosciuto come Vadão, fedelissimo di Sirlei Menezes da Silva, ormai a capo dell’organizzazione, sempre per mano di Sabotage. Quindici giorni dopo, Menezes da Silva, accompagnato dal fratello di Vadão, Demilson Alves detto Bocão, chiude i conti in sospeso. Due proiettili penetrano nella spina dorsale di Sabotage. Altri due gli perforano il cranio. Muore all’ospedale di San Paolo. Un mese dopo la sua morte, verrà ucciso anche Bocão.

Il 12 luglio del 2010, il giudice Fabíola Oliveira Silva condanna Sirlei Menezes da Silva a quattordici anni di carcere per omicidio. Non credendo alla sua dichiarazione di innocenza e alle accuse per il delitto che l’imputato rivolge alla potente organizzazione criminale Primeiro Comando da Capital. La moglie e i figli non credono invece che Mauro Mateus dos Santos sia stato ammazzato per i legami con la malavita. Sostengono che da tempo era lontano da certi giri. Anzi, smentiscono ogni suo coinvolgimento in attività illegali e gli arresti di anni prima per detenzione di arma da fuoco e spaccio di stupefacenti di cui parlarono i giornali. Tutto troppo facile: uno spacciatore in carcere e un altro morto.

Un’automobile bianca da tempo seguiva Maria Dalva da Rocha Viana. Per questo Sabotage l’accompagnava in ogni suo spostamento. Sabotage fu trovato agonizzante a terra vicino alla sua macchina. Poco più in là c’era un passamontagna nero.

In tribunale, un testimone disse di aver visto Sirlei Menezes da Silva festeggiare la morte di Sabotage. Ma qualcun altro affermò che a festeggiare fossero uomini della polícia militar. Non lo disse però in aula.

“Assassini in divisa, cerca di correre in qualsiasi modo per proteggerti”. (“Favela Sinistra”, Sabotage).

Dieci anni dopo, giusto dieci anni dopo meno qualche giorno, il 4 gennaio 2013, Laércio de Souza Grimas, DJ Lah del gruppo rap Conexão do Morro, viene ucciso insieme ad altre sei persone da uno squadrone della morte davanti a un bar a Rua Reverendo Peixoto da Silva a Jardim Rosana, ancora nella Zona Sud di San Paolo, a Campo Limbo. Da tre grandi macchine nere come i loro abiti sono scesi quattordici uomini e hanno fatto fuoco.

Altri uomini avevano sparato nella stessa zona meno di due mesi prima, il 10 novembre. C’era stato un inseguimento: due moto della polizia militare dietro a una macchina rubata con a bordo tre uomini. C’era stata una sparatoria: i malviventi avevano abbandonano l’automobile per fuggire a piedi, i militari avevano sparato colpendo a morte uno dei banditi. Un altro era riuscito a far perdere le sue tracce, per poi presentarsi in ospedale ferito. Il terzo trova rifugio in una casa a dieci metri da dove avverrà il massacro di inizio anno. Si chiama Paulo Batista Nascimento, ha precedenti per furto, ricettazione e falsificazione di documenti, è ferito anche lui ed è disarmato quando lo arrestano. C’è un video amatoriale che riprende proprio questo momento. Mostra cinque agenti che conduco brutalmente l’uomo verso la macchina della polizia, poi l’immagine si muove e fuori campo si sentono due spari. Pare che Paulo Batista Nascimento avesse provato a scappare. “Atto di resistenza seguito da morte”, e il gioco è fatto. Ma l’uomo non è ancora morto. Entra in macchina con le sue gambe e l’auto lascia velocemente il quartiere. Il canale nazionale TV Globo trasmette altrettanto velocemente le immagini, che porteranno all’arresto degli agenti Marcelo de Oliveira Silva, Francisco Anderson Henrique, Jailson Pimentel de Almeida e Diógenes Marcelino de Melo guidati dal tenente Halstons Kay Yin Chen. L’uomo è morto. Si dice che l’autore del video fosse DJ Lah.

Il grupo de exterminio sembra abbia gridato «Polizia», prima di sparare cinquanta pallottole. Poco dopo, qualcuno ha visto una delle automobili nere ripassare sul luogo del crimine per recuperare i bossoli. Ma ne dimenticano due sull’asfalto: i proiettili sono dello stesso tipo in dotazione alla polizia militare.

Per Samuel Ferreira da Silva, DJ San Mix, produttore dei Conexão do Morro, DJ Lah non aveva ripreso un bel niente, era solo uno scherzo quello di dire di aver fatto lui il video, girato invece probabilmente da un residente di Campo Limbo. Ma a San Paolo si può morire anche per uno scherzo. O per una canzone. I Conexão do Morro, come Sabotage, denunciavano nei loro testi le violenze e gli abusi della polizia. Il video di “Click, Clack, Bang” fa vedere dei giovani che scappano, soldati della polícia militar entrare nella favela con gli elmetti, i passamontagna, mimetiche e giubbotti antiproiettile, visi dipinti, uomini con le mani al muro e le gambe aperte, un misero funerale, la bara di metallo di scarto sotterrata nel campo santo della baraccopoli, la terra la copre ma non sotterra l’odio, una parete piena di piccole lapidi con le foto. Il testo parla di uniformi grigie omicide, dice di tenerti fuori dalla vista dei poliziotti, sono loro che sparano, tu prega per sopravvivere. Il suono delle sirene. “Non voglio morire […] Li vedo uccidere […] E un altro corpo è caduto […] È la legge della favela”.

Nei tre anni precedenti, altri musicisti critici nei confronti della polizia sono stati giustiziati in strada dagli squadroni della morte. L’11 aprile del 2010 Felipe Silva Gomes, DJ Felipe, e Felipe Wellington da Silva Cruz, o MC Felipe Boladão, sono stati uccisi prima di un loro concerto da due uomini scesi da una moto. Il 12 aprile 2011 toccherà a Duda do Marapé, MC Duda. 20 aprile 2012, Jadielson da Silva Almeida, MC Primo, sarò fatto fuori sul litorale paulista davanti ai suoi due figli. Il 28 successivo sarà la volta di Cristiano Carlos Martins, conosciuto come MC Careca. In varie zone di San Paolo e sempre nel “mese della polizia”. Che bella festa.

Nell’inchiesta contro i cinque agenti responsabili della morte di Paulo Batista Nascimento, viene fuori un terzo colpo. È stato sparato sull’uomo dentro l’automobile. Un’esecuzione. Anche se la difesa dei poliziotti parla del tentativo di Nascimento di impossessarsi della pistola dell’agente al suo fianco. “Atto di resistenza seguito da morte”.

[1] Pubblicato su “Verde” del 20 febbraio 2017.

VERDE RIVISTA

sabotage-cabrasMarco Cabras, Rock Criminal

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. Mauro Mateus dos Santos era un povero illuso, un eroe e un martire del rap brasiliano, noto con il nome d’arte di Sabotage: “la memoria lo colpì con quattro colpi di automatica la mattina del 24 gennaio del 2003”, alla vigilia del Forum di Porto Alegre.
Illustrazione di
Marco Cabras.

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SIN CITY[1]

A Las Vegas ci vai per morire. Che tu lo voglia o no. Che tu lo sappia o no. Anche se sopravvivi, sei morto. Las Vegas è per chi ormai è perduto. Banditi, ex politici, cantanti col parrucchino o con il viso tirato dal lifting e playboy abbronzati fuori tempo massimo. Pensionati e turisti illusi che quella sia la vera vita. Che sia ancora un po’ di vita. La più lunga possibile, quasi fino all’eternità dei miti in 70 millimetri. Come le coppie, più o meno giovani, che si sposano nelle cappelle dalle insegne colorate al neon con il coupon dell’agenzia di viaggi tutto compreso, anche Elvis e Marilyn a fare da testimoni. Entrambi vestiti di bianco, come la sposa col mazzetto di fiori in mano offerto dal finto prete. Durano un attimo i matrimoni a Las Vegas: il tempo di riprendersi dalla sbornia. Sono unioni che celebrano gli errori e la fine dell’amore. Il divorzio altrettanto rapido messo a pietra tombale e prezzi vantaggiosissimi. L’ossigeno diffuso dai condizionatori d’aria nei casinò ti tiene su e perennemente sveglio in una replica di esistenza che ti dice che puoi vincere una mano su quel che ti rimane della tua inutile e disperata vita. Un’altra ancora. E ancora una. Ma non è che accanimento terapeutico. Il banco vince sempre. L’ossigeno è per i malati terminali. Sulle pareti delle case da gioco non ci sono orologi. Niente finestre. La morte è l’assenza di tempo. È la luce sempre accesa. Negli interni sfarzosi che riproducono la Roma imperiale o altri fantastici sogni esotici all’americana, roba per cowboy che sanno di stalla e profumi costosi quanto gli Stetson che non si tolgono mai, per giapponesi ed europei che non sanno nulla del loro paese né degli Stati Uniti. Luce di notte nelle grandi vie a troppe corsie; luci cittadine che spente di giorno mostrano il loro inganno di insegne di plexiglass. Luci morte. Gli alcolici gratuiti e disponibili in ogni momento serviti dalla cameriera col culo scoperto e i seni chirurgici in bella mostra ti tolgono quel residuo di coscienza che ti rimane. Rilassati, tanto ormai se sei qui è perché il salto dal mondo dei vivi l’hai già fatto, no? Ti manca solo un breve pezzo di strada. Su, non fermarti adesso. Le portefinestre sui balconi dei piani alti degli hotel che danno sulla Strip sono sbarrate perché non è quello il modo. Meglio lanciarsi dalla diga di Hoover. Meglio il deserto intorno, pieno di carcasse di animali morti. Las Vegas ti fa a pezzi: pezzi di fiches lasciati sul tavolo da Black Jack, pezzi di sesso e sentimenti dimenticati in una stanza d’albergo, slip, calze di nylon, una cravatta da sera e smoking a noleggio sul letto vicino al frigobar e la slot-machine, pezzi del tuo corpo dilaniato seccati dal sole sul terreno roccioso e spaccato, conservati dal repentino freddo della notte.

C’era un uomo. Un cantante. Di lui, di Nathaniel “Buster” Wilson, voce basso dei Fabulous Coasters (Fabulous, proprio come il cartello che ti accoglie in città: “Welcome to Fabulous Las Vegas Nevada”), non restarono che pezzi per riconoscere il cadavere alla morgue dell’ufficio del coroner. Braccia e gambe furono ritrovate sparse in prossimità della grande diga a ventinove miglia dal centro. In seguito il resto del corpo, gettato in fondo al Del Puerto Canyon di Modesto nella confinante California, soffiato dal vento radioattivo del deserto. La testa, mezza staccata dal collo, presentava alcuni fori di proiettile. Le impronte digitali cancellate con l’acido. Il tutto in avanzato stato di decomposizione. Provarono a ricomporre il corpo. Ne mancava ancora qualche parte. A Las Vegas le cose non coincidono mai. L’identificazione avvenne attraverso l’arcata dentale. Sembrava che quello smembramento sintetizzasse lo stato in cui erano caduti i Coasters nel corso del tempo: si erano frammentati in varie formazioni, alcune false; pezzi di un corpo morto con abiti in lamé di cui ormai era impossibile trovare la forma originale. Sì, quel Fabulous puzzava di morte e cause legali per dividersi anche il nome, un marchio. Las Vegas era il luogo giusto per loro, che si esibivano come zombie tutto sorrisi, balletti e grandi voci. Ognuno voleva un pezzo dei Coasters.

Ma i Coasters non rendevano più come un tempo, quando erano il gruppo doo-wop di maggior successo dell’America degli anni Cinquanta e Sessanta con hit come “Poison Ivy” e “Charlie Brown”. Ci si chiedeva sempre, a ogni loro esibizione, davanti a ogni locandina, ma saranno davvero loro? Nessuno ci capiva più niente. Così, il manager dei Fabulous Coasters, Patrick Cavanaugh, ex agente di Marvin Gaye, a suo dire, pensò bene di arrotondare i guadagni mettendo su un giro di assegni falsi, rubati e a vuoto per circa 450.000 dollari, tra Arizona, Colorado, Nevada e California, in cui voleva coinvolgere anche “Buster” Wilson.

«No, non se ne parla», disse Wilson, nervoso, deciso. «Ti denuncerò alla polizia. Sei finito come nostro agente».

«Sei uno stupido, “Buster”. Proprio uno stupido, Non ti conviene», rispose Cavanaugh, con aria di sufficienza, col tono di un sinistro avvertimento.

Forse non stupido. Di certo imprudente. Nathaniel “Buster” Wilson avrebbe dovuto fingere di stare al gioco. Bluffare. Non svelare le carte. E poi, sorpresa: manette e tutto il resto. Ma a Las Vegas si va per perdere. Come dicevamo, per morire. Le pallottole della pistola di Cavanaugh gli perforarono il cranio il 7 aprile del 1980.

Nel 1984 Patrick Cavanaugh fu condannato alla pena di morte per omicidio di primo grado, poi commutata in ergastolo. Con lui vennero ritenuti colpevoli di favoreggiamento, falso, truffa, furto, furto con scasso, la sua quarta moglie, l’ex spogliarellista di Las Vegas Diana Lea, e il suo socio Joseph Cioffe. Furono tutti inchiodati dalla testimonianza della terza moglie di Cavanaugh, Pamela, che disse in tribunale di essere stata minacciata dall’ex marito di fare la stessa fine di Wilson se non avesse partecipato a quel traffico.

«Per spaventarmi mi mostrò un braccio di Wilson dentro un secchio», disse al giudice.

Patrick Cavanaugh morirà il 12 aprile del 2006 nel carcere di massima sicurezza al 4569 della North State Route di Ely, nel Nevada, per la cancrena alle gambe provocata dal diabete. Prima che gliele amputassero.

Las Vegas si beffa dei suoi animatori. Ne butta i resti sulle strade del suo divertimento. Solo chi è morto cerca il divertimento. Solo i morti ti fanno divertire.

Cornell Gunter però non voleva essere un’altra vittima dei Coasters e di Las Vegas. Lui era uno della formazione classica, quella del 1958, quella entrata nel 1987 nella Rock ‘n’ Roll Hall of Fame. Non scordatevelo. Era, nonostante tutto, pur sempre “la Regina dei Coasters”. Non sembrava neanche invecchiato. Il più divertente e glamour del gruppo, con i suoi abiti sgargianti sul corpo da peso massimo di pugilato o wrestling (come lottatore al Caesars Palace avrebbe fatto faville) che facevano invidia al miglior Liberace (per non parlare dell’acconciatura dei capelli), voleva vivere come non mai e rilanciare la propria carriera, mettendo in ombra con una nuova luce accecante tutti quei pezzi dei Coasters in giro per gli States. Aveva da poco finito di registrare un disco ai Paramount Studios di Los Angeles e voleva ripartire proprio da quella Las Vegas che, malgrado le tante serate fatte nei suoi hotel casinò, guardava ancora a bocca aperta come un bambino e attraversava al passo instancabile dei suoi deliziosi atteggiamenti effeminati che avevano così tanta presa sul pubblico – per la comunità gay era quella che si dice un’icona. Jerry Lewis, negli anni Ottanta, lo chiamò, con i suoi Coasters, per ben quattro edizioni consecutive del “Jerry Lewis Telethon”. Una trasmissione televisiva di enorme popolarità in onda dal 1966. Il comico e Cornell erano irresistibili quando cantavano e ballavano il successo del 1958 ”Yakety Yak”: Jerry Lewis con la sua voce e i movimenti da ragazzino sciocco e Cornell Gunter con i modi da boy di prima fila del più grande spettacolo di Las Vegas e l’inimitabile voce da tenore nero. Sorriso bianchissimo a sessantaquattro denti e giacche celeste confetto, bianco neve, nero glitter e rosso aragosta, gilet abbinati con raffinato gusto, candide camicie merlettate. Il Lady Luck Hotel aveva ingaggiato Cornell Gunter & The Coasters per un week end di concerti. Era lunedì 26 febbraio del 1990, meno di una settimana alle date annunciate dai manifesti sulle porte e i muri delle lussuose torri del centro alberghiero al 206 N 3rd Street di Downtown. La Signora della Fortuna tiene il sorriso e il cuore aperti per lui e i suoi elegantissimi ragazzi. Sono le undici del mattino e Gunter è fermo nella sua Camaro azzurra del 78 in un parcheggio all’incrocio tra la Berg Street e Bourboun Way a North Las Vegas. Sta parlando con un giovane uomo di colore di circa vent’anni. Il ragazzo indossa una giacca argentata con tre strisce nere sulle maniche e sul davanti ha lo stemma del Las Vegas Players Club. È fuori dalla vettura al lato del guidatore. Non si sa cosa si stanno dicendo, ma un testimone dice che all’improvviso il tale ha tirato fuori una pistola da una tasca e ha esploso sei colpi verso il cantante. Sembrano colpi sparati in maniera confusa. Solo due vanno a bersaglio. Cornell Gunter riesce a mettere in moto, ma fa pochi metri. Le pallottole entrate nel petto lo hanno ucciso. La macchina si è andata a schiantare contro un muro, mentre il ragazzo si è dileguato nelle strade e nessuno riuscirà mai a scoprirne l’identità. “A Las Vegas puoi fare qualunque cosa, nessuno verrà mai a saperlo”, dice un famoso slogan cittadino. La polizia esclude ogni collegamento con l’omicidio Wilson – i colpevoli sono tutti in prigione. E poi sono passati dieci anni. Anche la pista della droga è presto accantonata. Cornell Gunter non era un tossico. Forse qualche debito con la mafia locale (La Las Vegas del divertimento non dimentichiamoci che fu edificata intorno al Flamingo Hotel del gangster Bugsy Siegel fatto fuori da Cosa Nostra proprio per debiti). Ma anche questa pista sarà presto messa da parte, nonostante le difficoltà finanziarie in cui versava Gunter, al punto che i suoi funerali saranno pagati dagli amici Sammy Davis Jr. e Bill Cosby. La rivalità con le altre formazioni dei Coasters? Ma andiamo. Con Carl Gardner, il leader della line-up originale, colui che deteneva i diritti del nome, era in buoni rapporti. Forse un tentativo di rapina. Forse è stato solo un approccio finito male tra un prostituto e il suo cliente. Forse avevano già avuto un incontro la notte precedente e c’era stato un litigio, non lo aveva pagato, pratiche sgradite, rancore. Un nuovo giovane amante che voleva sempre di più. Chissà. Anche comprarsi l’amore è un modo per morire a Las Vegas. In ogni caso, la Signora della Fortuna cambiò espressione: ora non rideva più. Sembrava avesse gli occhi lucidi. Forse erano solo irritati, per via del sole atomico che gli sbatteva contro. Prima di essere sostituita con un’altra insegna di plastica.

All’uscita della città, lo stesso cartello sulla Las Vegas Strip che dà il benvenuto, sulla facciata opposta dice: “Drive Carefully. Come Back Soon”.

[1] Pubblicato su “Verde” del 23 gennaio 2017.

VERDE RIVISTA

insomnia-joydidiJoydidì, Insomnia

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni.C’erano un uomo, un cantante, un giro di assegni falsi, un corpo fatto a pezzi, una città dove si va per morire e un braccio dentro un secchio; e poi c’erano The Coasters, “il gruppo doo-wop di maggior successo dell’America degli anni Cinquanta e Sessanta.”
Illustrazione di
Joydidì (Insomnia, ink on paper, digital painting).

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Canto di Natale[1]

C’è una strada che unisce due automobili. Una è abbandonata nel parcheggio di un aeroporto. È una Lincoln nera. L’altra, una Cadillac Seville bianca, è finita in fondo a un fosso lungo un argine. Sono distanti due mesi e alcune miglia. La strada è una strada di pioggia, ghiaccio e sangue. Per oltre tre anni quasi nessuno aveva notato tutto quel sangue che strabordava dai finestrini dei veicoli. Rendeva il percorso estremamente scivoloso. L’asfalto ne era inzuppato come i rivestimenti in pelle dell’abitacolo. Quasi nessuno aveva tracciato una linea tra quelle due vetture. Eppure era così evidente. Ovvio. Banale. Terribilmente banale. Bastava guardare in un punto preciso e segnare le coordinate. Seguire la strada da quel punto. Le auto della polizia facevano avanti e indietro senza mai notare niente. Gli agenti si fermavano in uno di quei bar che ti servono un panino, patatine con la salsa e una Cola in macchina, a parlare delle loro famiglie e della star scomparsa. Era su tutti i giornali. Via via in notizie sempre più piccole. Sempre più locali. Ripartivano per una segnalazione dalla centrale. Un eccesso di velocità. Una rapina. Un sorpasso azzardato. Spesso sbandavano e andavano a sbattere sul guardrail delle indagini. Niente. Anche se qualcuno individuò subito quel punto che aveva in sé la soluzione. Era la soluzione. Ma non c’era il corpo. C’è un video amatoriale dove il punto è inquadrato più volte. È dentro una casa. Pare ci sia una festa. Natale è da poco passato. L’albero illuminato e tutto il resto. Forse è il Capodanno. Probabilmente qualche giorno prima. Dovrebbe essere il giorno successivo alla sparizione. Il 28 dicembre 1983. Sessantanove giorni dopo l’incidente. L’incidente era stato mortale. La sparizione non fa presagire niente di grave. Almeno così dice la moglie dello scomparso. Non i genitori: «Abbiamo capito subito che era accaduto qualcosa di brutto a nostro figlio», dichiararono. La camera inquadra quel punto e lui sorride imbarazzato. Lei fa la svampita. Allegra. C’è qualche amico. Tutti si chiedono dove sia finito il padrone di casa. Ma lei continua a ridere e a mostrarsi spiritosa. Esageratamente brillante. Non sembra essere preoccupata della sua assenza. Lui ci prova. Ci prova a ridere. Ma il sorriso è contratto. Appena nervoso. Più falso di quello di Babbo Natale. Con il vestito rosso e la barba bianca di ovatta potrebbe essere un buon Babbo Natale da centro commerciale: i bambini paralizzati dalla paura o dalla vergogna sulle ginocchia robuste e i genitori con i sorrisi inconsapevoli e stupidi delle festività a scattare ridicole foto da cinque dollari. Indossa, invece, un maglione con il collo a V, simile al cardigan che il proprietario dell’abitazione portava in “American Bandstand”. Ma non ha lo stesso fisico. Nessuno ballerebbe davanti a lui come facevano i ragazzi del programma della ABC presentato dal mitico Dick Clark. La casa però è ben riscaldata e non c’è bisogno di muoversi. Il Super 8 si avvicina di più: c’è inequivocabilmente scritto lì cosa sia successo. In quella faccia grossolana e colpevole che il sergente Steve Roach e il capitano Wes Simcox dell’ufficio dello sceriffo della contea di St. Charles avrebbero preso volentieri a schiaffi. Dopo averlo ammanettato e portato via. Lei con lui. Ma la macchina è al Lambert St. Louis Airport, il fiume Missouri nelle vicinanze è ghiacciato in più tratti: nessun cadavere vi può scorrere senza intralci. Anche il lago vicino alla residenza della famiglia Notheis su Pershing Lake Drive è coperto da una lastra di ghiaccio: impossibile caderci dentro. Buono tutt’al più per pattinarci sopra come in una striscia di Charlie Brown. E poi chi ha detto che uno scomparso sia automaticamente morto? Anche se lo scomparso è un cantante un tempo famoso, Walter Notheis Jr., conosciuto come Walter Scott, e sua moglie, JoAnn Calcaterra in Notheis, sposata da quattordici anni, è una donna gelosa. Anche se l’uomo che si trova nella loro casa e prova a sorridere è il suo amante. Lui si chiama James H. Williams Sr., è il titolare di una ditta di impianti elettrici e un farabutto. Sapete come vanno certe faccende: il marito non c’è mai, sempre in giro per concerti, l’elettricista fa i lavori nella sua abitazione e non ci vuole molto a colmare la solitudine. La gelosia, beh quella è un’altra storia.

«È stata la cosa giusta da fare».

«Io non volevo questo».

«Tu lo volevi quanto me».

«Non è vero».

«Sì che è vero».

«Non così».

«Ora smettila di fare l’isterica, tra un po’ arrivano gli ospiti. E tu devi sorridere. Lo volevi quanto me… Ti amo».

«Anch’io ti amo… Sharon, è stato un incidente, non è così? Solo un incidente».

Lui non risponde. Dice soltanto: «Dai, lasciala stare, e vatti a preparare».

Walter Scott faceva il cascamorto con tutte – per questo Doris, la prima moglie, sposata nel 1963, nel 1969 aveva divorziato. Malgrado fosse ormai una star del rock’n’roll sul viale del tramonto, le donne ancora gli cadevano ai piedi. Il bel cantante di Bob Kuban and The In-Men non aveva resistito al successo di “The Cheater” – il singolo al dodicesimo posto nella hot 100 di “Billboard” nel marzo del 1966 che aveva portato nelle chart anche l’album “Look Out for the Cheater” e la cover di “Drive my Car” dei Beatles. E la sua fama si era spenta, dopo l’abbandono del gruppo proprio nell’agosto di quell’anno di euforia, in una mediocre carriera come bandleader dei Guise e poi da solista con la Musicland. A neanche quarant’anni girava con il suo gruppo per locali di terza categoria come una cover band dei bei tempi andati. Il ciuffo cotonato, la voce profonda e lo sguardo seducente da cantante confidenziale che si accendeva paraculo quando intonava il ballabile “The Cheater”. Il pubblico non aspettava che quel momento. “Il baro” prendeva di mira una fan, di quelle un po’ fuori moda che seguono la band fuori moda in un club fuori moda, e dopo averla scaldata con il suo miglior repertorio romantico, non la lasciava fino a quando non se l’era sbattuta nella sua stanza d’hotel. JoAnn lo sapeva, come poteva non sapere delle scappatelle del marito? Andiamo. Ma le tollerava perché, appunto, erano delle scappatelle. I soliti piccoli tradimenti di letto da una notte e via della rockstar con la groupie. Faceva parte del gioco. Ci devi stare. Altrimenti sposati un impiegato di banca e buonanotte.

Ora però c’era la sua nuova corista e ballerina dall’avvenenza che JoAnn se la sognava. Adesso era una cosa seria. “L’imbroglione”, “Il traditore” dei cuori altrui faceva sul serio con lei. Basta con quei locali squallidi e le fan di seconda mano. Per lei voleva qualcosa di più dignitoso. Quei localetti puzzavano di fallimento e fine carriera. E lui invece era tornato a desiderare il profumo inebriante dei giorni di gloria. Per lei. Per lei e lui insieme. Come le grandi coppie del rock. Quanta ammirazione. Quanta invidia. Ecco, di nuovo il successo riunendo la band per il ventennale della fondazione. Ne avevano già parlato. L’avevano annunciato alla televisione. Con Bob Kuban avevano fatto anche una prova per il concerto al Fox Theatre di Saint Louis. Mica l’ultimo dei teatri. Al 527 N di Grand Blvd avrebbero registrato il tutto esaurito. Il cartello di sold out su ogni  porta. I fan in delirio. Il grande ritorno, previsto per il 23 giugno 1984, dei favolosi Bob Kuban and The In-Men nel “Fabulous Fox” appena restaurato, con i suoi quattromilacinquecento posti di poltrone di velluto rosso e i lampadari di cristallo. Avevano parlato, suonato e si erano fatti gli auguri di Natale. Promettendosi un tour e un disco per il nuovo anno. Magari li avrebbe ripresentati Dick Clark. Ma ci pensate? Dick Clark in persona. «Ladies and Gentlemen, Bob Kuban and The In-Men!» Applausi fragorosi. Urla. Qualche svenimento. «… For now, Dick Clark – so long!» E il consueto saluto militare del re dei conduttori. C’era da avere i brividi.

E poi sì, basta anche con sua moglie. Walter Scott aveva preso un appartamento in affitto in un elegante palazzo in centro. Si sarebbe trasferito lì con il suo giovane e bellissimo amore dai capelli biondissimi e le gambe lunghissime. Probabilmente sapeva del tradimento di JoAnn, ma non gliene importava un fico secco. «Meglio così», si diceva: niente alimenti. JoAnn l’avida. «Non devi darglielo per nessun motivo», disse Scott al tecnico del suono che aveva registrato, di fretta, in cinque notti, il suo nuovo disco. «Per nessun motivo mia moglie deve avere questi master-tape. Siamo intesi?» Walter Scott era pronto a una nuova vita. Ma poteva mai JoAnn sopportare la sua nuova esistenza? Walter Scott aveva un brutto presentimento.

«E adesso?»

«Stai tranquilla, ho già sistemato tutto».

«Ho paura».

«Ma non sei contenta?»

«Non lo so… sì».

Pioveva che Dio la mandava, quel 20 ottobre in cui la macchina di Sharon Williams uscì di strada. Lo schianto. La testa deve aver sbattuto. Lei va in coma irreversibile. Tredici ore dopo il marito autorizza l’espianto degli organi. Il caso viene archiviato come incidente.

La scomparsa di Walter Scott è un fascicolo aperto.

Ma rimangono le due automobili. In quella accidentata ci sono odore e tracce di benzina, però il serbatoio non è rotto. La pioggia ha spento l’incendio. Sharon viene trovata dai soccorsi con le gambe verso lo sportello del passeggero, il corpo è scivolato dal sedile. La testa è sotto il volante. Questo perché il sedile del guidatore era stato spostato indietro. Come per dare spazio a qualcuno molto più alto della minuta Sharon. La caduta della macchina non è stata veloce. La botta non è stata violenta. L’auto non ha riportato grossi danni. Ed è precipitata con la parte anteriore in giù. Le ferite sul capo della vittima sono due. E non sono sul viso, ma sulla nuca. La donna è stata colpita con grande forza da un corpo contundente. A questa conclusione arriverà nell’aprile del 1987 la neuropatologa dottoressa Mary Case che darà una svolta al caso di Walter Scott ritenendolo collegato alla morte di Sharon Williams. Il punto.

Nella macchina di Walter Scott non c’è niente. Alla reception dell’aeroporto nessuna prenotazione di un volo a nome del cantante. L’automobile è stata portata lì da qualcuno che voleva far pensare a un viaggio in chissà quale lontana località. Senza alcun motivo. Una fuga inspiegabile per chiunque. Un improvviso abbandono del tetto coniugale. JoAnn, a due giorni dalla scomparsa, annullerà ogni impegno del marito.

Tre anni dopo va dicendo a tutti che il suo nuovo cognome è Williams.

Gli uomini dell’ufficio dello sceriffo non ci mettono niente a ricollegare le due autovetture. Le due morti. Walter Scott è stato ucciso il 27 dicembre da James H. Williams Sr. Quasi sicuramente in casa. A sorpresa. Mentre si alzava dal divano per prendersi qualcosa da mangiare davanti a una trasmissione tv. Su segnalazione del figlio del sospettato, interrogato in un carcere della Florida dove è rinchiuso per un piccolo reato di droga, la polizia di St. Charles il 10 aprile del 1987, dieci giorni dopo la riesumazione della salma di Sharon Williams, scoperchia una cisterna mascherata da aiuola nel giardino della casa di James H. Williams Sr. su Gutermuth Road, a cinque miglia dalla residenza degli ex coniugi Notheis. Lì c’è il corpo semidecomposto di Walter Scott: indossa una tuta da jogging blu con righe laterali bianche e rosse regalatagli per Natale dai suoi genitori. Ai piedi ha i calzini ma non le scarpe. I polsi, le ginocchia e le caviglie sono legati da corde gialle. Ha un buco di arma da fuoco che dalla schiena trapassa il petto. Sembra di una pallottola sparata da un fucile ad alta potenza. Forse un’arma da guerra. Quando gli agenti della scientifica e i vigili del fuoco tirano fuori il cadavere che galleggia nell’acqua, la testa si stacca dalla spina dorsale.

James H. Williams Sr., il 9 novembre 1992 verrà riconosciuto colpevole di duplice omicidio e condannato dal tribunale di St. Louis a due ergastoli, senza possibilità di richiedere la libertà condizionale. Morirà nel carcere di massima sicurezza Potosi Correctional Center nella contea di Washington, Missouri, alle 7 e 50 del mattino di domenica 11 settembre 2011, a causa di un infarto mentre era ricoverato in infermeria. Senza aver mai confessato i suoi delitti. Per JoAnn, accusata di favoreggiamento, la condanna sarà a cinque anni. Entrerà in prigione nell’aprile del 1993.

Le immagini televisive del loro arresto mostrano un uomo e una donna dall’aspetto comune. Insignificante. Gli amanti diabolici erano brutti.

[1] Pubblicato su “Verde” del 19 dicembre 2016.

VERDE RIVISTA

lefil_cortValentina Maini, Le fil

L’ultima puntata del 2016 diRock Criminal, la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni, non poteva che essere un racconto oscuro ma – dunque – natalizio: Walter Scott, The Cheater, era pronto a una nuova vita. Walter Scott, l’imbroglione, aveva un brutto presentimento. Walter Scott, il baro, è stato ucciso il 27 dicembre 1983.
L’illustrazione è di
Valentina Maini (Le fil).

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Mater Memoriae[1]

Atto unico 

In un appartamento. Spoglio. A parte un piccolo tavolo con delle bottiglie di liquori e due bicchieri. Una finestra che dà sulla strada. La luce di un lampione illumina la stanza. È sera.

Lui e Lei.

LUI No, non ti conosco.

LEI Guardami bene.

LUI No. Non ti conosco… Somigli a mia madre, gli stessi occhi truccati di nero… ma non ti conosco.

LEI Ne sei sicuro?

LUI Sì.

LEI Diciamo che non ti ricordi.

LUI E va bene, se proprio vuoi: diciamo che non mi ricordo. Mi ricordo i suoi occhi truccati di nero, quando doveva uscire la sera. Il rossetto rosso, come il tuo. Luminoso. Gli abiti eleganti. E sexy. Ricordo che erano eleganti e sexy, sì, ma non ricordo mai come fossero. Dei vestitini scollati. Suppongo. Corti. Lunghi. Una gonna e camicetta. Tre bottoni aperti. Si vedeva il reggiseno. Scarpe con il tacco a spillo, immagino. No, proprio non ricordo. Il profumo era dolce. Ricordo che sapeva di frutti e fiori, questo lo ricordo bene perché mi baciava sulla guancia e lei era tutta in quel profumo. Probabilmente per questo non ricordo i suoi vestiti. Mi guardava, con quegli occhi così neri. Era davvero tutta in quel profumo e in quegli occhi. Nerissimi. Bui. Lei, al contrario, era solare, seppur con qualche ombra, ma cercava di non darla mai a vedere. Mi lanciava un ultimo bacio prima di lasciare la stanza. Ero ancora in salone e la televisione era accesa. Non ricordo cosa trasmettesse. Di certo non il notiziario. I bambini non si lasciano davanti a un notiziario. Non c’erano neanche i cartoni animati: la sera non trasmettono mai i cartoni animati. Neppure un gioco a premi o un reality, un talent show: lei non sopportava certi programmi. Diceva che rincretiniscono. A questo punto non restava che un film. Inutile provare a ricordare. Ricordo solo quel bacio lanciato dalla bocca con le dita e lo sguardo nero. A volte ci soffiava, sulle dita. E io il bacio lo sentivo arrivare davvero. Sorrideva. Lasciava la stanza. La sentivo attraversare il corridoio. Sì, i tacchi dovevano essere a spillo. Apriva la porta e parlava con qualcuno sul pianerottolo. Non capivo cosa dicessero le due donne. Erano due voci femminili. Ne sono certo. Ma non sono sicuro che fossero due. A volte mi sembrava che mia madre parlasse da sola. La stessa voce. Si faceva delle domande e si rispondeva. O comunque si diceva delle cose. La corrente fredda giungeva fino a me. Anche d’estate era fredda. Portava ancora una scia del suo profumo. Guardavo la tv ma, niente da fare, non riesco a ricordare cosa stessi vedendo. Che film fossero. Di certo film d’avventura o fantastici. Cose adatte ai bambini. Non li ricordo perché ero distratto dal profumo e da quelle parole che sentivo fuori la porta. Non le capivo perché si confondevano con quelle della televisione. Passavano solo pochi minuti, a volte erano secondi, poi la porta di casa veniva chiusa. Ricordo anche il rumore dell’ascensore. Il rumore attutito della porta a molla dell’ascensore che si chiude. Una di quelle porte di metallo che danno l’idea di chiudersi sbattendo e invece negli ultimi centimetri rallentano frenate dalla molla. O da un meccanismo del genere. Le corde portavano la cabina giù. Abitavamo all’attico. Non era possibile sentire l’ascensore aprirsi al piano terra. Mentre l’ascensore scendeva, lei tornava da me. Non era andata via. Aveva salutato quell’altra persona, o aveva smesso di parlare con se stessa, ed era rientrata. Pochi minuti di assenza, sì. A volte soltanto alcuni secondi. Ma quando tornava sembravano passati vent’anni. Era diventata d’un colpo più vecchia. No, non più vecchia: vecchia non è la parola giusta. Più grande, ecco: più grande. Mia madre era molto giovane, avrà avuto ventiquattro o venticinque anni, e quando rientrava era una donna adulta. Sembrava sempre una ragazzina, mi ha messo al mondo che aveva appena diciassette anni, me lo raccontava spesso, senza rimpianti però, con gioia e soddisfazione, con orgoglio. Poi chiudeva la porta ed era adulta. Ma era lei. Non posso sbagliarmi. C’erano momenti in cui ne dubitavo. Ma era lei: gli occhi truccati di nero e il profumo. Il rossetto. Ho sempre pensato che il rossetto avesse un sapore di ciliegia. Un giorno l’ho cercato in un suo cassetto per assaggiarlo. Non l’ho trovato. Penso lo tenesse nella borsa. Non avevo il coraggio di frugare nella sua borsa. Era senza dubbio lei, solo sembrava più grande. Tutto qui. Restavamo seduti sul divano a guardare i programmi televisivi. Io in realtà non li guardavo. Guardavo lei. Di sbieco. Senza farmi notare, anche se credo che si accorgesse che la osservavo. Faceva però finta di niente. Dopo un’ora o due mi metteva a letto. Non parlava mai. Non parlavamo mai. Mi dava soltanto il bacio della buonanotte. Profumato e rosso. La mattina dopo mi faceva trovare una bellissima colazione. Ogni volta che doveva uscire, ogni volta che si truccava in quel modo, tutte le volte che si metteva i suoi vestitini sexy, dico vestitini perché era molto minuta, esile, e quegli abiti sensuali erano anche graziosi, poi sulla tavola c’era una colazione ricchissima: ciambelle glassate al cioccolato, bombe alla crema, biscotti al miele e all’arancia ricoperti di cacao, tortine alla fragola e ai mirtilli, pasta di mandorle e latte e caffè.

«Dai, ogni tanto puoi berlo il caffè», mi diceva.

C’era pure la cioccolata, con tanta panna. Tutta roba fresca. Come appena sfornata.

Lei mi diceva «Mangia».

E io mangiavo, contentissimo per tanta bontà e perché quei dolci me li aveva portati lei. Erano più buoni perché me li aveva portati lei, capisci? Erano un suo dono. Mi guardava soddisfatta.

«Sono buoni, vero?» mi diceva indicando i dolci. Io annuivo con la testa.

«Mangia tutto quello che vuoi. È per te».

Sembrava felice. Anch’io ogni tanto la guardavo, sollevavo lo sguardo da tutto quel ben di Dio per incrociare, con la bocca piena, i suoi occhi. Non erano più truccati di nero. Il rossetto sulle labbra non c’era più. Certe mattine le labbra ce le aveva leggermente screpolate. Non usava il burro di cacao. Diceva che se cominci a metterlo, poi le labbra si abituano e non puoi più farne a meno. Alcune volte c’erano ancora tracce di rossetto. Sbiadite. La bocca era rosa pallido. Sembrava più piccola di quando portava il rossetto. Ancora un po’ di matita e mascara sugli occhi. Solo i residui di chi non si è struccata bene. Del profumo era rimasto solamente un vago aroma tra il dolciastro e l’amaro. Era tornata giovane, come prima di uscire, o meglio, con l’intenzione di uscire. Solo più stanca rispetto alla sera prima. Come se non avesse dormito per niente, o comunque poco. Nella felicità di quel momento c’era una malinconia che non capivo. Lei non mangiava. Non mangiava mai. Era magrissima.

«Su Mamma, prendine un po’ anche tu, dai. È troppa», le dicevo.

«No, grazie amore. Li ho comprati per te. Io non ho fame. Un po’ di caffè per farti compagnia, ok?».

(Lui si ferma nel suo racconto. Resta a pensare, in silenzio, assorto).

 

LEI A cosa pensi?

LUI A niente. Ti va di bere qualcosa? (Indica il tavolinetto con gli alcolici. Poche bottiglie. Alcune vuote).

 

LEI Sì, grazie.

LUI (Si avvicina al tavolo) Non c’è granché. Cosa vuoi? Il brandy e il whisky sono finiti.

LEI Un amaretto va bene. (Lui le serve da bere, non versa niente per sé) E tu non prendi niente?

LUI No, no non mi va niente. Non ho il ghiaccio, mi dispiace.

LEI Fa niente. Non preoccuparti. E poi l’amaretto non va con il ghiaccio.

LUI Ne sei sicura?

LEI Beh sì, non credo. (Beve un sorso). Vai avanti.

LUI Non c’è più molto da dire. Ricordo solo che un giorno mi disse che non sarebbe più uscita la sera. Ma lei in realtà non usciva. Te l’ho detto. Faceva finta. Eppure mi disse proprio così: «Non uscirò più la sera, contento?»

Era sera. Io la guardavo e non sapevo cosa risponderle. Lei allora aggiunse, con un gran sorriso: «Tranquillo amore, ti farò ugualmente la colazione che a te piace tanto. Giuro». Giurò incrociando le dita sulle labbra.

Ricordo che quando mi disse queste cose non aveva gli occhi truccati di nero né il rossetto. Nemmeno il profumo. Ovviamente. Odorava di bagnoschiuma. Spuma di Sciampagna alla rosa e vaniglia. Mi piaceva lo stesso il suo odore. Leggero. Anzi, mi piaceva di più di quando metteva il profumo ai frutti e ai fiori. Tra i fiori di quel profumo la rosa si sentiva appena. Coperta dall’aroma di qualcosa tipo orchidea e fiori d’arancio. Pera e zenzero. C’era un che di triste in quella fragranza. Soprattutto la mattina dopo. Con quel dolce un po’ amaro nei residui di ambra e muschio misti a sudore.

LEI Ne sai di profumi.

LUI Mah, insomma. Quando vado alla COIN o alla Rinascente mi spruzzo sempre sui polsi un po’ di profumo dai tester. Se le commesse non mi guardano, pure dietro le orecchie. Ne metto anche su quelle strisce di cartoncino bianco che servono come promemoria. Leggo gli ingredienti sulle confezioni e annuso i cartoncini. (Pausa).

LEI Dai, continua a raccontarmi di lei. Di quel giorno. Di quella sera.

LUI Non ricordo ancora cosa indossasse. È strano. Dovrei ricordarlo, per via dell’assenza del profumo e del trucco sugli occhi che mi distraevano dal resto. Eppure non lo ricordo. Forse aveva addosso un grande maglione. Per casa portava spesso un maglione che le arrivava a metà delle cosce. Con dei calzini di lana. Lunghi fino alle ginocchia. D’inverno. D’estate invece una camicia. Bianca o a righine blu. C’era anche una maglietta che le piaceva molto. Era di una band rock, Spiritual Front, così si chiamavano. Li conosci?

LEI (Con un sorriso) Sì, certo. (Pausa). Non c’è musica in questa casa.

LUI No.

LEI Perché?

LUI (Alza le spalle). Se è per questo non c’è neanche altro.

LEI Già, vedo. (Si guarda intorno. Lui rimane in silenzio).

LUI Comunque a volte la musica arriva da fuori. E mi basta… C’è il lampione. La sua luce fa arredamento (sorride). Non trovi?

LEI (Sorridendo) Oh sì. (Ancora una pausa di silenzio). Mi dicevi della maglietta.

LUI Era nera, con il disegno, in stile locandina di un film noir anni quaranta, di un uomo e una donna che si stanno baciando. Lei, nell’abbraccio, tiene un coltello verso la nuca di lui, l’uomo fa lo stesso sulla schiena della donna. Sono incorniciati in un teschio. Sopra il teschio c’era il nome del gruppo. Dietro, la scritta “Open Wounds Nihilist Suicide Love”. Ascoltava spesso un disco di quella band. Non ricordo il titolo né come facessero le canzoni. Non ho mai dimenticato però la copertina: c’era un gatto disegnato da C. C. Askew che piangeva immalinconito davanti a S. Pietro. Il sole tramontava dietro la cupola della basilica e il gatto cercava consolazione nel fumo di una sigaretta e suonando una dolente ballata alla fisarmonica. Quando portava quella maglietta, o la camicia, i piedi erano nudi. Tutt’al più metteva delle infradito. A volte danzava su quella musica. Altre su un disco di Nick Cave. Scalza. Se aveva le infradito, le toglieva. Era leggera. Morbida. Sognante. Ma quando si accorgeva che la guardavo, smetteva. Sembrava vergognarsi.

Non ricordo in che stagione fosse quel giorno. Quella sera. Forse aveva ancora l’accappatoio. Anzi no, lei non si asciugava mai con un accappatoio dopo il bagno. Non ho mai visto un accappatoio in casa mia. Preferiva annodarsi un asciugamano intorno al seno. Devo aver sorriso. Lei deve avermi abbracciato. A lungo e forte.

Poi mi ha regalato un albo a fumetti. Rimasi sorpreso, perché non era il mio compleanno. A ogni mio compleanno mi regalava un albo a fumetti e questa volta non era il mio compleanno. Era il numero 280 di Dylan Dog, dicembre 2009, intitolato “Mater Morbi”.  Lo ricordo benissimo: il numero, gli autori, Roberto Recchioni e Massimo Carnevale, la copertina disegnata da Angelo Stano, inquietante, raffigurava Dylan Dog nel giardino della consunsione davanti all’albero degli impiccati, l’albero delle pene – beh in realtà tutte le copertine di Dylan Dog erano inquietanti, mica solo quella. Quella però mi mise addosso un certo senso di angoscia. Come tutto l’albo. Un’angoscia acerba per quell’età, ripensandoci oggi. Ma era pur sempre angoscia. Anche se ancora non sapevo darle un nome. Non paura. Angoscia. Mater Morbi era bellissima. Lunghi capelli neri, la frangetta. E voleva portare via con sé Dylan Dog, imprigionato sul letto di un tetro ospedale.

Mi disse: «Prendi, è per te, un piccolo regalo».

Non capivo perché mi avesse regalato proprio quel numero, che non era neanche quello in edicola ma era uscito già da qualche mese – probabilmente l’aveva trovato in un negozio dell’usato o in qualche fumetteria, di quelle che vendono anche gli arretrati.

«Leggilo», mi disse. Me lo disse con un sorriso triste. Gli occhi forse erano lucidi. Forse le era andato lo shampoo negli occhi. Forse i capelli erano ancora umidi. Forse aveva pianto. Non l’ho mai vista piangere. «Leggilo, amore».

LEI (Manda giù ancora un sorso del liquore, esita, poggia il bicchiere a terra, vicino alla sua borsa, dalla quale tira fuori un altro albo a fumetti. Lo porge a Lui, con delicatezza, accennando un sorriso triste). «Prendi, è per te, un piccolo regalo». (Da lontano, da fuori, arriva una canzone degli Spiritual Front o di Nick Cave & The Bad Seeds).

LUI (Sorpreso) Cos’è? (Prende l’albo, lo guarda, lo sfoglia, legge i nomi degli autori, la data di pubblicazione) Un altro fumetto di Dylan Dog. Questo è uscito da alcuni anni: numero 361, settembre 2016. L’autore della storia è lo stesso di “Mater Morbi”. Sono diversi i disegni, li ha fatti Gigi Cavenago, lui non lo conosco, deve essere nuovo, è bravo, molto bravo. Le tavole, le vignette, sembrano quadri espressionisti. È a colori. La copertina è sempre di Stano. Bello. (Solleva lo sguardo dal fumetto e guarda Lei). Non pensi però che sia un po’ grande per i fumetti?

LEI (Con ancora più dolcezza, con ancora più tristezza) «Leggilo». (Pausa, mentre fissa Lui). «Leggilo, amore».

LUI (Anche Lui la fissa, negli occhi truccati di nero. Quell’ultima frase gli ha come aperto un abisso di malinconia. E ancora un mare di ricordi. Il mare è in tempesta. Poi la bonaccia. Dopo un po’ riprende a sfogliare l’albo. Ne legge qualche pagina, dentro di sé. Lo richiude e legge ad alta voce il titolo in copertina). “Mater Dolorosa”, credo sia il seguito di “Mater Morbi”. Il ritorno della Madre della Malattia. (Solleva lo sguardo mischiandolo a quello nero di Lei). Già, ho capito: neanche tu ti truccherai più gli occhi di nero, vero?

[1] Pubblicato originariamente su “Verde” del 12 dicembre 2016.

VERDE RIVISTA

ritrattobianconero1 Valentina Maini, Senza titolo

Sergio Gilles Lacavalla ci ha chiesto di non anticipare nulla di Mater Memoriae, per non rovinare la lettura di questo atto unico uscito da una quasi improvvisazione durante un workshop teatrale dal significativo titolo Rabbia+Stupore. Ed è una bella sorpresa ritrovare su Verde Valentina Maini, ma alle matite: ebbene sì, i suoi disegni faranno più bello il nostro dicembre.

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Tutti i battiti del mio cuore[1]

 

Si può continuare a vivere nella residenza dei cattivi ricordi? I vicini se l’erano sempre chiesto. La guardavano con diffidenza. Un saluto di cortesia. Mai una chiacchiera cordiale. Ma Barbara non se ne andò da lì. Al 2885 di Central Avenue i ricordi battevano al ritmo di otto colpi di arma da fuoco. E lei continuava ad ascoltarli. Con rimpianto. Con il rimorso. Nessuno l’ha mai capito. Barbara aveva sparato a suo marito. Barbara era innocente della sua morte. Certo, a volte doveva chiudersi le orecchie con le mani. Durava a lungo quel battito. Spesso solo il tempo delle esplosioni. Quando toglieva le mani e guardava dalla finestra il parco di fronte alla grande casa in mattoni rossi, tutto sembrava tornato a posto. Oltre il parco, il lungo viale alberato era tranquillo. La quiete di un quartiere alto borghese di Memphis che non conservava nessuna traccia di tragedia. Il prato sempre ben tagliato. Il giornale ogni mattina davanti alla porta insieme al latte. La porta dei coniugi Jackson era sotto un porticato sorretto da bianche colonne di marmo in stile Graceland versione ridotta, e una mattina il quotidiano lanciato sui suoi scalini riportò la notizia a tutta pagina dell’assassinio del proprietario dell’abitazione: “Al Jackson Jr., il prodigioso batterista del gruppo southern soul Booker T. & the M.G.’s, è stato ucciso”, intitolava il Commercial Appeal. Davanti al viale le macchine parcheggiate ordinatamente. Su una di quelle automobili, una sera, calda della mezza estate del Tennessee, Barbara fu sbattuta con violenza. Era la sua autovettura e l’uomo che l’aggrediva urlandole «Troia!» era suo marito. “Il più grande batterista del mondo”, come l’aveva definito Otis Redding, “uno dei più grandi che siano mai vissuti”, secondo Willie Mitchell, ora stava perdendo i colpi dietro a quella donna infedele.

«Dove te ne vai a quest’ora? Eh?»

«Lasciami stare. Io vado dove cazzo mi pare!»

Lui le teneva la faccia premuta sul cofano.

«Dal tuo amante, non è vero?»

«Lasciami andare, Al!»

«No, tu non vai da nessuna parte!» continuava lui prendendola per i capelli e trascinandola verso la porta di casa.

Lei cade sul prato. Si rialza. Lui la colpisce con schiaffi e pugni. Lei entra correndo dentro l’abitazione e tira fuori da un cassetto la sua pistola calibro .22.

«Non ti avvicinare stronzo o ti ammazzo!».

Esplode un colpo a vuoto. Di avvertimento.

Ma lui si avvicina. Sono le otto di sera. Le luci dell’appartamento sono accese. La porta è rimasta aperta. La zona è silenziosa. Solo il vocio dei televisori che nelle case trasmettono il notiziario o un gioco a premi arriva da lontano.

«Ti ho detto di non avvicinarti o giuro che ti ammazzo! Ti ammazzo Al!»

Lui ride. Al Jackson Jr. non crede alla sua minaccia, si avvicina di più, sempre di più, sprezzante, furioso, cattivo. Lei non può far altro che tenere fede al suo giuramento. Il proiettile centra Al Jackson Jr. al petto. Lui sembra quasi non accorgersene. Il dolore non è poi così forte come immaginava. Quando spararono a Sam Cooke pensava a chissà quale dolore dovesse aver provato. Invece poco o niente. E non è sufficiente a fermarlo. Disarma la moglie. La pistola scivola sotto un divano. Così va nella camera da letto e prende la sua .38. La sua arma è più grande. Lui è più forte. Torna di là e spara. Ma esplode solo un colpo a terra: la ama, nonostante l’odio ancora la ama e non vuole farle del male. Non voleva fargliene neanche prima, ma è che la gelosia lo fa uscire fuori di testa. Il ritmo cambia e lui non riesce più a seguirlo. Respira affannato, ora il torace va a fuoco e ogni forza, qualunque rabbia, sono esaurite, inghiottite da quel piccolo buco sul petto. Crolla sul pavimento e aspetta paziente l’arrivo dei soccorsi e della polizia chiamati da un vicino. Non pensa che morirà. Per un po’ non pensa a nulla. Attende. Placato nell’ira dall’assenza di pensiero.

«Chiami la polizia. La prego, chiami la polizia. E un’ambulanza», aveva detto Barbara all’uomo accorso sul viale. Mentre Al ha tutto il tempo per riattivare un ragionamento e rendersi conto che il suo amore è finito lì, in quella lite e in quei proiettili che hanno urlato il fallimento della loro unione.

È il 31 luglio 1975 e Al Jackson Jr. viene ricoverato presso il Baptist Hospital. Le sue condizioni non sono gravi. Al punto che alcuni giorni dopo sarà ascoltato dal giudice della Memphis City Court Joseph McCartie che il 28 agosto decide di non incriminare per tentato omicidio la signora Jackson in quanto aveva agito per legittima difesa. Ma d’altronde suo marito neanche aveva sporto denuncia, testimoniando a favore della coniuge affermando che voleva ucciderla.

«Cosa poteva fare, povera donna?».

Torneranno a vivere sotto lo stesso tetto rosso. In camere separate e con una copia della richiesta di divorzio nei rispettivi cassetti al posto delle pistole. È solo questione di poco tempo e poi i primi di ottobre Al Jackson Jr. andrà ad abitare in un appartamento in affitto al 1407 di Walnut Hall Court nel Lynwood Woods Complex. Prima di trasferirsi ad Atlanta. Non alloggerà mai nella casa a est di Memphis. Non arriverà mai nella capitale della Georgia.

Eravamo rimasti a tre colpi di pistola. Ne mancano cinque.

La scena sembra una replica. L’unica differenza è che Barbara ora ha le mani legate dietro la schiena. Chiede ancora aiuto. Sono passati appena due mesi e lei chiede di nuovo aiuto.

Il sergente JS Massey vede una donna in lacrime inginocchiata sul prato davanti al 2885 di Central Avenue. Le si avvicina.

«Lo ha ucciso. È morto. L’ho visto. Al è morto, agente. Lo ha ammazzato».

Il poliziotto si precipita in casa e trova Al Jackson Jr. sul pavimento, faccia a terra, colpito da vari colpi di arma da fuoco sparati alla schiena.

Alla stazione di polizia Barbara Jackson racconterà di un uomo di colore sui trent’anni, alto, con i baffi e abiti scuri, che l’aveva attesa sull’uscio di casa e l’aveva costretta a farlo entrare sotto la minaccia di una rivoltella.

«In casa non c’è niente», gli dice lei.

Lui fruga ovunque, anzi no, no dovunque, fa una ricerca sommaria, superficiale, dopo aver legato Barbara a una sedia con il cavo del ferro da stiro trovato nell’abitazione. Forse davvero non c’è niente. Sono ricchi, ma forse non c’è proprio niente da rubare. Quando suonano alla porta, l’uomo slega Barbara per farle aprire. La tiene sotto tiro. È suo marito – perché Al è ancora suo marito. Lui non fa quasi in tempo a entrare che il rapinatore gli intima di sdraiarsi a terra e svuotare le tasche, mentre immobilizza di nuovo la moglie alla sedia.

Lo chiama per nome.

«Svuota le tasche, Al», gli dice proprio così: «Svuota le tasche, Al».

«Non ho niente. E anche in casa non c’è niente», replica lui.

Il ladro lo guarda, ma non aspetta che si metta le mani nelle tasche della giacca e dei pantaloni, gli spara cinque colpi, senza esitazione, uno dietro l’altro, precisi, con mano ferma, prima di fuggire. Lei riesce a liberarsi dalla sedia e a uscire dalla casa. Ecco, adesso il conto torna: gli otto proiettili che rimbalzeranno nella testa di Barbara Jackson e in quell’abitazione in cortina rossa sono stati esplosi.

Finché morte non vi separi. Barbara e Al ora sono divisi per sempre.

«Ma quale rapina, quell’uomo lo voleva morto», disse uno degli investigatori che seguì il caso. «Il ladro non ha neanche guardato cosa avesse addosso. Aveva dei soldi, ma lui non ha guardato. Se ne è andato senza portare via niente. C’erano anche dei gioielli in casa. Sembra un’esecuzione».

Al Jackson Jr. quel giorno sarebbe dovuto andare a Detroit a lavorare al disco del cantante Major Lance, ma aveva rinviato la partenza per assistere alla diretta televisiva dalle Filippine del campionato del mondo dei massimi di pugilato tra Muhammad Ali e Joe Frazier. “Thriller a Manila”, era il titolo dell’evento che Al seguì sul maxi-schermo del Mid-South Coliseum. Era in compagnia della nuova fidanzata e degli ex colleghi della Stax Records, il cantante Eddie Floyd e il produttore e musicista Terry Manning, colui che l’aveva definito “il metronomo umano”.

La Stax Records, già. L’etichetta che gli doveva un sacco di royalties. Da lì a poco era attesa una sua audizione in tribunale come testimone per la bancarotta della casa discografica e per reclamare i propri soldi. Tanti soldi.

«Lo ha chiamato per nome. Mi capisce detective? Per nome. Lo conosceva». Barbara Jackson insinuò il sospetto che la rapina in realtà fosse un complotto della Stax per togliere di mezzo uno dei principali accusatori. Con chi non avevano suonato i Booker T. & the M.G.’s? In pratica tutti gli artisti sotto contratto con la Stax avevano avuto il quartetto per le loro incisioni. E poi erano il gruppo di maggior successo del Memphis sound. Solo la hit “Green Onions” era un affare da milioni di dollari. Soldi. Tanti soldi.

«Andiamo, allora avrebbero dovuto far fuori anche il resto della band o gente come Isaac Hayes, che doveva avere oltre otto milioni di dollari di diritti d’autore arretrati. L’assassino lo conosceva? Beh, Al Jackson Jr. era famoso». La cosa in realtà non reggeva. L’aveva suggerita agli inquirenti una donna che aveva sparato al marito. Una donna sospettata, anche se non formalmente accusata, di aver inscenato la rapina per sbarazzarsi del consorte prima del divorzio. Soldi. Tanti soldi di eredità. Al Jackson Jr. aveva investito i suoi guadagni in una pompa di benzina nella zona sud di Memphis e in pozzi petroliferi che gli fruttavano ogni anno grosse somme di denaro. Poi le quote da chiedere alla Stax. Per non parlare del risentimento che lei ancora provava per il marito. E un amante. Insomma, i moventi non mancavano di certo.

«Ma non capite che è anche questo che volevano? Sì, far sospettare me. Quelli della Stax, intendo. È tutta una macchinazione».

Il 15 luglio 1976, in un conflitto a fuoco con la polizia a Seattle, rimane ucciso un rapinatore di nome Nate Doyle: era il fidanzato della cantante Denise LaSalle, amica di Barbara Jackson e già accusata in passato di aver coperto la fuga del suo uomo dopo una rapina a mano armata nell’Ohio. Il capitano Tommy Smith e il sergente Jim Hester del Memphis Police Department indagarono fino alla pensione, fino alla loro morte, su quattro persone vicine ad Al Jackson Jr.; una vicinissima. Senza mai arrivare a incriminare nessuno. Quel maledetto primo ottobre del 1975 al 2885 di Central Avenue oltre alla Jackson dovevano esserci la cantante soul e rhythm and blues con il suo ragazzo criminale e il nuovo amore di Barbara.

L’amore è ciò che perdona. Non perdonare mai. Il perdono è fatale. Non amare. Non amare più. Lascia il più presto possibile quella che era la residenza dell’amore.

[1] Pubblicato su “Verde” del 14 novembre 2016.

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rockandrollDaniPas, Tavola 4: Rock’n’Roll

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. “Al Jackson Jr., il prodigioso batterista del gruppo southern soul Booker T. & the M.G.’s, è stato ucciso”: così il Commercial Appeal il 2 ottobre 1975, il giorno dopo la misteriosa morte del “più grande batterista del mondo”, come lo aveva definito Otis Redding.
L’illustrazione, da
Dark and Light, è di DaniPas.

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Il Jolly è impazzito[1]

Dal piccolo foro sulla tempia si accede alla centrale del buio. Lì non c’è più niente, se non immagini da incubo. Ogni volta che Jason si tocca la cicatrice, un lampo illumina l’oscurità e l’orrore si mostra. C’è un uomo con una pistola in mano. L’uomo spara: uno, due colpi. Dopo un lungo silenzio arriva il terzo. Finisce lì. La luce si spegne e ritorna il buio. A volte nel buio c’è il soffio di macchine da rianimazione. Le diagnosi dei medici. L’ansia dei parenti e degli amici. E il racconto di quella notte: l’unico ricordo di quella notte è nel racconto. Ma il più delle volte, ormai, ci sono i normali rumori della vita di tutti i giorni. Solo rumori, voci, anche un po’ di musica. Nient’altro. Jason è di nuovo cieco.

Neanche Leslie Ann vide più nulla quando lasciò entrare il monossido di carbonio nell’abitacolo della sua automobile. Chiuse i finestrini, gli occhi, respirò profondamente e aspettò che il buio la inghiottisse. Mai più nessun pensiero su quell’uomo bugiardo e traditore che le aveva ricordato l’udienza per il divorzio prevista per la settimana seguente. «Non ti dimenticare», le disse. Non la guardò in faccia. Un sorriso quasi di scherno a capo basso prima di uscire. Magari solamente d’incoscienza. In tribunale, con i rispettivi legali, lui si sarebbe sbarazzato per sempre di lei, libero di andarsene con una bionda di venticinque anni meno di lui con la quale aveva una relazione da un anno. Senza rimorsi. Così, con la stessa facilità con cui suonava il suo strumento. Con lo stesso modo di fare leggero, per molti buffonesco. Lo chiamavano il Joker. Frank Rosolino, il pagliaccio del jazz. Il più dotato trombonista in circolazione che intratteneva i colleghi con le sue scenette comiche – e quei musicisti si chiamavano Chet Baker, Howard Rumsey, Benny Carter, Buddy Collette, Bob Cooper, Stan Kenton, Dizzy Gillespie, Shelly Manne, Gerry Mulligan, Shorty Rogers: il suo strabiliante trombone e i suoi scatti di buon umore insostituibili per i grandi del jazz. Un vero spasso quel virtuoso dalle origini italiane coi folti baffi e lo sguardo vispo. Tutti ridevano. Aveva avuto anche uno spazio fisso allo Steve Allen Show: suonava, cantava e metteva in scena gag irresistibili. Per ben due anni di seguito, dal 1962 al 1964. Il siparietto di Frank Rosolino era il più atteso dai telespettatori americani.

Ma non scherzava quando disse alla sua terza moglie (per qualcuno era solo la seconda, Frank amava esagerare) che la loro unione, dopo sei anni, era finita. «Ho dato mandato al mio avvocato di preparare le carte», disse.

Non scherzava quando sparò ai suoi figli nel sonno. Dalla pistola non uscì la bandierina con scritto “Bang!”

Anche quel giorno di febbraio del 1972 Jason dormiva. Aveva un anno. Suo fratello Justin, tre. C’era anche una terza bambina, Parris, nove anni, avuta da un precedente matrimonio dalla donna che ora si stava lasciando morire nel garage di casa. Non c’era più bisogno di un giudice né di periti del tribunale e assistenti sociali per l’affido dei bambini. Un ultimo respiro e la sentenza. L’aria di Los Angeles non era poi diversa da quella della notte del 26 novembre di sei anni dopo. A Los Angeles, il cambio di stagione è solo nei cuori dei suoi abitanti. Gas di scarico e polvere da sparo a interrompere il ciclo.

Jason, quell’odore, l’odore del fumo di un proiettile che ti trapassa il cranio, non lo ricorda, eppure a volte gli sembra di sentirlo. È l’odore del buio che si mischia all’aroma del profumo di Diane Armesto. Lei l’odore di pistola che ha appena sparato non se lo toglierà mai dalle narici, dalla pelle, dai capelli. A volte è nelle sue canzoni.

Quando, verso le tre del mattino, entrò in casa, l’odore la travolse. Lo aveva sentito parlare da solo, frasi sconclusionate, che non capì. Frank Rosolino «sembrava impazzito». Poi un botto fortissimo che spalancò la notte più terribile. Tentò di aprire in fretta la porta. Le mani le tremano. Non ci riesce. Ecco, adesso sì. Ha paura. Il suo uomo, l’uomo che aveva rovinato la propria famiglia e portato al suicidio la moglie per lei, per la giovane figlia del compositore John Armesto e del soprano Isabelle Rinker, era riverso tra il tavolo e il divano del soggiorno con l’arma al suo fianco e un buco in testa. E quell’odore pungente. Pare sia ovunque. La luce accesa. Tutte le luci erano accese.

«Era strano: perché tutte le luci sono accese alle tre del mattino?» si era chiesta seduta in macchina fuori dall’abitazione di Van Nuys che divideva con Frank e i suoi due figli. Era appena tornata da una serata al Donte’s, dove era stata a sentire suonare Bill Watrous, e dove si era recata per cercare un ingaggio per il suo compagno – il jazz club al 4269 di Lankershim Boulevard di North Hollywood è il luogo ideale per fare incontri, e lei era la manager di Frank Rosolino. Si era intrattenuta a parlare con l’amica che l’aveva accompagnata e, all’improvviso, si accesero le luci. Qualcosa non andava.

Frank avrebbe dovuto recarsi il giorno successivo in visita da uno psichiatra.

«Va bene, va bene, ci andrò. Te lo prometto».

Dalla morte di sua moglie soffriva di depressione, non voleva prendere farmaci. Mandava giù soltanto i rimorsi, era un continuo ingoiarli, e si ostinava a non volersi curare in nessun modo, affogando il male in un mare di battute di spirito. Il mare è in tempesta. È la solita storia del clown triste che si mette il naso finto e i pantaloni larghi, si disegna una risata enorme sul viso imbiancato, si butta per terra e fa ridere il pubblico fino alle lacrime per nascondere il proprio pianto. Il clown agile che sul rullo di tamburi fa le acrobazie più incredibili e poi rotola sul tappeto del circo.

«Mi ucciderò. E porterò con me i miei bambini. Non posso lasciarli qui», disse pochi giorni prima al ritorno da un week end di concerti al Broadmoor Hotel di Colorado Springs. Il dialogo con i tromboni di Carl Fontana e Bill Watrous aveva fatto impazzire i presenti. Era il più bravo in certe cose: i duetti con Raul de Souza erano già nella storia. La versione dei due di “Corcovado” di Antonio Carlos Jobim era una vertigine di bellezza. Fu un fine settimana pieno di felicità e successo. Ma ora era calata una sinistra malinconia che appariva a tutti immotivata. Non a lei: «Non dire così, ti prego Frank», gli disse Diane. Poi ci fu silenzio.

A una festa che si svolse la sera a Denver, ogni angoscia però Frank la cancellò nelle sue battute: il mago divertente che fa sparire la tristezza. Un gioco di prestigio rodatissimo che non conosceva errori. Il viaggio di rientro a Los Angeles fu uno spettacolo di varietà: l’hostess della TWA che si occupava di Frank, Diane e dei loro amici, la cantante Sarah Vaughan, il contrabbassista Red Callender e il giornalista, paroliere e cantante Gene Lees con la moglie, non la smetteva di ridere alle sue trovate brillanti che insinuavano un’inoffensiva corte. Anche Diane rise. Frank era fatto così. Che ci volete fare. Gli piaceva fare il comico seduttore. La sua risata si spense quando Frank si addormentò sul sedile dell’aereo. C’era tutta la stanchezza della vita sul suo volto invecchiato. Tornò la preoccupazione per un uomo malato. Molto malato. Lei era l’unica che lo sapesse. Un peso enorme per la sue esile età. «Malgrado sembrassi io la più matura dei due. Forse lo ero», rifletté.

«Il tuo stupido orgoglio siciliano! Perché non hai voluto farti curare? Perché?», gli urlò come se fosse ancora in vita. Lo rimproverò con tutta la rabbia che aveva in corpo, con amore smisurato.

«Dammi la pistola, Frank», gli aveva detto. Gentilmente. Con apprensione.

«Me l’ha lasciata mio padre», le aveva risposto lui, calmo.

«È meglio che la tenga io».

«No. Domani la mandiamo a mio fratello, va bene? Stai tranquilla, Diane».

«Va bene, Frank. Va bene. Domani, d’accordo».

Ma domani è il giorno del delitto.

Diane esce dalla casa urlando alla sua amica che la raggiunge correndo. Tutte le luci accese. C’è silenzio. Immobilità. Dalle stanze illuminate non è uscito nessuno. Non ci vuole molto a capire che Frank Rosolino ha messo in atto il suo assurdo proposito. Rientra in casa. L’amica le tiene la mano. Vanno nella camera dei bambini. La luce è accecante. Freddissima. Irreale. Justin è morto sul colpo. Jason è ferito gravemente. Resterà in coma per lungo tempo. Al risveglio sarà cieco per sempre. Il proiettile gli ha distrutto il nervo ottico. Gli ha annientato in un attimo l’infanzia.

Anche la giovinezza di Diane Armesto era andata via quella notte con le luci accese, le sirene della polizia, qualche agente pianse alla vista dei due bambini, «potevi farlo su di te, ma i bambini che c’entravano?», le ambulanze, i furgoni dell’ufficio del coroner, l’odore di polvere da sparo e il più talentuoso trombonista dell’epoca sul pavimento in una posizione scomposta, buffa, grottesca, tragica, il pagliaccio che non si rialza più dalla sua rovinosa caduta. Sgomento tra il pubblico rimasto ammutolito a bocca aperta e nessun applauso. Il tamburino è immobile con le bacchette sollevate. Stavolta non c’è niente da ridere.

Con sé, nella sua folle disgrazia, Frank Rosolino portò oltre che i suoi bambini anche la figlia dell’ultima moglie (adottata dai nonni materni, Clark e Darline Tilton), che pur essendo figlia legittima dell’ex marito di Leslie Ann Bashore, Ed Loring, sosterrà anni dopo di essere figlia biologica di Rosolino e di avere diritto a parte dell’eredità lasciata dal musicista a Diane Armesto e a Jason. Parris affermerà inoltre che Frank Rosolino non si era suicidato, ma fosse stato ucciso: sì, fu un omicidio perpetrato da Diane Armesto, che poi avrebbe sparato anche ai due bambini. «Il motivo lo capirebbe chiunque. Mi meraviglio di voi, detective. Anche di lei, signor giudice». L’analisi del DNA e la Corte di Washington, a cui si era rivolta Diane Armesto denunciando Parris per diffamazione e falso, condannerà Parris Andrea Loring Tilton a smetterla con le sue fandonie e a risarcire la querelante per i danni morali.

Diane lascerà il mondo del jazz per tanti anni. Quando vi tornerà, come cantante con un proprio quartetto, sempre bella, sempre biondissima, solo lo sguardo e il sorriso un po’ spenti, la sua voce porterà con sé ogni stato d’animo di quei giorni con Frank Rosolino: la gioia – oh perché ci sono stati anche momenti di gioia incontenibile, non ne aveva scordato nemmeno uno – e l’insopprimibile malinconia. Toccherà a lei rivelare, senza nessuna vergogna, quanta mortale tristezza può esserci in un amore.

[1] Pubblicato sul numero di “Verde” del 24 ottobre 2016.

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frankrosolinoraccontoElisa Lipari, Frank Rosolino

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. Era il più dotato trombonista in circolazione, lo chiamavano il Joker, il pagliaccio del jazz: quella di Frank Rosolino “è la solita storia del clown triste che si mette il naso finto e i pantaloni larghi, si disegna una risata enorme sul viso imbiancato, si butta per terra e fa ridere il pubblico fino alle lacrime per nascondere il proprio pianto.”
L’illustrazione su misura è di
Elisa Lipari.

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86th Strada [1]

Fa troppo caldo a New York City. Anche se è quasi mezzanotte, il caldo è insopportabile. Soprattutto se sei un tossico sotto metadone e in crisi di astinenza. Ti si appiccicano gli abiti sulla pelle, la pelle ai muscoli, i muscoli alle ossa. Ti senti affogare nel sudore che scorre dalla superficie allo stomaco. È caldo come l’aria. Poi gelido. Brividi gelidi. Vampate e brividi. L’intestino è zuppo. Sta per sciogliersi. L’ano resta chiuso a fatica. Lo serri per non svuotarti di tutti gli organi interni. Anche il cervello è fradicio e si sta lasciando andare. Non ce la fai a formulare un pensiero lucido e asciutto. Le reazioni a ogni stimolo esterno ti scivolano dalle mani. Scatti per niente. Agosto è un mese schifoso per un povero drogato buttato sui gradini di un palazzo. Malgrado gli scalini siano di marmo pregiato e l’edificio sia situato nelll’86th Strada dell’Upper West Side: come dire, la parte più elegante di Manhattan, dove ci abitano attori, conduttori televisivi e musicisti. Al 50 West risiede King Curtis e il tossico è sui suoi scalini. Quella casa lui se l’è comprata con i profitti dei propri dischi e con i ricchi cachet percepiti come turnista per le star del momento. Tra jazz, rhythm & blues, rock e pop. Lui sapeva suonare tutto. Chi non voleva il sassofono di King Curtis? Chi non avrebbe voluto abitare in quell’esclusivo edificio? Dentro il palazzo c’è l’aria condizionata. C’è nei suoi appartamenti bianchi come la facciata della costruzione a quattro piani più uno seminterrato edificata nel 1900. Bianchi come i gradini sui quali il nostro tossicodipendente, di nome Juan Montañez, cerca un po’ di sollievo insieme alla sua ragazza, o un’amica; un’altra tossicodipendente che non pare stare meglio di lui. Bianchi come i vuoti di pensiero che si creano ogni volta che prova a ragionare. Forse nell’androne del palazzo può trovare un po’ di fresco. Un po’ di calore. Quello giusto per i brividi. Dissolvere quel bianco e asciugare il sudore. Detergere i pensieri. Dentro c’è gente che parla. In un appartamento. King Curtis racconta ai suoi ospiti delle registrazioni con John Lennon per il disco “Imagine”. Aveva suonato il sax tenore in due tracce, “I Don’t Want To Be a Soldier” e “It’s So Hard”. Anche se non era stato nel bianco candido inglese degli Ascot Sound Studios di Lennon e Yoko Ono nel Tittenhurst Park, contea del Berkshire, ma lì a New York, ai Record Plant East al 321 West della 44th Street, vicino a Times Square. C’era pur sempre tanto bianco. Il bianco perfetto della più moderna tecnologia. Suoni puliti riservati ai nomi di grido. Suoni costosi. Appena due mesi prima. Più o meno nello stesso periodo, il 17 giugno, aveva tenuto un live in Svizzera col pianista e cantante blues Champion Jack Dupree e il suo trio. Roba seria. Di prestigio. Al Festival Jazz di Montreux. La settimana precedente la notte di cui parliamo, la calda notte del 13 agosto 1971, era stato pubblicato “Live at Fillmore West”, album che documentava i concerti a San Francisco del 5, 6 e 7 marzo con i Kingpins. Lui e il suo gruppo aprivano gli spettacoli di Aretha Franklin. Con lei suonò. Il suo strumento faceva la differenza. La temperatura all’interno di quell’edificio faceva la differenza. Ma nell’appartamento, il condizionatore d’aria non funzionava bene. Anzi, per niente. I racconti di King Curtis sudavano. Sudavano i suoi recenti successi. Tutto aveva un che di appiccicoso e sfinito. Bisognava sistemare la ventola. Uscire fuori e metterci mano. Provvedere in fretta. I suoi ospiti sarebbero andati via presto. Tornando nelle loro abitazioni con l’aria sicuramente giusta. Ma lui non avrebbe dormito. Qualcuno disse che stava andando a prenderne un altro, di condizionatore, più piccolo, tenuto nel seminterrato esterno custodito da un cancelletto di ferro nero. Dissero anche che la ragazza che stava con Juan Montañez fosse in realtà un uomo. In ogni caso quell’aria era irrespirabile. Quei due tossici erano sui gradini. Stavano male. Stavano inquinando l’aria: puzza di astinenza e sudore. Di criminalità ed emarginazione. Stavano rovinando la rispettabilità dello stabile. La sua estetica. King Curtis  intimò loro di andarsene. Deve averlo fatto in malo modo. Scortese e arrogante. Da bravo proprietario del lussuoso immobile. Da chi se lo poteva permettere.

«Questo non è posto per voi».

«Dai, andiamocene», deve aver detto la ragazza, o il ragazzo, a Juan Montañez. Ma dentro il palazzo, nell’androne, l’aria è migliore di quella della strada. Il ragazzo sbircia all’interno, prima che il portone di legno antico con massicce rifiniture in bronzo dorato si chuda. È un rifugio. Temperato. Per Juan Montañez comunque anche le scale possono andar bene. Anche quel portico tra due colonne di granito grigio che lo sorreggono con sicurezza. Meglio sarebbe stato entrare, certo, ma va bene anche lì. Meglio ancora se quel ricco signore li trattasse con gentilezza e li lasciasse stare.

Meglio se quei due la smettessero di dividersi la droga all’ingresso della sua residenza, deve aver concluso Curtis. Meglio se la smettessero di spacciare: sono il cliente e il pusher. Sono due spacciatori tossici. E dire che nell’ambiente della musica lui ne aveva conosciuti di tossicodipendenti e spacciatori. Ma quelli erano qualcuno. Ricchi e famosi i clienti. Pusher di alto bordo, i fornitori. Questi sono due pezzenti. «Andateve, ho detto. Su, via di qui». Insiste King Curtis. Juan Montañez non ci vuole sentire. Continua a guardare il portone marrone. Poi su: le grandi finestre ad arco e un balcone con tre sagome di leone scolpite nella pietra. Continua a stare sugli scalini. A sentire la sua sofferenza da mancanza di droga e di rispetto.

«Andiamocene, Juan».

«No, chi cazzo si crede di essere questo qui».

King Curtis è grosso e forte. Juan Montañez è malato, debole, umiliato e arrabbiato. Il musicista lo spinge giù dalle scale. Il tossico si oppone. Reagisce. Lo colpisce.

«Ti prego, Juan, lascia perdere, andiamo via».

Ma lui ora non sente più niente, neppure il dolore tossico, dall’epidermide alle interiora fino al buco del culo. Sente solo la brutalità di quelle spinte e la rabbia nei suoi pugni. Quelli di Curtis sono più duri e violenti. Montañez sta perdendo quei gradini. I cinque gradini di marmo bianco che rappresentano agio sociale. Tira fuori un coltello dalla tasca – nessuno nel giro della droga si muoverebbe per New York senza una lama – e lo infila nell’addome dell’avversario. Con tutta la forza che ha in corpo. Tutta la sua forza è in quella lama. Dura solo un istante il suo vantaggio. King Curtis gli sottrae l’arma e con essa lo accoltella a sua volta. Sono quattro fendenti che costringono Juan Montañez alla fuga. La sua ragazza è già scappata. Forse era un uomo. Curtis tenta di inseguire Montañez, ma dopo pochi passi cade esanime a terra. Il palazzo sembra rovesciarglisi addosso, con i leoni che non lo hanno difeso.

Quando la polizia arriva sul luogo, trova un uomo di trentasette anni in fin di vita riverso sul marciapiede. Curtis Ousley, in arte King Curtis, morirà mezz’ora dopo al vicino Mount Sinai Roosevelt. Nello stesso ospedale sulla Columbus Avenue dove si trascinerà Juan Montañez. Che si lascerà andare, bagnato di sangue e sudore, ora gelido, soltanto gelido, tra le braccia dei paramedici. Gli investigatori non ci mettono molto a capire che è il giovane ventiseienne l’assassino di King Curtis.

Nel marzo del 1972, Juan Montañez sarò condannato a sette anni di carcere per omicidio di secondo grado. Uscirà per buona condotta dopo cinque.

Ci fu chi ipotizzò che si fosse trattato solo di una lite tra spacciatori e cliente finita male. Con King Curtis nel ruolo del cliente.

Il 2 ottobre del 1971, andò in onda la prima puntata della serie settimanale di “Soul Train”, quella che sarebbe diventata la trasmissione di musica afroamericana di maggior durata della tv statunitense. “Il viaggio più alla moda in America”, recitava lo slogan di apertura. I giovani pettinati con l’Ultra e l’Afro Sheen ballavano ininterrottamente sui successi del giorno presentati da Don Cornelius. Era un appuntamento irrinunciabile per ogni musicista di colore. La sigla iniziale era un brano di King Curtis, “Hot Potato”. Don Cornelius, al termine di ogni puntata, diceva: «Sono Don Cornelius, e come sempre, prima di separarci, vi auguriamo amore, pace e… anima».

[1] Pubblicato su “Verde” del 12 settembre 2016.

VERDE RIVISTA

P1040263Sergio Caruso, Senza titolo

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. È passato un anno da quando Sergio ha accettato di riprendere la collaborazione con Verde e da allora i suoi racconti sono sempre tra i più attesi, letti e apprezzati del nostro blog. Il perché è semplice: le storie criminali sono infinite, i modi di raccontarle sono tanti, quello di Sergio è unico.
Il disegno che apre
King Curtis è di Sergio Caruso.

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Sangue marcio[1]

«È sangue cattivo», disse la vicina di casa di Brent Lynch Troutman agli agenti di polizia arrivati al blocco 800 di West Minnehaha Avenue dopo la sua chiamata. «Quello che circola nelle vene dei Troutman è sangue cattivo. Prima il padre riempito di proiettili dal fratello, poi il primogenito ammazzato a colpi in testa, all’ospedale dissero che morì in seguito alle lesioni provocate da un incidente, ma lo uccisero, non si è mai saputo chi sia stato e per quale motivo, ma è certo che lo fecero fuori a botte, lo sanno tutti, chissà in che giri stava; e ora quest’altro figlio disgraziato che massacra la fidanzata. Sangue marcio, datemi retta, agenti. Sangue marcio». La donna scosse la testa e si portò le mani alla bocca quando condussero fuori il cadavere della trentaduenne Carolyn Leete sigillato con la chiusura lampo nel freddo sudario di plastica della morgue. Le macchine della polizia con le sirene in silenzio ma ancora illuminate, il carro funebre che apriva mesto e professionale le porte posteriori, i paramedici con i guanti, gli abitanti della via in strada, curiosi, increduli, alcuni se lo aspettavano, prima o poi, quante urla provenivano da quella casa, quanti insulti, quanti pianti, minacce, rumori sordi, rumori di percosse, i detective in borghese con il distintivo alla cintura e la scientifica in tuta sterile che facevano avanti e indietro dall’abitazione. I nastri per delimitare la scena del delitto. A un certo punto qualcuno accennò, assente, come in un riflesso condizionato, uno dei successi degli Zapp. Ma tacque subito: c’era troppa vita in quella musica. Solo morte il 3 marzo del 2012.

Nella residenza di St. Paul restava, sul muro dietro al letto dove fu trovato il corpo esanime e mezzo svestito della ragazza, uno strano dipinto astratto composto da una macchia irregolare di sangue di circa dodici pollici contornata da tanti altri piccoli schizzi del medesimo liquido. Sangue innocente per un affresco che si componeva a ogni colpo che arrivava sulla testa della giovane donna: sulla bocca, sul naso, sulla tempia, sugli occhi da cui uscivano lacrime rosse e nere di mascara diluite dal pianto e dalla paura. Dal dolore e dalla fine del futuro. Sembrava un test di Rorschach che dava come risultato lo squilibrio mentale. Forse solo la crudeltà. La brutalità. L’uomo che la colpiva aveva ventotto anni, il passato immerso nella fama di famiglia e nel lutto e il sangue avariato che gli era arrivato alla testa impedendogli di ragionare. Soltanto rabbia cieca e senso di onnipotenza. Come altre volte. Solo che questa volta quel sangue cattivo che lo aveva portato a ricevere varie denunce per violenza domestica, lo aveva spinto al limite, conducendolo all’omicidio. Pompava nelle vene del cranio e dei polsi, delle mani serrate a pugno. Lo sguardo spalancato e carico di odio. Affogato nell’odio. Non si poteva tornare indietro. Il sangue spingeva. Era inarrestabile. «Non volevo», disse lui in lacrime mentre la polizia lo tirava fuori da un taxi sul quale vagava in fuga dalla legge e da se stesso, smarrito per la città che si mostrava alterata nei suoi edifici opprimenti, che da un momento all’altro gli sarebbero precipitati addosso, e nelle strade che incrociavano il nulla. Nei volti della gente che lo accusava. «Era ubriaca», disse. Non era vero, accertarono le analisi. «Non capiva più niente. Volevo solo calmarla, solo una spinta, o non so cosa, e lei ha sbattuto la testa». Bugiardo. Bugiardo, stupido e cattivo. Vile. C’era una maledizione che gravava sulla famiglia Troutman e sì, proprio qualcosa di malato, di molto malato: sangue di funk shakerato nella follia. Una bevanda inebriante e tossica che guidava alla gloria. Deviava verso la rovina. Gli Zapp avevano guardato il dancefloor dall’alto dei primi posti in classifica. I giovani americani e non danzavano sulla voce alterata dalla talk box di Roger, e lui gli parlava di amori da discoteca e da computer. Baci e sudore. Corpi sinuosi. Lunghi amplessi. Sveltine nei bagni. Poi l’amore finì, i corpi barcollarono con passi pesanti e incerti e nel pavimento si aprì una voragine enorme che risucchiò due di loro lasciando i superstiti ad attraversare a testa china e pieni di vergogna e sgomento quel che restava della pista da ballo per raggiungere il campo santo dove seppellirono Roger e Larry. Intonarono una canzone nella cannuccia della talk box che ora sembrava il tubo di una macchina da rianimazione attaccato a una vittima già spirata. Un soffio sinistro tra i cipressi. Affannato. La voce distorta era la voce dell’oltretomba.

È il 25 aprile del 1999. Una macchina è accostata non lontano dagli studi di registrazione di proprietà di Roger Troutman. Pochi isolati più in là. In una zona tranquilla. Non vi passa mai nessuno. La polizia si avvicina perché quella è l’automobile che qualcuno ha segnalato. «Ci sono stati dei colpi di arma da fuoco. Non saprei dire quanti, ma alcuni. Venivano da lì, agente. Poi ho visto una macchina allontanarsi», dichiara un testimone. Dentro c’è Larry. Accasciato sul sedile di guida. È morto suicida. Un colpo di pistola alla testa con la sua automatica. La stessa che aveva sparato poco prima. Era una domenica mattina, intorno alle sette, gran parte della gente dormiva ancora. L’aria è fresca, le strade silenziose, Roger, membro fondatore e leader degli Zapp, si sta recando a lavorare nello studio di Dayton (o forse ci ha passato la notte a registrare e adesso è appena uscito, non si sa), quando arriva suo fratello maggiore. Gli spara al torace. Vari colpi. Da pochi passi di distanza. La distanza infinita che ormai li separa. Una discussione accesa, una lite. Il rancore accumulato che esplode. Nessuno può dirlo. Nessuno ha sentito urlare. Solo spari. Risale in macchina. Si allontana quel tanto che basta per maturare il rimorso. Per farsi accompagnare da questo. Il rimorso gli ricorda perché lo ha fatto. Ma è confuso e interrogativo quanto lui: il fatto che Roger non lo voglia più a gestire gli affari del gruppo e la sua carriera solista è una ragione legittima? (Quanta invidia per quel successo da solo che lo aveva reso così superiore a tutti gli altri, ma non basta, non basta neanche questa invidia che gli si smuove dentro, gli toglie il respiro; che poi pure quel successo ormai pareva giunto alla fine. Finito da tempo quello degli Zapp. Finiti gli Zapp). È sufficiente che suo fratello abbia l’intenzione di estrometterlo dall’impresa immobiliare di loro proprietà? Non dimenticarti bello che è il prodotto anche dei guadagni della band. E io ero parte della band. Una parte importante, se mai te ne fossi dimenticato. Un buon motivo per ucciderlo? Non c’è motivo. Comunque non ce n’è uno valido. Questa è la verità, gli ricorda la sua coscienza. Hai la mente contorta, gli dice, ecco, cosa vuoi farci. Gli fa segno di accostare. Allora perché l’ho fatto, perché ho la mente contorta? Le domanda lui tremando. Oh che ne so: forse è per il tuo sangue marcio. Deve essere per questo. Non vedo altre possibilità. Siete tarati voi Troutman. Dalla nascita. Non mi viene in mente un’altra ragione: ta-ra-ti. Scandisce bene la parola. Con il sangue cattivo. Hai ancora un colpo.

Al Good Samaritan Hospital and Health Center, i medici cercano di salvare Roger. È inutile. Muore sotto i ferri. Larry si è già sparato. A Dayton, nella contea di Montgomery, non distante da Hamilton, nell’Ohio, dove i quattro fratelli Troutman erano nati e avevano dato vita agli Zapp, battezzati da George Clinton dei Parliament e dei Funkadelic. Dove avevano cominciato a pompare il loro sangue in un disco senza sospettare che presto avrebbe sviluppato quella malattia congenita.

Il giudice distrettuale Robyn Millenacker del tribunale di Ramsey County condannerà Brent Lanier Lynch Troutman a trentadue anni di carcere. Uno per ogni anno della sfortunata ragazza.

Dovettero ritinteggiare la parete per togliere quelle macchie di sangue.

[1] Pubblicato sul numero di “Verde” del 18 luglio 2016

VERDE RIVISTA

16 (2)Federico Arcangeli, Where is my mind?

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. Solo morte il 3 marzo 2012: c’è un cadavere in un appartamento sulla West Minnehaha Avenue, St Paul. È Carolyne Leete. L’assassino è Brent Lynch: nelle sue vene scorre il sangue marcio dei fratelli Troutman, che con gli Zapp “avevano guardato il dancefloor dall’alto dei primi posti in classifica.”
Fotografia di
Federico Arcangeli (Where is my mind?)

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Donne che odiano gli uomini[1]

Per tutti era “la ragazza gelosa”. Soltanto “la ragazza gelosa”. «Stai attento alla tua ragazza gelosa», gli ripeteva suo fratello Bobby. “Il cantante e bassista Harry Womack è stato accoltellato dalla sua ragazza gelosa”, intitolarono i giornali. Era sempre la solita storia. In fondo, i fratelli Womack erano stati rovinati dalle donne gelose. Bobby ne sapeva qualcosa. Fu preso a pistolettate da sua moglie Barbara. Lo cacciò di casa. Divorziò. Oddio, non che non avesse i suoi buoni motivi. Il più famoso dei Womack aveva una relazione segreta con Linda Cooke, la figlia appena diciottenne di sua moglie e del defunto Sam Cooke. E pensare che era stato proprio Sam Cooke a portare al successo i Womack Brothers ribattezzandoli Valentinos e facendoli incidere per la sua casa discografica, la SAR Records. Poi, però, Sam Cooke fu ucciso e Bobby Womack, tempo tre mesi, si sposò con la vedova. Il fratello di lei non vide di buon occhio quella tempestiva unione e lo riempì di botte. Anche la comunità nera criticò i nuovi coniugi. I Valentinos venivano insultati e fischiati ai concerti, Bobby era il bersaglio di tutti, pubblico e fratelli, e di fatto dovettero sciogliersi. Lei era una puttana di dieci anni più di lui sfruttata dal chitarrista e protetto del marito che si faceva pagare le registrazioni del suo disco da solista e tutto il resto: la bella vita. Rifiutata dall’ambiente discografico della musica di colore e dalla classe media afroamericana che ambiva all’high society di cui Sam Cooke era l’eroe gentile. Loro non accettavano quel lutto troppo breve, il tradimento, la disinvoltura dei due che si erano già dimenticati di un grande uomo amato da tutti. E non credevano alla versione ufficiale sulla sua morte. Non potevano pensare che Sam Cooke fosse un puttaniere e uno stupratore.

L’11 dicembre 1964, Sam non sembrava aver bevuto né appariva diverso dalle altre occasioni mondane quando si propose di accompagnare a casa una ragazza, la ventiduenne Elisa Boyer, incontrata quella sera a una festa a Hollywood in suo onore al Martoni’s sul Cahuenga Boulevard. O se aveva bevuto, lo reggeva bene l’alcol. Qualche parola di troppo lasciata andare senza il consueto controllo poteva tradire qualcosa. Non ci si faceva caso. E come poteva poi Elisa rifiutare la proposta di Sam Cooke? Chissà quante ragazze avrebbero voluto essere al suo posto. Cooke la fece accomodare nella sua bella macchina sportiva, una Ferrari rossa che faceva girare tutte le donne e tutti i ragazzini con la stessa pelle di Sam ogni volta che passava per i quartieri. «Ehi guardate, c’è Sam Cooke!» e tutti intorno all’automobile e alla star seduta al volante, sorridente e vestita con abiti di alta sartoria. Correvano veloci verso il sogno di una notte. La guida sicura. La moglie a casa. Forse. Si diceva che tra i due non andasse più molto bene. La sit-com dei due compagni di scuola che mettono su una famiglia felice e di successo pareva mostrare i primi errori di sceneggiatura. Magari lei lo tradiva con qualcuno dei suoi musicisti. Anche questo poteva far parte del copione. Lui lo pensava sempre più spesso. Lei sapeva delle sue relazioni. Tanto valeva… perché no? Chi altro mai l’avrebbe saputo. Così, invece di portare al proprio domicilio la giovane americana di origini anglo asiatiche (gli piacevano proprio quel viso esotico e le sue forme e i modi da geisha), Sam cambiò strada e la condusse in un motel di Santa Monica, La Hacienda al numero 9137 di Figueroa Street. Un alberghetto di ultima categoria da tre dollari al giorno dove si fermavano le coppie clandestine di spiantati della California. Si registrarono con un nome falso. Lo facevano tutti, il personale non avrebbe fatto domande. Presero una stanza nella dépendance. Lui diede una mandata alla porta e tolse la chiave dalla serratura, lei non vide dove l’aveva messa. Si spogliò e cominciò a spogliarla. I movimenti non era più così decisi, l’alito sapeva di troppo alcol, i suoi effetti d’improvviso cominciavano a mostrarsi con un certo orrore: era brusco, troppo brusco. Lei ebbe un ripensamento. Stava diventando violento. Elisa non ci voleva più stare. «Portami a casa, dai, portami a casa». Lui le diceva di non preoccuparsi, provava a fare lo spiritoso, il romantico, il seduttore. Ma era un bruto, sempre più bruto e sempre più violento nel momento in cui le insistenze della ragazza si erano fatte insopportabili. La stringeva, le faceva male. Provava a baciarla. Le mani sotto il reggiseno, dentro le mutandine. «Aspettami qui e non fare storie», le disse senza attendere replica; andò in bagno a svuotarsi la vescica piena di vino italiano e Martini. Lei tentò la fuga da una finestra, erano solo al piano terra, la finestra era bloccata. «La chiave, dov’è la chiave?» riuscì a trovarla e ad aprire la porta della camera. Prese i suoi vestiti e, nella confusione, o volutamente per non farsi inseguire, oppure per altri fini, anche quelli di lui e fuggì, in slip e reggiseno. Dopo poco Sam uscì dal bagno e capì. Non era di certo andata a prendersi una bibita o le sigarette al distributore automatico nel corridoio. Cominciò a cercarla, a guardare fuori la porta, le altre stanze silenziose, vuote, buie, le tenebre del parcheggio con le sagome delle automobili, il vento che spirava dall’oceano, addosso ciò che era rimasto sul letto, la giacca, e sul tappeto sporco e vecchio le scarpe. Quindi salì sulla macchina, mise in moto, stava per andare via, mettere fine a quella notte balorda, ma ci ripensò. La ragazza poteva far scoppiare uno scandalo se avesse raccontato la faccenda. C’era chi non cercava altro. Tornò al motel e cominciò ad attaccarsi alla porta d’ingresso. Gli aprì la direttrice, la signora Bertha Lee Franklin. Gli disse di andarsene. Era al telefono. Ma Cooke non ci voleva sentire, guardava dentro e le diceva di farlo entrare. Lei lo minacciò di chiamare la polizia. «Mi faccia entrare… dov’è andata? … voglio solo parlarle». Aggiunse: «Mi ha derubato… è una ladra», continuando a sbirciare all’interno. La ragazza aveva detto alla donna: «Per carità, lo mandi via, gli dica che non mi ha visto, la prego, mi ucciderà se mi trova. La prego!», prima di sparire nella notte. Stava accucciata nella cabina telefonica davanti al motel. Guardava quello che accadeva. Chiamò la polizia. La signora Franklin gli ripeteva di andarsene. «Vada via o chiamo la polizia». Lui non ci sentiva, ma ascoltava tutto la proprietaria dell’hotel, Evelyn Carr, dal telefono rimasto aperto sul bancone. Lui doveva trovare quella ragazza, magari le avrebbe dato dei soldi per farla tacere, ecco, tanti soldi, questa era la soluzione più giusta, era ricco. O forse l’avrebbe davvero uccisa. Sam Cooke sembrava un altro, un sinistro criminale folle capace di tutto. «Vada via ho detto, guardi che stanno già chiamando la polizia!», disse la donna con l’aria di chi sapeva che da un momento all’altro sarebbero arrivate due pattuglie con le luci e le sirene accese (“Divo del soul arrestato per tentata violenza carnale”, la foto in prima pagina di Sam Cooke seminudo e ammanettato, lo sguardo alterato dai flash dei fotografi, dalla paura, dal delitto, dal delirio, dal peccato, dalla cattiva coscienza, sfinito). E lui allora entrò e l’aggredì. Una colluttazione spaventata e ubriaca. Lei tirò fuori da un cassetto un revolver, o forse era già a portata di mano sopra il televisore, non sapeva dirlo con certezza, e gli sparò tre colpi. Due lo mancarono. Uno lo centrò al petto. Poi prese un bastone, quando vide che non era ancora caduto a terra e la guardava incredulo aggrappandosi a lei. «Signora, perché mi ha sparato? Io sono Sam Cooke!» L’albergatrice non esitò e glielo sferrò sulla testa. Finalmente Cooke stramazzò al suolo.

Elisa Boyer pochi giorni dopo sarà arrestata da un agente sotto copertura perché beccata a prostituirsi. Tra gli effetti di Sam Cooke mancava il suo portafogli.

Era un complotto. Una trappola ordita per far fuori, in un modo o nell’altro, un uomo di colore che ce l’aveva fatta nella società dei bianchi e si batteva per i diritti civili: questo pensò la sua gente commossa e sconcertata, abbattuta e arrabbiata una volta che ogni giornale e ogni notiziario avevano dato la notizia della sua morte. Lo disse anche l’amico e campione del mondo dei massimi di pugilato Muhammad Ali. Lo ribadì la cantante Etta James. Martin Luther King[2] fece un’omelia in memoria. Ma per il giudice della Contea di Los Angeles, la signora Bertha Lee Franklin aveva ucciso “per legittima difesa”.

Ai funerali, il 20 dicembre, c’era tutta la comunità nera con le sue celebrità dentro la chiesa battista e fuori sulla 41esima strada sotto la pioggia gelida della città che aveva visto crescere e ora riaccoglieva a sé il suo figlio migliore. Mahalia Jackson cantò un gospel per quell’anima bella, si unirono anche i Soul Stirrers[3]. Chicago, tutta quella folla, tenuta a bada dalla polizia, che si chiedeva come fosse possibile. Anche la moglie era incredula. «Quella ragazza era l’amante di mio marito da almeno un mese, pensate davvero che volesse violentarla?» disse amaramente.

Bobby Womack non si pronunciò. Espresse solamente il desiderio di essere di conforto alla vedova, starle vicino. Molto vicino.

«Guardati dalle ragazze gelose». La sua frase ricorrente. «Se Barbara non avesse sbagliato mira, oggi sarebbe anche la mia vedova», diceva con un sorriso sardonico e di sollievo per lo scampato pericolo. Con la giovane figliastra non sarebbe durata molto: lui non la smetteva di andare a letto con tutte. Lei era “una ragazza gelosa”. Così Linda si sarebbe sposata con un altro dei fratelli Womack, Cecil, dopo il divorzio di lui dalla “Regina della Motown”, la cantante Mary Wells, gelosa come tutte le altre. Linda e Cecil avrebbero formato il duo soul-dance Womack & Womack arrivando in classifica. Harry e la sua “ragazza gelosa”, invece, non sarebbero arrivati da nessuna parte. Se non alla tragica conclusione della loro storia d’amore di cinque anni e cinquemila liti. Lei spesso lo picchiava. Lui non reagiva. L’amava, forse. Di certo non era capace di nessun gesto violento. Era il puro, buono e ingenuo della famiglia Womack. Affatto infedele. La vittima designata. E negli ultimi periodi era anche un uomo di neanche ventinove anni spaventato e sfibrato da quel rapporto da cui eppure non riusciva a liberarsi.

«Tieni, prendile». Bobby diede le chiavi del suo appartamento a Harry. «Io starò fuori per qualche tempo, sai la promozione del nuovo disco, e tu è il caso che stacchi un po’ la spina; sì che stai lontano dalla tua ragazza gelosa. Farà bene a entrambi».

Lei non ci mise molto a capire dove si era rifugiato il suo uomo. Nella notte del 9 marzo 1974 la lite tra i due non è la solita lite. Non bastano più le botte e gli insulti. Lei ha trovato della biancheria intima femminile nell’armadio. «Uhm, è anche costosa, roba di gran classe, non c’è che dire». La annusa. Gliela mette sotto al naso, a quel bugiardo e traditore. Gli urla in faccia. Lui cerca di spiegarle. Ma è inutile. Lei non l’ascolta. La sua rabbia la rende sorda. La rende pazza. Va in cucina, prende un grosso coltello da arrosto e stavolta la fa finita. Lo colpisce al collo. Il colpo è velocissimo, secco e mortale. Solo in seguito la “ragazza gelosa” si sarebbe resa conto che quegli indumenti erano stati lasciati lì da una delle amanti del padrone di casa.

[1] Pubblicato sul numero di “Verde” del 20 giugno 2016.

[2] Pastore protestante e attivista per i diritti civili americano.

[3] Gruppo di Sam Cooke.

VERDE RIVISTA

tribute_to_a_homeless_man_by_redtweny-d9nfk3xRed Tweny, Tribute to a homeless man

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. Il 9 marzo 1974 Harry Womack, cantante e bassista dei The Valentinos, “è stato accoltellato dalla sua ragazza gelosa”, dieci anni dopo Sam Cooke, ucciso in circostanze misteriose da Bertha Franklin…
Torna su Verde il maestoso Red Tweny, che sarà con noi per tutta la settimana: bentornato Cristiano, Tribute to a homeless man è bellissimo.

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MOONLIGHT MOTEL

 

Aveva un paio di calzoncini che le scoprivano parte dei glutei. Doveva essere in viaggio da alcuni giorni perché lo spicchio di pelle di quelle natiche era più chiaro rispetto al resto: pallido come se avesse indossato i pantaloncini appena quel giorno e il sedere non avesse fatto in tempo ad abbronzarsi quanto le gambe. Non che fosse molto abbronzata, ma insomma la differenza si vedeva con la pelle chiara. Forse era il segno del costume. Anche l’epidermide tra i due seni aveva una riga bianca. Si scorgeva per via della camicia aperta e annodata sulla pancia. Prendeva il sole nel bordo piscina della villa di qualche divo del cinema o di un produttore. Non molto lontano da lì. Io potevo portarla solo in una stanza di motel. Chissà cosa aveva creduto vedendo la macchina. Altri tempi, quando girava ancora bene. Si tolse le scarpe e mise un piede fuori dal finestrino a farselo soffiare dall’aria del deserto che nella velocità mitigava il caldo. Nel sogno lei prese il giornale allungandosi sul sedile posteriore. I calzoncini le si abbassarono leggermente: non portava le mutandine. La camicia si snodò, i seni erano piccoli e un po’ scesi. Capezzoli grandi. «Le scrivi tu queste cose?» disse richiudendosi la camicetta, stavolta abbottonandosela; solo due bottoni, tanto per coprire appena i seni. Non era pudore, chiaro: era soltanto per dire non adesso. Era interessata al supplemento del sabato intitolato Hollywood Noir. Non so perché mi ha chiesto se scrivessi io quella roba. Nel sogno rallentai l’andatura della mia Chevrolet Bel Air del 57, l’albergo ormai si vedeva sulla sinistra, non molto distante, sembrava un modellino uno a qualcosa di un motel vero. Il sogno, lentamente come l’andatura dell’automobile, si è come interrotto, non proprio interrotto, proseguiva ma con una certa confusione, data dalle sagome in ombra della mia casa, dalle luci di qualche macchina che passava fuori, in un orario imprecisato, forse era sera tardi o gli ultimi minuti della notte, ho pensato per via di quel continuo passaggio di automobili. Ma probabilmente anche questo faceva parte del sogno. La ragazza leggeva assorta. Anche qui sono impreciso: era chiaro che fosse vigile rispetto alla mia presenza e alla macchina che diminuiva la velocità, però quello che c’era scritto sul giornale doveva averla in un certo senso catturata. Leggeva stuzzicandosi il piede nudo che prima era fuori dal finestrino, ora portato sopra il sedile. Si annusò le dita della mano e sorrise. Nel dormiveglia, leggeva carezzandosi l’interno di una coscia. Non fece caso alla pistola che sbucava sotto la mia giacca. Non più di tanto, comunque: la guardò di sbieco, quasi senza smettere di leggere, per niente intimorita, poi non la guardò più. Il dormiveglia cessò e risprofondai nel sogno. «Ti piacciono queste storie?»

Eravamo quasi arrivati all’albergo, si vedevano le macchine nel parcheggio. Poche automobili. Cinque o sei. Magari erano quelle dei dipendenti del motel. Uno o due clienti. Commessi viaggiatori o coppie di amanti. Lei accese la radio. Muoveva la testa a occhi chiusi su un pezzo di Chet Baker o Lee Morgan – non ho mai saputo distinguere il suono della tromba di un musicista da quello di un altro. Poggiò i piedi sul cruscotto sporcandolo della polvere della strada. Se li sarebbe lavati in albergo. Rallentai di più per permettere a quel brano di finire. Lei di certo voleva così. I suoi occhi sbattevano sotto le palpebre. Penso per il sole che riverberava sul vetro della vettura. Portò una mano fuori dal finestrino, la ondeggiò lievemente al ritmo della musica, poi la strinse quasi per catturare un po’ dell’aria del deserto infinito ai lati della strada. Sempre uguale se non fosse per i manifesti pubblicitari di qualche bibita o di un film che apparivano tipo sorprese per non farti annoiare. Impugnò l’aria per fermare un sogno. O un rimpianto. Un rimorso. Forse niente. Volevo che non ci fosse niente nei suoi pensieri. Niente di niente. Solamente quell’aria.

Fermai la macchina davanti al motel. Scendemmo. La mia giacca era bagnata dietro la schiena. Lei si tolse la camicia e rimase a torso nudo. I capezzoli erano così grandi che il seno sembrava più piccolo di quello che in realtà era. Soprattutto quando alzò le braccia per stiracchiarsi. Volle che le succhiassi i capezzoli sul ciglio della strada. «Non passa nessuno», disse. «L’asfalto caldo sotto i piedi scalzi mi eccita». L’accontentai. Lei fece colare un filo di saliva sul seno; lo leccai insieme al suo sudore. Si mise gli occhiali da sole così la mattina assunse le tonalità di un tardo pomeriggio verso la sera. Verso il mio sogno notturno.

Prendemmo la chiave e andammo in camera. Il portiere dell’albergo mi sembrò che avesse notato più i piedi nudi della ragazza – aveva lasciato le scarpe in macchina – che il suo seno quasi scoperto dalla camicia aperta nuovamente annodata sulla pancia. Entrati in stanza, non avevo ancora chiuso la porta, lei si tolse il giornale che aveva infilato nei calzoncini, buttandolo sul letto, e subito dopo i calzoncini stessi. Il segno lasciato dal costume era evidente. Si accucciò davanti al piccolo frigobar per prendersi una Cola. La camicia si snodò da sola, in quella posizione le copriva i glutei. I talloni sollevati erano neri e induriti. Doveva camminare spesso senza scarpe. O forse era una ballerina. Le gambe erano robuste e agili. I piedi forti e nervosi. Aprì la bottiglietta, ne bevve un sorso avidamente, poi me la porse. Feci di no con la testa. Scrollò le spalle e riprese a bere poggiandosi col sedere al frigo. Il ventre portato leggermente in avanti, scoprendo così di più il pube. I peli non erano molto folti e si vedevano bene le labbra vaginali. «Lo sai perché negli alberghi ci sono sempre bottigliette di Coca Cola?» mi chiese. «No», risposi, e non lo sapevo davvero, anche perché non mi ero mai fatto una simile domanda. «Sono per le donne sole, per le viaggiatrici senza un uomo». Accarezzò maliziosa la bottiglietta, vi passò la lingua, se la mise in parte dentro la bocca, ingoiandone un altro po’ del contenuto, quindi se la portò tra le gambe. Nel sogno si penetrò con quella bottiglia in un orgasmo veloce di Coca Cola che inondò il pavimento. Eiaculò un fiotto di umori prima lattiginosi, che colavano dalla vagina misti a quel che restava della Cola, assumendo in tal modo un colore più scuro del bianco candido che dovevano avere senza la bevanda, poi una serie di violenti spruzzi trasparenti lavò via tutta la bibita e bagnò anche la parete di fronte formando una grossa macchia che scendeva lenta e irregolare sul muro coperto di carta da parati a righe dai colori sbiaditi, quasi irriconoscibili, dovevano essere in origine rosse e verdi. Intorno altri minuscoli schizzi che si assorbirono subito. La macchia grande, invece, probabilmente avrebbe lasciato l’alone.

«Sai, sono convinta che le scrivi tu queste storie», mi disse uscendo dalla doccia e riprendendo il giornale. Si mise seduta sul letto togliendosi l’asciugamano dal corpo umido. «Lavati anche tu», mi disse. «Mentre io mi riscaldo», rise per qualche secondo e cominciò a masturbarsi sulle immagini della Hollywood assassina. Del bel mondo sfigurato dal crimine e dal successo.

Quando tornai nella stanza, il mio membro era rigido. Avevo cominciato anch’io a masturbarmi sotto l’acqua tiepida. Nel sonno. Facendo attenzione a non venire. Lei era già venuta leggendo il giornale. Sembrava spossata ma venne ancora guardando un film poliziesco alla televisione: venne abbondantemente bagnando il lenzuolo. Venne su una sparatoria tra banditi e polizia. Venne un’altra volta ficcandosi tre dita nella vagina su una pellicola di due amanti che fanno fuori il marito di lei, un povero scemo che non sospettava che i due scopassero proprio sotto i suoi occhi. Poi ebbe un orgasmo continuando a leggere il supplemento del quotidiano. Impregnò la carta dei suoi liquidi confondendo i caratteri di stampa della pagina dove aveva poggiato il suo basso ventre e il sedere con quelli della successiva. Venne sul Presidente e sul ministro della giustizia, sulle star del cinema, sui gangster e su tutta l’America.

Mi chiese di leccare la pagina bagnata. Le ubbidii. Quando avvicinai le labbra al suo sesso, notai che aveva la peluria castana più scura dei suoi capelli biondi e la pelle tra i peli si era macchiata d’inchiostro. Mentre stavo per ritirare fuori la lingua, lei mi pisciò in bocca facendo un’espressione strana, languida, malinconica. Disse «Ti amo». Nel sogno disse «Ti amo». La sua fica sapeva di urina, piacere, bagnoschiuma e cronaca nera dei divi del cinematografo. Le luci dei fanali delle macchine nel tramonto. In televisione era mattina. Nel sogno era notte.

Il mio membro penetrava con facilità nella sua vagina: era incredibile quanto riuscisse a venire quella ragazza. La sua fica sbavava di continuo. Le volte che schizzava faceva scivolare fuori il mio cazzo. Me lo leccava, lo succhiava forte, quasi con disperazione, ma una disperazione come divertita, poi se lo rimetteva dentro. Prese la mia pistola sul comodino e si infilò la canna nell’ano, dopo averla bagnata del suo piacere vaginale, dopo avermi fatto ammorbidire il buco del suo culo pallido con due dita zuppe di saliva e umori. Si girò e mi disse: «Inculami. Vienimi nel culo». Una leggera peluria bagnata circondava il suo ano. Volli prima leccarle quel tenero antro fradicio. Le infilai la lingua fino a dove potevo arrivare, quasi cercando di assaporarle l’intestino e i suoi eventuali residui, che non trovai. Non doveva aver mangiato niente dopo aver cacato la mattina. Forse l’aveva fatta prima di farsi la doccia. Poggiai il membro sul buco, entrai lentamente, carezzandole i fianchi sudati. Sul comodino c’era la solita copia della Bibbia: la copertina rovinata sui bordi, le pagine ingiallite dal tempo e dall’uso. La sodomia, in questo stato è illegale.

Eiaculai una seconda volta nella sua vagina. Le ultime gocce sulla sua bocca. Voleva che la fotografassi con la fica che sputava lenta il mio sperma tra le cosce, sul culo, nell’ano che continuava a palpitare. Con la bocca con il mio seme che le scendeva sul mento, misto alla sua saliva per renderlo più abbondante. Ma non avevamo nessuna macchina fotografica. «Devo comprarmi una macchinetta fotografica», disse di nuovo immalinconita. «Così rimarrebbe qualcosa. I ricordi non bastano».

La sua tristezza ora sembrava infinita. Mi guardava con gli occhi rossi e bagnati mentre urinava. Nel sogno, il rumore della sua pipì che scorreva sulla tazza del piccolo bagno si confondeva con quello delle automobili che passavano davanti al motel e ai dialoghi del film in tv.

Il colpo del mio revolver rese tutto silenzioso. Non so per quanto rimasi a godermi quel silenzio tra le sue gambe, con il viso poggiato sul suo pube umido. Lasciai la camera poco prima che finisse il sogno. Ma non ricordo cosa sognai fino al risveglio. Forse non sognai niente. Forse abbandonai la stanza prima che il sogno iniziasse.

VERDE RIVISTA

03 Barcsòn VèccElisa Piatti, Barcson Vècc

Se siete nostri lettori conosete già Sergio Gilles Lacavalla: una volta al mese leggiamo la sua rubricaRock Criminal, altrevolte i suoi drammi teatrali, oggi invece Moonlight Motel, un racconto porno noir.
Fotografia diElisa Piatti (Barcoson Vècc).

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Hollywood Noir[1]

Gli uomini che dormono appaiono senza colpa. Una sospensione dei delitti sprofondati nei sogni. È agendo in questa tregua che tutto si può annullare. Nessun risveglio. Nessuna possibilità di sognare ancora. Un atto di giustizia. Si tornerà innocenti. Non è dato altro modo, a chi sopravvive, per continuare a sognare. Ogni uomo che dorme custodisce i propri crimini.

Lana Turner avrebbe potuto uccidere il suo quarto marito nel sonno. Ne aveva l’occasione e il motivo. I suoi occhi non l’avrebbero guardata, lasciandole in pace i ricordi. Gli puntò la pistola alla tempia, indugiò a lungo, il tempo di una carriera, la tiepida aria losangelina immutabile quella notte come ogni notte, ma non sparò. Lo lasciò ai suoi sogni: quelli di quando amava una ragazzina e non era un film. Lo scandalo le faceva più paura della prigione e di quell’uomo che aveva violentato la sua bambina fino a farle mettere, una mattina, alcuni punti di sutura sul giovane sesso. «Devi dire che è stata la bicicletta», le raccomandava lui in un sussurro complice. In confidenza: tra un uomo e una donna. «La bicicletta, hai capito?». Lui le diceva anche che una brava signorina deve sapere come ci si comporta con un uomo. Era la sua educazione sentimentale sotto le colline di Hollywood. Un produttore, un divo del cinema, un padre, un patrigno o il vicino di casa famoso. Nel cinema tutto è concesso. Perché niente è mai vero. Ad attirarlo era il suo aspetto da donna fatta e l’odore ancora acerbo, così diverso da quello dolce e floreale di profumo costoso di sua moglie. Quando il profumo di lei, a fine giornata, svaniva, l’odore che le restava tra le gambe sapeva di troppo passato, troppa esperienza, troppe finzioni, troppi uomini. Aroma di fiori marci. Il profumo che avvolgeva Hollywood aveva una nota di fondo che lasciava un tanfo di peccato. Con Johnny Stompanato, però, le cose andarono diversamente. Quando lei chiese il divorzio, Lex Barker non fece storie. Come tutte le star della celluloide era consapevole di come quel materiale di cui sono fatte le vicende cinematografiche prende fuoco: con facilità, accartocciandosi su se stesso. Anche lui temeva la stampa e gli studios. Le ustioni ti rendono un mostro più orribile di quelli interpretati da Lon Chaney[2]. Ma senza pietà. Si potrebbe finire in una sinistra pellicola di Tod Browning[3] per maniaci. Privi di compassione. Tarzan è un violento pedofilo, avrebbero scritto i giornali, lasciandolo affogare nelle sabbie mobili della giungla del pettegolezzo. Jane non gli avrebbe teso la mano. Ma Johnny Stompanato era un gangster, addirittura il guardaspalle di Michey Cohen, boss della mafia di Los Angeles che poteva tutto e tutti poteva tenere in pugno. Se ne fregava dei giornali: Michey Cohen se li sarebbe comprati. Hollywood è sordida. Le sue stelle fasulle proiettano ombre sporche sul cielo di sabbia radioattiva.

Cohen, davanti alla bara aperta di Stompanato esposta nella camera ardente dell’Oakland Cemetery a McHenry County, Woodstock, Illinois, dove Stompanato era nato trentadue anni prima, con la bandiera americana a coprirlo come l’eroe e veterano di guerra qual era, giurò vendetta, chiedendosi se le cose fossero andate davvero come aveva dichiarato la diva alla polizia. Cheryl non poteva dire niente. Con i polsi insanguinati avrebbe rivisto quell’evento nei frammenti di vetro della finestra della sua stanza a Hatford; ed era ancora confuso, un ricordo diviso in mille schegge che non permettevano di ricostruire ciò che le sembrava solo un incubo. Pensava che i vetri l’avrebbero aiutata. Ma quella notte, nella camera al centro di cura per malattie mentali, qualcosa continuava a sfuggirle. Un dettaglio che poteva chiarire tutto. I sedativi che le diedero i medici dopo il tentativo di suicidio non fecero che peggiorare la situazione. Le cancellarono per due settimane gli annebbiati ricordi. Che tornarono sempre allo stesso modo. Senza pace. Mai un’immagine nitida. Anche quando provò una seconda volta a farla finita con quel tormento, scontati undici mesi di riformatorio per piccoli reati, detenzione di stupefacenti e guida in stato di ebbrezza su una veloce macchina in corsa verso i sogni negati, erano lì nel coma da overdose di alcol e pillole. Tutto era rosa. Johnny Stompanato davanti a sé. La madre tra di loro. Tutto rosa e il comodino con sopra un libro di M. E. Chaber, “A Lonely Walk”. No, quello doveva averlo notato più tardi, quando toglieva l’attenzione dal corpo a terra e fissava il romanzo e la stanza rosa. «Perché a me?» disse Stompanato prima di afflosciarsi al suolo con un respiro. Poi sua madre. «Dio tesoro, che hai fatto». No, questo non l’aveva sentito. Tutto rosa e la scena era sempre quella: Johnny Stompanato che apre la porta della stanza da letto e poi va giù. Intorno è tutto rosa. Il rosa colora anche la luna. Offusca tutto. L’unica cosa reale che avverte è il calore che la avvolse quando sua madre l’abbracciò. Fu in quell’istante che sentì il suo amore. Non soltanto il suo profumo, ma proprio tutto il suo amore di mamma dalla fragranza preziosa. Quel momento era sempre assolutamente vero. Il resto non avrebbe saputo raccontarlo. Al punto che il giudice non ritenne opportuno ascoltarla.

Parlò per lei Lana Turner, che ricordava ogni dettaglio di quel 4 aprile del 1958, era un venerdì santo. Preceduto da un terribile mercoledì 26 marzo: la notte della trentesima edizione dei premi Oscar.

«Aiutami Cheryl. Ho paura di Johnny», aveva detto tempo prima l’attrice alla figlia quattordicenne.

Al ritorno dalla cerimonia all’RKO Pantages Theatre, Johnny Stompanato, che l’aveva seguita in diretta televisiva, gonfio d’invidia, gelosia e rancore per non essere stato invitato dalla sua donna ad accompagnarla, lei che rincasava sconfitta e delusa per aver sperato nella statuetta come miglior attrice protagonista de “I peccatori di Peyton”, la riempì di botte minacciandola che l’avrebbe uccisa. «Ti vergogni di me, eh? Vuoi mettermi fuori», disse urlando e schiaffeggiandola. «Con Cary Grant ma non con il tuo uomo. Oh certo, lui è famoso, rispettabile, un signore. Mi hai mandato a casa Cheryl prima per tenermi buono. Perché hai visto come mi guarda la tua bambina… Ma io non sono il tuo ex marito, cosa credi?»

«Piantala, sei ubriaco, e mi fai paura».

«Mamma, chiama la polizia!»

«Non è niente tesoro, torna in camera tua, adesso si calma. Vero Johnny che adesso facciamo pace? Eh Johnny? Tu ci vuoi bene, a Cheryl e alla tua dolce Lanita».

Cheryl si masturbò nel proprio letto pensando alla sua compagna di classe, quella magra e alta come un’indossatrice, che non parlava mai, forse per l’apparecchio ai denti, e che le piaceva tanto. Le urla diventavano un sottofondo ai suoi sospiri. Le dita nel suo sesso battevano più forte delle mani di Stompanato.

Il giorno successivo, gli occhiali scuri sul volto stanco della madre non erano più per coprire lo sguardo da diva.

«Aiutami Cheryl».

Era già successo. A Londra, sul set del film di Lewis Allen “Estasi d’Amore”, lui provò a strangolarla. Impazziva di gelosia per il ventisettenne Sean Connery, partner della sua donna nella pellicola. Invidioso della sua carriera d’attrice, avrebbe voluto anche lui essere un attore e baciarla davanti alla camera da presa, il bacio più lungo ed emozionante della storia del cinema. Non era forse migliore di John Garfield? – pace all’anima sua. Più duro e meno insicuro del Frank Chambers de “Il postino suona sempre due volte”. Un po’ gli somigliava a Garfield. Glielo dicevano in tanti. Ma neanche Michey Cohen gli trovò un ruolo, figuriamoci lei. Un cantante come Mario Lanza. Ci si vedeva in un musical della Metro Goldwyn Mayer. Lei riuscì a chiamare aiuto strillando con quel po’ di respiro che le rimaneva in gola. Il soggiorno inglese di Stompanato, entrato illegalmente nel Regno Unito, finì con gli agenti di Scotland Yard che lo accompagnano all’aeroporto per rimpatriarlo.

Ma ad Acapulco, luogo scelto da Lana per una vacanza con la figlia lontano da quella relazione che era diventata una follia, Stompanato era ancora lì ad attenderla, con il suo miglior sorriso da playboy italiano, i modi galanti e tutta la stampa convocata. Le foto mostrano lei in imbarazzo, lui orgoglioso. Era per tutti il fidanzato ufficiale della bionda diva di Hollywood, figlia di un giocatore d’azzardo ucciso a San Francisco alla fine di una partita a carte nell’oscuro giro del gioco che avrebbe visto Mickey Cohen capo indiscusso dei casinò e delle bische di Las Vegas e Los Angeles in seguito all’omicidio del suo capo Bugsy Siegel, assassinato il 20 giugno del 1947 a colpi di carabina militare Winchester M1 calibro .30 sparati attraverso la portafinestra della villa della sua fidanzata, la pupa dei gangster Virginia Hill, a Beverly Hills. A sud del Sunset Boulevard. Probabilmente su ordine del capo della Famiglia di Los Angeles Jack Dragna e della Commissione. Stava leggendo il Los Angeles Times. Aveva fallito nella gestione del Flamingo Hotel nel deserto del Nevada. Doveva un sacco di soldi a Cosa Nostra che aveva finanziato il progetto, una parte sicuramente se l’era intascata, circa due milioni di dollari affidati a un conto estero della Hill. Cosa Nostra non ammette il fallimento e non sopporta di essere fregata. Virginia Hill morirà suicida per overdose di pillole il 24 marzo del 1966. Il suo corpo verrà trovato in un bosco nei pressi di Koppl, un villaggio vicino a Salisburgo, in Austria. Coperto di neve e con un biglietto a fianco in cui diceva che era stanca di vivere. La mafia ha la memoria lunga.

Ma per qualcuno Benjamin “Bugsy” Siegel fu fatto fuori in un affare di donne.

In hotel, Stompanato, carezzandole il viso con un revolver, avvisò Lana di non allontanarsi più da lui senza il suo permesso.

Il 19 marzo del 1958, all’aeroporto di Los Angeles al ritorno dal Messico, Lana sorride ai fotografi insieme a Cheryl e a Johnny, sembrano una felice famiglia americana dell’alta borghesia. Anche se lei dirà a un giornalista che con Stompanato non c’era nessuna storia d’amore.

Stompanato, letta quella dichiarazione sul giornale, le poggiò la canna della pistola sul cuore. Il seno nella sottoveste di seta ebbe un sussulto.

L’indecisione e il timore di Lana tenevano insieme quella storia balorda. Forse anche l’amore. L’attrazione sessuale per un mascalzone.

Marilyn Monroe era stata l’amante del boss John Roselli, rappresentante della Chicago Outfit a Los Angeles e nel Nevada. A “Johnny il bello” a Hollywood nessuno rifiutava un favore, neanche il presidente della Columbia Pictures Harry “King” Cohn, che mise sotto contratto l’attrice. Frank Sinatra chiese all’amico Michey Cohen di tenere Johnny Stompanato lontano dalla sua ex moglie, Ava Gardner, e di dirgli di fare il bravo con la sua ex amante Lana Turner. Lana a volte cercava conforto da lui. Brevi ritorni di flebile fiamma. E non poteva cedere il suo bel delinquente a un’altra divinità. Johnny le girava intorno, faceva la corte a “l’animale più bello del mondo”, come veniva chiamata la Gardner. Era una facile preda. Il matrimonio tra Frank e Ava era stato una lenta agonia segnata dai continui tradimenti di lei e dalla gelosia di lui. Frank tentò il suicidio due volte. Melò, criminalità e divismo. Hollywood è stata fondata dai gangster. Sono loro i veri protagonisti. «A Lana Turner piacciono i banditi», disse Ava Gardner. Il divorzio da Frank Sinatra fu anche per via delle sue frequentazioni mafiose, cementate già nel gennaio del 1947 a Cuba quando fu portato dall’amico d’infanzia e cognato di Al Capone, Joe Fischetti, a udienza dal “capo dei capi” rifugiato nell’isola caraibica, Lucky Luciano. All’hotel Nacional de Cuba a L’Avana c’era il vertice del crimine organizzato italoamericano col fratello di Fischetti Charlie “Grilletto facile” e i boss Carlos Marcello da New Orleans, Santo Traficante dalla Florida, Tony Accardo da Chicago, Frank Costello, Giuseppe “il Grosso” Magliolo e Willie Moretti da New York convocati per gli stati maggiori di Cosa Nostra, celati all’FBI sotto i ricevimenti in onore dell’“Orgoglio Italiano”. Frank Sinatra cantò per loro. Fu una serata memorabile. Sarebbe poi entrato in affari con John Roselli, azionista insieme a Charles “Piccolo” Baron, Meyer Lansky, Joseph “Doc” Stacher, Joe Fusco, del Sands di Las Vegas acquistando alcune quote dell’hotel del quale divenne, una volta che “Jimmy occhi blu” Alo gli regalò altre azioni, il vicepresidente con la Sands Corporation. Aveva ragione Ava. «A te quella gente piace. Sei come loro», gli disse una sera lasciandolo con la sua bottiglia di Jack Daniel’s. Non era forse stato lui a dire che avrebbe preferito essere il capo di Cosa Nostra invece che il presidente degli Stati Uniti? Comunque c’era già chi ambiva alla guida del Paese. Con l’aiuto di Salvatore “Sam” “Momo” Giancana, il cantante si sarebbe interessato del civico 1600 della Pennsylvania Avenue a Washington D.C. L’8 novembre del 1960 John Fitzgerald Kennedy è eletto trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America. Il 20 gennaio 1961 presta giuramento e occupa lo Studio Ovale. «E così, miei concittadini americani, non chiedete che cosa il vostro paese può fare per voi, chiedete che cosa potete fare voi per il vostro paese». Il 22 novembre del 1963 a Dallas Lee Harvey Oswald, un mezzo spostato di New Orleans ex marine, ex operaio in Unione Sovietica, tipografo nella città del Texas, dipendente di una fabbrica di caffè di nuovo a New Orleans e impiegato del Texas Book School Depository ancora a Dallas, con crescenti ambizioni di rivoluzionario castrista, uccide, armato di un fucile Mannlicher Carcano da 10 dollari, JFK. Sarà freddato due giorni dopo dal gestore di night e mafioso Jack Ruby mentre lo stavano trasferendo dalla stazione di polizia al carcere della Contea. È un copione raffazzonato. La dinamica reale dell’omicidio di JFK non coincide con la ricostruzione del rapporto sul caso della commissione Warren che dava come unico assassino Oswald: c’era almeno un altro cecchino che aveva sparato al Presidente. E questi doveva essere John Roselli. Il tailleur rosa indossato dalla first lady il giorno dell’attentato era una copia Chez Ninon di Chanel. Un abito di scena. Jacqueline Bouvier Kennedy lo esibirà il giorno dell’insediamento del nuovo presidente Lyndon B. Johnson. Macchiato di sangue. Grande trovata, degna del miglior thriller politico. Le immagini di lei che raccoglie i pezzi del cervello di suo marito schizzati sul cofano posteriore della Lincoln Continental 1961 saranno la trasmissione di maggior successo della storia della televisione americana.

Il giardiniere californiano d’origine giordana Sirhan Bishara Sirhan, il 6 giugno del 1968 ucciderà con una calibro .22 il senatore Robert Kennedy, candidato democratico alle presidenziali. I colpi sparati nella cucina dell’Ambassador Hotel di Los Angeles furono tredici. La pistola di Sirhan ne conteneva otto.

I fratelli Kennedy avevano tradito la mafia. Bob le aveva dichiarato guerra come ministro della giustizia sotto l’amministrazione del fratello; di certo avrebbe ripreso le ostilità se fosse stato eletto. Quei voltafaccia non diedero a Cosa Nostra nemmeno l’appoggio promesso per ammazzare Fidel Castro e riprendersi i casinò de L’Avana. La cosa amareggiò anche i Servizi Segreti. Non ci si comporta così con gli amici. Sam Giancana, Santo Traficante e il sindacalista degli autotrasportatori Jimmy Hoffa sembrano i mandanti di entrambi gli assassini.

Sirhan Sirhan si dichiarava antisionista e simpatizzante di Al-Fatah e scrisse nel suo diario che doveva eliminare Bob Kennedy per l’aiuto militare che questi aveva garantito a Israele se fosse entrato alla Casa Bianca. «Ma devo ammettere che non so bene perché ho sparato a Kennedy», dirà in seguito Sirhan. «Anzi, non ricordo di avergli sparato. Proprio non ricordo», lo sguardo assente. MK-Ultra e sceneggiature di Hollywood scritte da agenti della CIA. Una sala da concerti o quella Ovale, una strada da parata, la cucina di un albergo, una camera da letto, un cinema o un’aula di giustizia. È lo show, bellezza.

In tribunale, Lana Turner non tentennò più. Ogni paura, ogni sentimento, ogni progetto erano spariti. Pianse ma non ebbe incertezze. Nonostante Cohen, con un’occhiata, le avesse fatto capire che non finiva lì. Solo un piccolo mancamento. Sembrava la scena di un film. Meglio de “I Peccatori di Peyton”. La star, vestita di un elegante tailleur grigio, interrogata dal procuratore distrettuale William J. Pollack e dal suo avvocato, ora difensore della figlia, raccontò per oltre un’ora tutto di quella sera. Erano circa le 9 e 25 e lei e Stompanato cominciano a litigare, lei vuole andare a uno dei tanti party del post-Oscar, quelli che sembrano ripetersi fino all’edizione successiva, di nuovo senza di lui, lui urla e sembra volerla uccidere. No, peggio: «Ti taglio la tua bella faccia. Non ti chiameranno più. La Metro ti ha già scaricata. Sarai finita. Non ti vorrà più nessuno. Poi vedremo chi si vergognerà», dice avvicinandole un coltello al viso. Così doveva sembrare a Cheryl dietro la porta chiusa a chiave da Stompanato. Non aveva dimenticato quella serata di gala con Bob Hope[4] che faceva lo scemo e David Niven[5] il cascamorto col suo aplomb british. Paperino[6] rideva insieme a Jack Lemmon[7]: ridevano di lui, il Casanova da strapazzo, il patetico sgherro abbronzato del boss ebreo. Il magnaccia. Paperino era piegato in due, mentre James Stewart[8] lanciava un occhiolino complice a Cary Grant[9]. Anna Magnani[10] era imbarazzata per il suo connazionale assente. Lui che poteva diventare un attore dalla carriera più fulminante di quella di Anthony Franciosa[11], seduto poco più in là col suo bianchissimo sorriso sempre in mostra, aveva un sorriso per chiunque, era invece diventato un gangster da quattro soldi, una marchetta per attrici mature e in declino. Che umiliazione per l’Italia! Solo Federico Fellini[12] l’avrebbe preso in considerazione, per un ruolo grottesco: l’Alberto Lazzari[13] divo della Hollywood mafiosa, un Fernando Rivoli[14] Sceicco Bianco di Cosa Nostra, Johnny Valentine[15], Fausto Moretti[16] Vitellone malavitoso; rullo di tamburi, è arrivato Stompanato, il gangster più forte del mondo, l’attrazione da fiera. Questo qui è un pezzo di catena dello spessore di mezzo centimetro, di ferro crudo, più forte dell’acciaio. Con la semplice espansione dei muscoli pettorali, ovverosia del petto, io spezzerò il gancio. Per fare questo dovrò gonfiare i polmoni come una camera d’aria, potrebbe rompersi una vena e io sputerei sangue. Fermerò anche una pallottola con i denti. Se c’è qualche persona delicata del pubblico è meglio che non guardi. Grazie siore e siori. La marcetta de “Il ponte sul fiume Kwai” gli girava per le orecchie facendo da sottofondo a quell’assurda serata. Era stonata. La fischiettavano attori e registi come sberleffo contro di lui. Anche Sessue Hayakawa[17], con un elegantissimo smoking di taglio italiano a sostituire la divisa del colonnello Saito, la fischiettava. Lei continuava a non volerlo al suo fianco nelle occasioni mondane. Avrebbe rincontrato le star che lo avevano deriso. La sua assenza avrebbe rimarcato la propria inadeguatezza a stare tra i ricchi e celebri. Le stelle che brillano di luce propria. Marlon Brando[18] avrebbe conteso la sua donna a Anthony Franciosa. Deborah Kerr[19] e Elizabeth Taylor[20] avrebbero spettegolato di come Lana Turner tradiva Johnny Stompanato, il mafioso.

«Che succede, mamma?» gridò Cheryl.

«Vai via Cheryl. Ora se ne va. Vero che vai via Johnny?» Ma lui non se ne andava e continuava a minacciarla.

«Apri, mamma».

Lei non apriva e ripeteva: «Vai via Cheryl. Se ne sta andando. È tutto finito. Vai via, ti prego, torna nella tua stanza. Sta andando via e noi domani andiamo in spiaggia, ti va?»

Lui la insultava. Seguitava a dirle ti sfregio. La spingeva contro il muro.

«Vattene! Vattene Johnny, vattene da casa mia!»

«Apri, mamma».

Aprì lui.

«Ma certo, me ne vado», deve aver detto con un sorriso di rancore, dopo aver tolto qualche suo capo d’abbigliamento dall’armadio. Davanti alla porta c’era ancora lei, Cheryl Crane, figlia del secondo marito di Lana Turner, Steve Crane. La ragazzina ormai non sentiva più niente, non si accorgeva di niente, che lui se ne stava andando, che quelle che aveva in mano erano solo delle stampelle con appese delle giacche di alta sartoria, sentiva solamente il desiderio di vedere finire tutto in un attimo: la fine di ogni violenza, di ogni pericolo. Entrò nella camera della villa al 730 North di Bedford Drive e, impugnando un coltello da otto pollici preso in cucina, uccide Johnny Stompanato con un colpo secco che gli perfora l’addome, lacerando un rene e trapassando l’aorta. Sul momento sembra non sia successo niente. La lama non si è vista. Allora perché Stompanato è a terra? Lana Turner racconta che gli ha sollevato la maglietta dove lui aveva portato la mano e solo allora ha visto il sangue. Poi il coltello nella mano di Cheryl, che non parla. Lascia andare l’arma. Vuole soltanto sentire il profumo della madre. Il profumo della madre è parte di quel momento. Vorrebbe che tutto quel momento fosse assorbito nella fragranza preziosa della madre. Intorno è tutto rosa, il pavimento, il letto, i mobili. Anche il sangue è rosa. Quando la polizia arriva, trova l’avvocato della Turner, Jerry Giesler, già legale di Bugsy Siegel e famoso per aver difeso Errol Flynn da un’accusa di stupro e Charlie Chaplin per un caso di paternità, il regista Busby Berkeley accusato di omicidio di secondo grado per un incidente automobilistico, il produttore Walter Wanger per tentato omicidio, motivi di gelosia, e Marilyn Monroe nel suo divorzio dall’ex campione di baseball dei New York Yankees Joe DiMaggio, ed è lui il primo a parlare con gli agenti. Dice loro che la signora Turner ha provato a rianimare Stompanato con la respirazione bocca a bocca, gli ha tamponato la ferita con un asciugamano, che il medico di famiglia, il dottor McDonald, ha tentato con l’adrenalina in pieno cuore. Tutto inutile. La stanza è stata ripulita e messa in ordine. Il coltello dell’omicidio è nel lavandino del bagno adiacente la camera. È l’unico coltello trovato. Lana si addossa la colpa del delitto, ma dura poco. «Sono stata io», sussurra la ragazza. Cheryl viene arrestata e tenuta in custodia cautelare presso la Juvenile Hall. “La figlia di Lana Turner uccide l’amante della madre”, intitola il Los Angeles Daily News. La strada di Beverly Hills è piena di reporter. Così l’aula del tribunale di Los Angeles. Il processo è breve. La camera di consiglio dura mezz’ora. Cheryl Christina Crane è assolta perché ha agito per legittima difesa, “obbligata moralmente a difendere sua madre”. Neanche una premiere cinematografica sarebbe potuta andare meglio. «È la prima volta che vedo un uomo morto condannato per il proprio omicidio», disse con sarcasmo Cohen fuori dal tribunale. Farà rubare la corrispondenza d’amore tra il suo Johnny e Lana Turner (ci fu chi sostenne che in realtà ce l’avesse sempre avuta: Stompanato gli girava ogni missiva che lei gli spediva in previsione di un ricatto). Dodici lettere scritte a mano che pubblicherà l’Herald Examiner il giorno del funerale di Stompanato. Lei gli diceva che non poteva stare senza di lui. Lo ripeteva in ogni pagina. In una foto con dedica, ritrovata tra gli effetti di Stompanato, Lana gli scrive: “Per il mio zingaro dalle labbra di zucchero, con tutto il mio amore e tutta l’anima. Per sempre. Tua Zingarella”. «E a un uomo violento che vuoi lasciare, ma che hai paura di farlo, come ripeteva la signora Turner, scrivi certe cose? Ma andiamo!», dichiarava Mickey Cohen. «All’inizio era tutto fiori e galanterie e si faceva chiamare John Steele, non sapevo che fosse un gangster», dirà Lana Turner. A Hollywood molti risero. Lo sapevano tutti che Johnny Stompanato era il tirapiedi di Michey Cohen. Tutti lo conoscevano come un delinquente di bell’aspetto e brutti modi, con tre matrimoni falliti alle spalle, vari nomi falsi e sei anni meno di Lana Turner, che faceva il gigolò per qualche anziana riccona e che Michey Cohen usava per infiltrarsi ancora di più nel bel mondo del cinema. Cohen non aveva la bellezza, il fascino e le amicizie di Bugsy Siegel che frequentava Clark Gable[21], Gary Cooper[22], Cary Grant, l’amico di gioventù e delle strade newyorkesi George Raft[23] e influenzava le scelte della Metro[24] e della Warner[25]. Party in piscina con la gente più in vista dell’industria del cinema. Basso e tarchiato, più vicino a Edward G. Robinson[26] che a John Garfield[27] o a Robert Taylor[28], Cohen aveva bisogno di uno scagnozzo che somigliasse all’ex capo del sindacato delle comparse per portare avanti la sua attività di ricattatore. Hollywood si dibatte nella melma dell’illecito. Qualcuno, anni prima, mise in mezzo Orson Welles[29] e Walt Disney[30] nell’omicidio di Elizabeth Short, trovata il 15 gennaio del 1947 mutilata tra Coliseum Street e la West 39th Street.

«Non uccidermi».

«Allora, ridi».

Un sorriso tagliava in due il suo volto: da un orecchio all’altro. Una lacerazione da circo degli orrori, come una versione femminile del Gwynplaine[31] di Victor Hugo[32] con la faccia di Conrad Veidt[33] nel film muto di Paul Leni[34]: la faccia era dell’orrenda bellezza della morte. In quella grottesca risata, l’ultimo viso di Elizabeth Short. Betty Short. Liz Short. La chiamavano la Dalia Nera. Tagliato in due anche il suo corpo: all’altezza dei fianchi. La metà inferiore mostrava oscenamente la vagina spalancata – privata degli organi interni – con le labbra riverse verso l’esterno (allo stesso modo quelle della bocca). Meglio di una pellicola pornografica. Asportate anche le interiora della parte superiore, con i seni bruciacchiati dalle sigarette e mezzi staccati. Una bambola afflosciata con le gambe rotte, svuotata, solo un involucro mutilato come da un bambino che abbia seviziato il suo giocattolo. Non c’era però traccia di sangue sui suoi capelli. Puliti come il resto del corpo, come appena lavati. Topolino è un sadico. Charles Foster Kane[35] uno psicopatico. L’editore del Los Angeles Times Norman Chandler fu sospettato di essere il mandante dell’omicidio della ventiduenne, che voleva trascinarlo in uno scandalo per il rapporto clandestino che intratteneva con lei, una giovane donna malfamata che girava film porno e si prostituiva aspettando di sfondare a Hollywood, amica e coinquilina, in certe notti di malinconia, in mattini iniziati nel pomeriggio, amante di Marilyn Monroe. «Sposerò il Presidente», le ripeteva Marilyn. «A me piacciono gli uomini in divisa», diceva Elizabeth. «Ma diventerò una star». Marilyn, quando seppe come avevano ritrovato il corpo della sua amica, non pensò che fosse per via di quella scritta maledetta sopra Los Angeles. Ripensò solo ai suoi baci e a quanto le piacevano gli uomini in uniforme. L’esecutore materiale si disse che fosse Bugsy Siegel. Da giovanissimo Siegel aveva inaugurato la sua carriera giudiziaria con un’accusa di violenza carnale nel Lower East Side. Anche il noto medico George Hodel fu sospettato dell’assassinio della Dalia Nera e accusato d’incesto dalla figlia quindicenne, fu difeso da Jerry Giesler. In due foto, il dottore compare con una ragazza somigliante alla Short. Hollywood è una fogna con i canali intrecciati tra di loro. L’aroma del profumo più costoso non riesce a nascondere la puzza nauseabonda sotto l’insegna sul Mount Lee amputata delle ultime quattro lettere. Hollywoodland ormai è solo Hollywood, il paesaggio disegnato da un urbanista dalla mente malata dove il riflesso alterato ha sostituito la realtà. Frank Sinatra vinse l’Oscar del 1954 come miglior attore non protagonista per il ruolo del soldato Angelo Maggio di stanza a Pearl Harbor in “Da qui all’eternità” di Fred Zinnemann: la parte l’aveva ottenuta per intercessione di John Roselli, ex socio al Flamingo di Bugsy Siegel. I ruoli nei film si ripetono. Si inseguono. A Hollywood la cinepresa non stacca mai. Piano sequenza in un interno. Arredamento essenziale in stile ispanico. Un disco di Frank Sinatra suona sul giradischi. La macchina da presa ferma sul corpo senza vita di Marilyn Monroe riverso nudo sul letto, coperto in parte da un lenzuolo poco pulito. La voce fuori campo spiega che è morta “probabilmente suicida”. “Avvelenamento acuto da sedativi: circa 40 pillole di Nembutal ingerite in combinazione con cloralio idrato”, secondo il coroner dottor Theodore Curphey e il vice coroner dottor Thomas Noguchi. La data è il 5 agosto 1962. L’indirizzo 12305 5th. Helena Drive, Brentwood, Los Angeles, CA. L’ora presunta del decesso, tra le otto e mezza di sera e le tre del mattino – riporta il verbale della polizia. La voce dice anche che l’attrice era tornata da un week end con Frank Sinatra, Sam Giancana e il cognato dei Kennedy l’attore Peter Lawford al Cal-Neva Lodge, il complesso alberghiero di Carson City in Nevada di cui Frank Sinatra, Dean Martin e Sammy Davis Jr. sono soci di maggioranza insieme a Giancana e Paul “Skinny” D’Amato sotto la Park Lane Enterprise. Dean Martin si esibì con il suo irresistibile repertorio. La voce però non dice che nello stomaco dell’attrice non c’erano tracce dei farmaci. Cosa possibile, secondo il dottor Noguchi, quando si è assuefatti ai barbiturici. Verrà poi fuori che al momento della morte aveva una forte irritazione al colon: come se qualcuno le avesse somministrato il Nembutal e il cloralio idrato per via rettale con un clistere. Nessun buco di ago di siringa recente. Lividi sul corpo e sul volto. La voce non dice nemmeno che la casa era stata messa sotto controllo da Jimmy Hoffa e che quella sera sarebbe dovuto andare da lei Bobby Kennedy per dirle di lasciare in pace lui e suo fratello. Anche minacciandola. Non sopportavano più il suo odore. Temevano quello dello scandalo, se fosse stata resa pubblica quella relazione a tre – magari proprio da lei, ebbra di rancore perché la stavano scaricando. Ridotta a quella bambola da usare e buttare via quale si era sempre sentita. Che probabilmente era sempre stata. Uomini coniugati e troppo importanti per un adulterio con una diva instabile e mezza spostata. Lo storyboard rappresenta il ministro della giustizia seduto sul letto accanto al cadavere della sua amante e intorno la polizia e una folla di fotografi. Si vociferò che l’attrice avesse da poco abortito un bambino che non si sapeva di chi fosse tra i Kennedy e Sinatra. Sarebbe stato facile: lei morta e il procuratore generale e la famiglia Kennedy coinvolti nell’affaire Monroe. La CIA e l’FBI riuscirono a depistare e insabbiare tutto – in attesa di momenti migliori. La voce non rivela neppure che Giancana incaricò Frank Schweihs e Anthony Spilotro, guidati da Roselli, di ucciderla. Questo succede ad avere amicizie potenti e fatali. Amori troppo in alto per non farti rovinare giù. «Sposerò il Presidente». A “Johnny il bello” un po’ dispiacque di quella triste dipartita. In fondo l’amava ancora.

Furono dispiaciuti anche i fratelli Kennedy. Tuttavia se l’erano tolta da dosso. La famiglia americana era salva. Nello script due, qualche personaggio pensa che l’abbiano uccisa proprio loro. Verso mezzanotte e quaranta, l’agente di polizia Lynn Franklin ferma per eccesso di velocità una Mercedes nera sull’Oyimpic Boulevard in direzione ovest, dalle parti di Roxbury Drive. Alla guida c’è Peter Lawford, dietro il procuratore generale. Il poliziotto li lascia andare perché l’attore gli dice che il procuratore ha fretta di lasciare il Beverly Hills Hotel dove è alloggiato per volare a San Francisco. Secondo il rapporto dell’FBI, il ministro della giustizia quel giorno era già nella Bay Area. Secondo la governante della Monroe, Eunice Murray, nel pomeriggio Marilyn aveva litigato con Bob a Helena Drive. Anche dei vicini di casa lo videro arrivare al 12305, insieme al cognato. Dalla residenza della Monroe era sparito ogni elemento che potesse collegarla ai Kennedy, compreso il suo diario dalla copertina rossa.

Il ruolo del buono o del cattivo dipende dalla regia.

C’è sempre una macchina fotografica carica di pellicola e con il flash acceso. Una cinepresa 8 millimetri in funzione. Sbucano alcune fotografie che ritraggono Lana Turner nuda e un filmino di sesso con Stompanato, ma spariscono subito dalla circolazione. Il Fratello di Stompanato, Carmine, prega Cohen di convincere il capo della polizia Anderson e il procuratore distrettuale William B. McKesson, con il suo assistente Manley Bowler, a fare un supplemento d’indagini e a rovinarla. Michey Cohen ha grossi appoggi presso il Los Angeles Police Department e il Dipartimento di Giustizia e anche lui sospetta che in realtà sia stata l’attrice a uccidere il suo amante, addossando la colpa sulla figlia in quanto minorenne. E non per legittima difesa, ma semplicemente perché era una mangia uomini; il pasto ora sarebbe stato reale. Oppure perché aveva scoperto la trama di un ricatto da parte di quell’uomo violento e bugiardo. O, più banalmente, per le attenzioni che lui riservava a ogni attrice e attricetta che conosceva. Per l’amore della madre la ragazzina avrebbe detto e taciuto qualunque cosa.

Cohen sostiene di avere altre lettere: stavolta la corrispondenza è tra Stompanato e Cheryl. Lei gli dice che lo ama. Lui le risponde che è il loro tenero segreto. Lana forse aveva svelato la tresca. Quelle lettere però non verranno mai fuori.

«Mamma, stai con me questa sera?»

«Non posso, devo andare a una festa. Ma torno presto».

Ogni volta era così. «Mamma, mi abbracci?» Il suo profumo era tutto quello di cui Cheryl aveva bisogno. Trasferito sulla sua pelle nel modo più avvolgente e che rimanesse più a lungo possibile. Andava a odorare gli abiti di sua madre nell’armadio.

Cohen non riuscì a provare niente, anche perché il suo credito al dipartimento di polizia cominciava a logorarsi. Il filo delle connivenze si spezzò nel 1961 con l’arresto e la condanna a undici anni di reclusione per evasione fiscale da scontarsi nel penitenziario di Alcatraz. Ma ormai il caso Turner-Stompanato, che si era concluso con un risarcimento danni extragiudiziale alla famiglia di Stompanato da parte della Turner, diecimila dollari, una miseria, non gli interessava più. A che sarebbe servito ucciderla. Uscito dal carcere, trovò nell’attrice ed ex coniglietta di Playboy e moglie e musa del regista Russ Meyer Edy Williams il suo breve amore hollywoodiano.

Lana Turner si sposerà altre tre volte. L’ultimo marito, Ronald Pellar, un illusionista e ipnotista noto a Los Angeles con il nome d’arte di Ronald Dante, o Dr. Dante, le sottrarrà circa centomila dollari in soldi e preziosi, prima di abbandonarla.

Cheryl non volle più saperne di Hollywood e degli uomini. Vivrà per sempre a Palm Springs con la sua compagna, la modella Jocelyn “Josh” LeRoy.

Hollywood è stata edificata sulle scenografie in disuso dei film di Mack Sennett[36]. Da una delle lettere alte trenta metri di Hollywoodland, nel 1932 si gettò Peg Entwistle, perché a ventiquattro anni aveva fallito come attrice.

 

[1] Pubblicato su “Verde” in due puntate,  16 e 23 maggio 2016

[2] Attore americano

[3] Regista americano

[4] Attore inglese

[5] Attore inglese

[6] Personaggio di Walt Disney

[7] Attore americano

[8] Attore americano

[9] Attore inglese naturalizzato statunitense

[10] Attrice taliana

[11] Attore americano

[12] Regista italiano

[13] Personaggio del film di Federico Fellini “Le notti di Cabiria”, 1957

[14] Personaggio del film di Federico Fellini “Lo sceicco bianco”, 1952

[15] Uno dei nomi falsi di Johnny Stompanato

[16] Personaggio del film di Federico Fellini del 1953 “I vitelloni”

[17] Attore giapponese

[18] Attore e regista americano

[19] Attrice inglese

[20] Attrice inglese naturalizzata statunitense

[21] Attore americano

[22] Attore americano

[23] Attore americano

[24] Casa di produzione cinematografica di Hollywood

[25] Casa di produzione cinematografica di Hollywood

[26] Attore rumeno naturalizzato statunitense

[27] Attore americano

[28] Attore americano

[29] Attore, regista, sceneggiatore, drammaturgo e produttore americano

[30] Fumettista, cartoonista, regista e produttore americano

[31] Protagonista del romanzo di Victor Hugo “L’uomo che ride”

[32] Scrittore francese

[33] Attore tedesco

[34] Regista e scenografo tedesco

[35] Protagonista del film di Orson Welles “Quarto potere”

[36] Produttore, attore, sceneggiatore e regista canadese naturalizzato statunitense

https://verderivista.wordpress.com/2016/05/16/rock-criminal-12/

VERDE RIVISTA

beauty_decaySerena Mazzini, Beauty decay

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. Lana Turner, seconda e ultima parte (la prima è qui). Fotografia di Serena Mazzini (Beauty decay).

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Paranoid[1]

 

Joe Meek parlava con Buddy Holly e con il proprio appartamento. I muri lo ascoltavano. Holly annuiva. A volte gli dava buoni consigli. Soprattutto riguardo la musica. Gli suggerì più di un motivo. Joe si fidava di lui. Provò a parlare anche con altre anime dei trapassati. Ne registrò le voci lontane nei cimiteri londinesi. La notte. Insinuandosi di nascosto con i suoi apparecchi magnetici. Solo il fruscio del vento tra gli alberi e le lapidi e quelle voci. C’era chi gli raccontava della famiglia lasciata sulla terra tra le tribolazioni quotidiane, si angustiava per questo, chi gli confidava di non trovarsi poi così male lì e chi chiedeva aiuto, alcuni giustizia per la propria morte. Vittime di efferati delitti, comunicavano con lui. Ma Joe cosa poteva fare? Era solo un produttore discografico, mica il capo della polizia. Neanche per Buddy Holly era riuscito a fare niente. Ed era del tutto inutile che non credesse all’incidente aereo in cui il rocker, insieme a Ritchie Valens e Big Bopper, perse la vita il 3 febbraio del 1959. “Il giorno in cui morì la musica”, avrebbero cantato un giorno. “Disastro aereo. Morte tre stelle del rock’n’roll al ritorno da un concerto alla Surf Ballroom di Clear Lake”, intitolarono a tutta pagina i giornali. Sì, ma chi l’aveva organizzato quell’incidente nel cielo dello Iowa sopra Mason City? Non è che Buddy Holly esprimesse dei dubbi sulla sua triste fine. «Doveva andare così», gli diceva. «Fa parte della leggenda del rock’n’roll», gli ripeteva rassegnato. «Ritchie Valens addirittura s’era giocato quel posto sull’aeroplano col mio chitarrista, Tommy Allsup, e ha vinto. Si chiama sorte: buona o cattiva che sia, è sempre lei a decidere. C’era una tempesta di neve e il povero pilota del Beechcraft Bonanza B35, Roger Peterson, mi ricordo ancora il nome, pace all’anima sua, era così giovane e inesperto». Ma Joe Meek capiva che lo diceva per non metterlo nei guai. «Stai calmo Joe, non te la prendere», gli diceva in continuazione. Sapeva, Buddy, che Joe era un po’, come dire, paranoico, e ce l’aveva con chiunque. Quella volta che distrusse il telefono con all’altro capo della linea Phil Spector ancora veniva ricordata. Spector gli rubava le idee, come tutti d’altronde. «Dai, tira fuori la tua cazzo di pistola. Vediamo chi è il grilletto più veloce del west». Lo avrebbe ucciso, questo è certo. Se l’avesse avuto davanti non avrebbe esitato un attimo a farlo fuori, a lui e a quel suo ridicolo wall of sound del cazzo. Perché se Phil Spector era pazzo, Joe Meek lo era di più.

Passò l’infanzia vestito da femmina, così voleva la sua amorevole mamma che desiderava una bambina. Che delusione quel maschietto! Ma a tutto c’è rimedio. Gli altri bambini lo prendevano in giro, sembrava uscito da una grottesca pellicola della vecchia Hollywood: una specie di Darla Hood[2] delle “Simpatiche Canaglie”[3] di Hal Roach[4]. Ma adesso era grande e cattivo e col mascara sugli occhi, il ciuffo impomatato e i modi da teddy boy metteva paura. «Fatevi sotto stronzi, vi ammazzo a tutti. Chi sarebbe la femminuccia? Eh, provate a ripeterlo». Era cattivo e perseguitato. Non era più costretto a vestirsi da donna – durante il servizio militare aveva addirittura indossato la divisa della Royal Air Force, certo non quella da pilota, era un tecnico dei radar, ma che c’entra, era sempre della gloriosa e virile RAF – eppure quegli abiti era come se ce li avesse ancora cuciti addosso, sbucavano dalla giacca, si vedevano in trasparenza sotto il completo scuro, non riusciva a nasconderli, affannosamente se li strappava, con rabbia, tra le lacrime e gli improperi, ma era inutile, non sfuggivano allo sguardo di nessuno: la gente gli rideva dietro. Lui si vergognava e tutti lo vedevano come un sinistro omosessuale dai segreti inconfessabili. Chissà come trattava i suoi amanti, si chiedevano in tanti. Pettegolezzi, insinuazioni e calunnie. Un giorno di gennaio del 1967 trovarono il corpo di un ragazzo di diciassette anni, Bernard Oliver, sezionato in vari pezzi in due valigie, e la polizia, indagando nel giro dei gay di Londra, interrogò anche lui. Lo sapevano tutti che Joe frequentava gli ambienti della prostituzione maschile. Nel 1963 era stato arrestato in un bagno pubblico e multato di quindici sterline per aver importunato un uomo. Gli guardava il membro mentre urinava, gli faceva proposte sessuali. Gli era andata bene. Poteva finire dentro, ma lui non riusciva a stare lontano da certi ragazzi, dicevano i suoi conoscenti. Sostenevano gli invidiosi della sua bella storia d’amore con il bassista dei Tornados Heinz Burt (Heinz Henry George Schwarz). Ai Tornados Meek aveva regalato il loro più grande successo, “Telstar”. Al suo amante una serie di fallimenti come cantante solista che lo resero ridicolo ovunque. Privo di qualunque talento, l’ossigenato Heinz Burt litigava di continuo con la moglie per via dei forti sospetti che lei nutriva su quell’ambiguo rapporto.

«Non sono omosessuale, come te lo devo dire», le ripeteva lui.

«Solo lavoro, c’è solo un rapporto professionale tra noi due. È che tu sei gelosa. Lui ha fatto di me una star. Ha sempre creduto nelle mie doti».

«Le tue doti, già, le tue doti», replicò lei con sarcasmo.

«Mi ha fatto suonare con Jerry Lee Lewis e Gene Vincent».

«Ti hanno tirato i fagioli. Sei stato fortunato che non erano con il barattolo. “Heinz Baked Beans”[5]. Ma smettila, ti deve un sacco di soldi di diritti d’autore e guarda poi che capelli: capelli da finocchio. Ti ha fatto decolorare i capelli come una checca».

Intanto Joe Meek risultava estraneo al delittuoso fatto, ma ora aveva la prova, se mai ce ne fosse stato bisogno, che le autorità continuavano ad avercela con lui. Sarebbe potuto finire ugualmente in carcere, accusato di sodomia. Questa volta non sarebbero stati indulgenti. Il giudice imparruccato avrebbe sentenziato inflessibile e con malcelato disgusto la sua condanna. Una cella oscura, cibo scadente, lavori forzati e il disprezzo degli altri detenuti. Possibili violenze. In Inghilterra quello era un infamante reato penale. Il ricordo del processo e della condanna allo scrittore Oscar Wilde restava un severo monito che affliggeva i comportamenti dei gay britannici. Nonostante fossero passati tutti quegli anni. L’ombra e la menzogna, la dissimulazione, finte relazioni eterosessuali, finte famiglie, finti figli erano le loro difese. Aveva paura Joe. Non uscì più dalla sua casa al 304 di Holloway Road. Anche se non si sentiva al sicuro neppure lì. Era in quell’appartamento a nord di Londra che aveva ascoltato ossessivamente le registrazioni dei defunti. Tornava all’alba dalle sue incursioni e impaziente premeva il tasto play sul magnetofono. Qualcuno di loro, la voce di qualcuno dei morti, gli raccontava dei bei tempi, di quando il corpo a cui apparteneva era tra i vivi. Bei giorni quelli quando in ascolto non c’era solo un registratore a quattro piste. Quando c’erano i parenti, gli amici, gli amori. Quei giorni lui li aveva mai conosciuti? Qualcuno lo aveva mai amato davvero, di un amore puro e disinteressato? Ma che importava. Nessuna voce alla fine gli diceva cose particolarmente interessanti e quel genere di vita non faceva per lui. Niente che lo coinvolgesse più di tanto. A parte quella ragazza che gli ispirò nel 1961 il primo grande successo della sua etichetta, la RGM Sound Ltd: “Johnny Remember Me” affidato alla voce (in vita) dell’attore e cantante John Leyton. In realtà l’aveva scritta Geoff Goddard, ma fu sua l’idea del lugubre ritmo western e del cantato femminile (della corista e attrice Lissa Gray) che giungeva implorante dall’oltretomba (il bagno microfonato della casa di Meek).

“Quando la nebbia sale e la pioggia scende e il vento soffia freddo attraverso la brughiera, sento la voce del mio amore, la ragazza che ho amato e perso un anno fa”, cantava dolente John Leyton. “Johnny ricordati di me”, gli replicava lei. “Sì mi ricorderò sempre, fino al giorno della mia morte”, le giurava lui. “Sento il suo grido (Johnny ricordati di me)”.

Ma quelle voci ora non c’erano più. Nessuno si ricordava di lui. Nemmeno i morti. Il loro silenzio era un pericoloso presagio. Un avvertimento. Il mondo della musica pop, che lo aveva eletto come il più grande produttore sperimentale della Gran Bretagna, adesso ascoltava altri suoni, e lo minacciava. Era il febbraio del 1967 e gli restavano solo i consigli di Buddy Holly. Buddy cercava di tenerlo tranquillo. Anche riguardo la causa per l’accusa di plagio di “Telstar” intentata dal compositore francese Jean Ledrut il quale sosteneva che Meek avesse copiato il brano, arrivato alla sua uscita nel 1962 al primo posto sia della classifica americana sia di quella britannica, dalla sua “La Marche d’Austerlitz”, colonna sonora del film di Abel Gance “La battaglia di Austerlitz”. La causa era infinita e il fascicolo su Joe Meek restava sulle scrivanie del tribunali del Regno Unito bene in mostra sempre pronto a essere consultato e aggiornato con nuovi reati. Lo facevano apposta a logorargli i nervi. Volevano renderlo irrimediabilmente matto e rinchiuderlo in una casa di cura per malattie mentali. Vestito da donna e con la camicia di forza. Che risate si sarebbero fatti i medici e gli altri internati alla clinica psichiatrica, o al manicomio criminale. «Joe la femmina folle che parla con i morti». Tutti ce l’avevano con lui. I Beatles, David Bowie e Rod Stewart. Tutti. Pure Tom Jones. Con la camicia aperta sul petto e l’aria da vero maschio, Tom Jones lo disprezzava. Non poteva fidarsi di nessuno. Per questo Heinz Burt gli aveva lasciato il suo fucile da caccia. Holly gli diceva di non disperare: prima o poi avrebbe dimostrato alla Corte la sua onestà. La genialità era ormai accertata. Quel brano viaggiava nello spazio meglio dell’omonimo satellite di telecomunicazioni lanciato in orbita alle 3 e 55 del 10 luglio 1962 dalla stazione aerospaziale di Cape Canaveral. Lui però rimaneva ancorato a terra. Schiacciato dalla forza di gravità. Chiuso in quell’appartamento sul quale ormai cominciava ad avere dei sospetti. Esso lo spiava. Fino a poco tempo prima era suo amico. Anzi, di più: suonava con lui. Quel suo studio di registrazione era capace di mettere in ordine tutti i suoni che gli giravano nella testa. Ogni angolo della casa era stato trasformato in una macchina registra suoni. E adesso si mostrava ostile diventando un organismo con vita autonoma. Joe strappava la carta da parati per vedere dove fossero nascosti i microfoni che gli avrebbero sottratto le sue musiche, piazzati dalla concorrenza proprio con la complicità di quella residenza situata in un comune edificio a tre piani di mattoni rossi sopra il negozio di pelletteria e valigie “A. H. Shenton” nel quartiere di Islington. Non si poteva più fidare di quel posto. Né tantomeno dei suoi inquilini. Agenti del complotto contro il più innovativo produttore indipendente del mondo. La Decca[6], l’Old Bailey[7], il 10 di Downing Street[8] e Buckingham Palace[9] preparavano la sua soppressione. C’era poi la padrona di casa, la signora, nome in codice, Violet Shenton, che non lo lasciava in pace. Sotto il suo bonario e rassicurante aspetto da madre di famiglia si celava il capo della cospirazione. Gli veniva a bussare in continuazione per il volume troppo alto che teneva durante il suo lavoro. Una scusa, neppure la più originale, per carpire i suoi segreti e distruggergli l’equilibrio psichico. Glielo diceva gentilmente di abbassare, ma era una tattica per poi prenderlo di sorpresa. Lui rispose mettendo un altoparlante nella tromba delle scale. Lei gli chiedeva l’affitto, come se avesse avuto bisogno di quei quattro soldi una stipendiata dai Servizi di Sua Maestà, e lui lo pagava con sempre maggior ritardo. Il 3 febbraio 1967 la guerra fredda era nel pieno svolgimento. Diciamo pure che era arrivata alla battaglia decisiva. Tutto si era svelato. Joe Meek capì che non c’era più una via d’uscita. Era accerchiato. La casa gli si stringeva attorno. Ghignava maligna complice della perfida proprietaria dell’appartamento e dei suoi affittuari. Le anfetamine erano state la sua colazione. La paranoia si era alzata dal letto con lui dopo una notte agitata. Robbie Duke, il suo giovane assistente di studio ribattezzato Patrick Pink da Meek, per qualcuno il suo nuovo amante, visto che Heinz Burt sembrava l’avesse abbandonato con il fucile carico e il cuore che aveva perso troppi colpi, era appena arrivato quando la signora Shenton suonò alla porta. Joe Meek salì le scale verso l’ingresso e aprì. Alla stazione di polizia di Holloway Road, Robbie Duke/Patrick Pink riferì di aver sentito i due litigare per l’affitto, o meglio, lei era cortese come sempre e gli chiedeva i suoi soldi, era lui a urlare. Poi non urlò più. Esplose solo un colpo del fucile preso da sotto il letto. La signora Violet Shenton cadde dalle scale, ferita a morte tra le braccia del diciannovenne collaboratore, o nuovo amante, di Meek che non fece in tempo a raggiungere il suo capo che questi si ficcò l’arma in bocca facendosi saltare la testa. La casa cominciò a ridere come non mai. Non la smetteva più. Lacrime di risa si mischiavano agli schizzi di sangue. Poi fece un minuto di silenzio per l’agente speciale nome in codice Violet Shenton caduta sul campo nell’esercizio del suo dovere. L’inno nazionale e la Union Jack[10] a coprirne le spoglie.

Poche settimane dopo, il tribunale inglese riconobbe la paternità di “Telstar” a Joe Meek. Ma il satellite aveva interrotto da anni l’attività, reso inservibile dall’irraggiamento radioattivo subito nell’attraversare le fasce di Van Allen[11].

Buddy Holly si pulì le lenti dei grossi occhiali e lasciò l’appartamento scuotendo il capo. Non andò mai a trovarlo al cimitero di Newent nel Gloucestershire, dove Robert George “Joe” Meek riposa sotto una lapide di granito nero con due rose incise ai lati. A volte lo pensa dalla sua residenza eterna di Lubbock in Texas. Ma non più di tanto.

[1] Pubblicato su “Verde” del 18 aprile 2016

[2] Attrice americana

[3] Serial cinematografico degli anni 30

[4] Produttore e regista cinematografico statunitense

[5] Famoso prodotto di fagioli in scatola

[6] Etichetta discografica

[7] Central Criminal Court, Tribunale Penale Centrale di Londra

[8] Sede del Primo Ministro del Regno Unito

[9] Residenza della Regina

[10] Bandiera inglese

[11] Cinture di particelle che circondano la Terra

VERDE RIVISTA

3 Censored - Uomo che pensa - 3 versioneElena Monzali, Uomo (tecnica mista: disegno a pennarello nero e pastelli, modificato digitalmente)

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. Chi era Joe Meek? Solo un produttore discografico o un pazzo paranoico à la Phil Spector?
Illustrazione di Erica Monzali (Senza Titolo).

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C’eravamo tanto amati[1]

 

I muri delle case di Ajijic hanno i colori dell’arcobaleno: rosso, arancione, giallo, verde, blu, violetto. Davanti c’è l’azzurro del lago di Chapala. Intorno le montagne della Sierra Madre, verde scuro dove la vegetazione si fa più fitta. Quasi nero verso il tramonto. Gail aveva scelto la piccola città nello stato di Jalisco per curarsi dal cancro e dai ricordi dolorosi e bui come la fine di una notte newyorkese. Per quelli che ancora riuscivano ad alleviarle la coscienza e illuminare il passato di luce calda, c’erano le abitazioni delle stesse tonalità con cui colorava la musica del tempo perduto. Lei diceva che quel panorama l’aveva dipinto sulle copertine dei dischi della sua band. A volte si correggeva: «La band di mio marito». Era solo un attimo. Poi tornava a parlarne come qualcosa di suo. Non diceva mai di che gruppo si trattasse né il nome del coniuge. Quell’uomo sembrava un errore della sua mente. Un’invenzione. Aggiungeva che aveva scritto anche delle canzoni. Tante canzoni. Canzoni famose. Lei era una poetessa e le parole le sgorgavano dalla penna come i colori dalle matite e dai pennelli. Nessuno le credeva. Il suo nome, Gail Delta, non diceva niente. Nel villaggio messicano a sud di Guadalajara, tanti americani si erano inventati una biografia per nascondersi dalla legge degli Stati Uniti. Nessuno faceva domande. Ajijic era il rifugio di assassini, imbroglioni ed evasori fiscali. Tutt’al più di eccentrici ricchi pensionati con l’Alzheimer e l’illusione di una cura miracolosa presso qualche sciamano locale. Gail sembrava un po’ tutte queste cose. Per molti era una vecchia pazza. La piccola bottega di gioielli e vestiti che aveva aperto nella zona turistica fallì presto: i residenti si tenevano lontani da quel negozietto e dagli improvvisi scatti d’ira della sua proprietaria che faceva scappare gli escursionisti in cerca di manufatti del luogo. Qualcuno disse di averla vista armata. Passava intere giornate a non parlare con nessuno. D’un tratto cominciava a raccontare storie al primo venuto. Le più strane e confuse. Spesso c’era una donna in questi racconti, e anche lei sembrava una falla della memoria. Che si mischiava a quei colori.

Valerie invece ricordava tutto. Aveva perso i denti per via della droga, non l’immagine di lui che si avvicinava e la baciava. Avrebbe lasciato sua moglie, le diceva. Le ripeteva. Poi facevano l’amore. Ed era diverso da tutte le altre volte. Lui aveva il fisico e la faccia del pornodivo, ma non era come quegli stalloni da cinema a luci rosse che la prendevano sul set senza tanti riguardi, e lei non sentiva niente. Con lui era tornata a sentire. Forse sentiva per la prima volta. Il suo corpo cominciava a respirare e a sciogliersi negli orgasmi negati dalle violenze subite da bambina dal patrigno. Da quelli interdetti dalle indicazioni di un regista col nome falso come il suo, Valerie Marron (lo pseudonimo più usato tra i tanti per via dell’evocativo zuccheroso francesismo). Confidava il suo amore per quell’uomo all’amica e collega Andrea, con entusiasmo e trasporto.

«Lo amo. Lo amo davvero», diceva. Ripeteva.

«Come in “Joe Rock Superstar”[2]?».

«Non scherzare. Lì facevo solo una groupie ed erano soltanto pompini. Con lui è amore».

«E i pompini?».

«Be’, quelli…». Scoppiavano a ridere. Poi Valerie tornava seria, con gli occhi pieni di luce.

«Non farò più film porno. Sarò la sua donna e una musicista come lui».

«Anche per me il porno è un capitolo chiuso», diceva Andrea. «Sai Valerie, vorrei essere ricordata come una cantante e non come un’attrice pornografica».

«Tu lo sei già. Sei una cantante di successo. Sei Andrea True: “More More More”[3]». E cantavano insieme quella canzone che nel 1976 aveva portato Andrea Marie Truden ai primi posti delle classifiche di mezzo mondo con il nome d’arte di Andrea True Connection. La sua voce era morbida. Muovevano i bei corpi. «“More, more, more. How do you like it? How do you like it? More, more, more”». Ridevano come due sceme. Come due ragazzine alla scoperta dell’amore e del successo. Anche se Andrea True, in fondo, al successo non ci credeva più.

«La disco music è finita. Non mi vuole più nessuno», diceva amareggiata e stanca. «Giusto qualche serata. Neanche nel porno mi vogliono più. Ho quarant’anni. Le tette scendono e l’ansia sale».

«Sei sempre bellissima Andrea».

«Grazie piccola». Andrea baciava Valerie sulle labbra.

«Ti aiuterà Felix. Sì lo so lui fa un altro genere di musica, hard rock…»

«E noi hardcore, no?». Risero ancora a quel gioco di parole di Andrea.

«Comunque è uno che conta nell’ambiente discografico». Valerie ne era convinta.

In realtà anche lui era uscito dal giro. Felix Pappalardi, famoso per aver prodotto gli inglesi Cream di Eric Clapton, Jack Bruce e Ginger Baker ed essere stato il bassista, autore, produttore e seconda voce dei Mountain di Long Island, si era perduto dietro le droghe, le donne e la sfortuna, la debolezza e la semisordità.

Valerie poteva essere la sua salvezza.

«Felix ha grandi progetti per me e per se stesso. Vuole riunirsi ai Mountain. Leslie West ha intenzione di rimettere insieme la band e gli ha chiesto di tornare nel gruppo».

«E sua moglie? Sì la moglie di Felix, sa di voi due?».

Valerie si strinse nelle spalle.

«Le chiederà il divorzio. Compreremo una casa tutta per noi e ci sposeremo. Me l’ha promesso, l’altra notte, mentre facevamo l’amore».

«Gli uomini mentono a letto».

Felix però non mentiva.

«Vuole lasciarmi, ormai è certo. Ha un’altra», disse Gail alla suocera. «Aspetta Gail, ti passo tuo suocero, vuole parlarti». Lei attaccò il telefono, la voce era assente, parlava come se pensasse già ad altro. Si mise seduta sul letto e lo attese nel loro appartamento al quinto piano del 30 di Waterside Plaza nell’East Side di New York. Inghiottì l’ennesima pillola di Percodan. La notte non finiva più. Provò a sdraiarsi. Il sonno non la salvò. Ancora una pasticca di antidolorifico per anestetizzare i ricordi. Quello del matrimonio, celebrato il 30 maggio del 1969, erano giovani, hippy, belli e pieni di talento, e degli anni che seguirono, i concerti, i dischi e poi il declino per colpa di lui, glielo rinfacciava sempre, gli amplificatori tenuti troppo alti che gli avevano danneggiato l’udito, Felix non sapeva gestirsi, i soldi che finivano, non erano i motivi della sua disperazione, dell’odio. Il rancore non era dovuto ai continui tradimenti di Felix, anche lei andava con altri uomini, era nei patti, una relazione aperta: lo avevano accettato entrambi. Pure se per lei a volte era difficile. No, il risentimento era dovuto al fatto che quella nuova relazione non era una faccenda di sesso, ma d’amore. Il ricordo che la tormentava era quello che avrebbe avuto un giorno quando lui l’avesse abbandonata definitivamente. Incontrarlo con lei al Max’s Kansas City e in giro per Manhattan e far finta di niente. La notte da sola o con un amante occasionale. Con quelle immagini che nel tempo avrebbero sostituito tutte le altre. Lui con lei. Solo con lei. Nello stesso letto. Nella stessa sala d’incisione. Lui che la presentava. Lei che apriva i suoi concerti. La nuova coppia del rock’n’roll. Belli e felici. Felix Pappalardi si era innamorato di un’attricetta porno dalle ambizioni musicali chiamata Valerie Merians, di ventisette anni. Gail Collins ne aveva quarantadue e aveva scritto le parole di “World of Pain” e “Strange Brew” per “Disraeli Gears”[4] dei Cream e gran parte dei testi dei Mountain, aveva illustrato le copertine di tutti i loro dischi, era stata la più stretta collaboratrice di suo marito, e questo ora non valeva più nulla. Era il porto dove tornare dopo le notti brave, il corpo su cui riposare. E quel corpo invecchiava, si deteriorava con i farmaci, perdeva forma, cambiava odore. Quello di Valerie era fresco ed eccitante, profumato di gioventù e speranze. Magari la ragazza avrebbe scritto delle canzoni per lui e la band. Chissà, poteva anche saper disegnare. Comunque l’amava. Che ci poteva fare? Il Percodan non serviva a niente. Il suo amore non serviva a niente. La gelosia non serviva a niente.

Il proiettile della Derringer calibro .38 che trapassò il collo di Felix Pappalardi perforando la carotide alle cinque e quaranta del mattino del 17 aprile 1983 servì a interrompere ogni ricordo futuro. Qualunque memoria tra il suo uomo e la sua nuova donna. Ogni sogno di Valerie Merians. Ai ricordi per un po’ ci pensò la droga. Andrea True glieli ridestò delicatamente curando la tossicodipendenza della sua amica con pazienza e compassione. Quando tutte le immagini di quel breve passato tornarono, Valerie ormai aveva perso i denti e ogni desiderio sul suo corpo che aveva ripreso a non sentire più.

«“More, more, more. How do you like it?”».

«Non mi piace più niente, Andrea».

Valerie Merians morirà di malattia al fegato e all’anima, di depressione e malinconia, il 13 ottobre 2008, a cinquantatré anni nella natia Woodstock, dopo aver passato gli ultimi periodi della sua vita nel bilocale newyorkese di Andrea True. Il cuore di Andrea Marie Truden si fermerà tre anni dopo, il 7 novembre 2011, all’età di sessantotto anni, spezzato dal fallimento.

Andrea a volte riusciva ancora a far ridere Valerie. Anche sdentato il suo sorriso era bellissimo. Nelle labbra screpolate c’era sempre il ricordo dell’amore per Felix Pappalardi.

Gail Collins invece non rideva più. Pianse in tribunale quando il sostituto procuratore distrettuale Maureen Bardens le mostrò la piccola pistola d’argento. «Signora Collins Pappalardi, riconosce questa pistola?» Tra le lacrime Gail disse che non poteva guardarla, non poteva toccarla. «Vi prego, portatela via». Continuava a sostenere che era stato un incidente: «Felix mi spiegava come usarla, stavo familiarizzando con l’arma e deve essere partito un colpo, non so, non ricordo niente, per un attimo c’è stato il vuoto, il buio, non ricordavo neanche il mio nome. Non volevo, è stato un incidente. Dovete credermi. Per favore, portate via quella maledetta pistola. Vi prego. Non so neanche come si usa una pistola».

«Una volta, Felix ed io», testimoniò in aula Frances Laing, moglie del batterista dei Mountain Corky Laing, «stavamo parlando in macchina fuori dallo studio di registrazione, eravamo usciti perché lì dentro c’era troppo rumore, mi sembra che stessero riascoltando i nastri o provando qualcosa in cui lui non suonava, e nel parcheggio ci raggiunse Gail: attraverso il finestrino abbassato mi puntò una pistola alla testa minacciando di spararmi se mi avesse rivista in giro con suo marito. Stavamo solo parlando». Leslie West, chitarrista e cantante della band, disse in un’intervista: «Vuoi il mio consiglio? Regala a tua moglie un anello di diamanti, dei fiori, un reggiseno push up. Mai una pistola». Nell’appartamento di Manhattan, i detective della 21esima stazione di polizia di New York intervenuti quel mattino trovarono dentro il cestino della carta il certificato di matrimonio dei coniugi Pappalardi stracciato in mille pezzi. Felix era disteso sul letto in mutande.

I singhiozzi e l’aria affranta, il terrore mostrato per quell’arma, convinsero la giuria, sei uomini e sei donne, della sincerità dell’imputata. Il pubblico ministero aveva chiesto la condanna per omicidio di secondo grado, ma Gail Delta Collins Pappalardi fu riconosciuta colpevole solo di omicidio involontario e negligenza colposa per aver avvisato i soccorsi in ritardo, dopo la chiamata al suo avvocato. La pena fu da sedici mesi a quattro anni di reclusione. Il 30 aprile 1985 fu rilasciata sulla parola.

Qualcuno disse di averla vista vagare per molte notti su una barca intorno all’isola di Manhattan. Poi sparì da New York. Fu avvistata a San Francisco, a Vancouver, a Washington e in chissà quanti altri posti. I più la davano per morta suicida. Gail Collins era il fantasma dei matrimoni aperti. La cattiva coscienza della suprema corte di Manhattan.

Quindi si stabilì ad Ajijic, per via di quei colori. Per il cancro non ci fu niente da fare.

Il 6 dicembre 2013 il suo padrone di casa la trovò riversa a terra nell’appartamento che aveva affittato per 500 dollari al mese. Aveva settantadue anni. Solo allora gli abitanti della cittadina messicana scoprirono chi era quella strana espatriata americana.

 

[1] Pubblicato su “Verde” del 22 febbraio 2016.

 

[2] Film porno di Shaun Costello del 1973.

 

[3] Disco del 1976 di Andrea True Connection.

[4] Album dei Cream del 1967.

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8Silvia Priska Benedetti, Otto

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. Il triangolo è la figura geometrica di elezione delle storie che Sergio racconta: ce n’è uno, tragico, anche nella puntata su Felix Pappalardi, bassista dei Mountain e dei Blues Creation, produttore dei Cream e The Youngbloods, marito di Gail Collins e amante di Valerie Marron…
Illustrazione di
Silvia Priska Benedetti (Otto).

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Gioventù, amore e rabbia[1]

 

Dalla finestra la signora Preussker guarda il bosco. Non uno dei tanti che circondano la città in cui ora vive, Dresda, in Sassonia. Ma un luogo distante dove si incontrano gli amanti e gli assassini. Il posto scuro degli amori interdetti appena fuori una piccola città della Turingia. Ogni volta che il vento primaverile entra nel suo appartamento, lei è lì, nel rifugio di una relazione clandestina di quando ancora si chiamava Heidegrit Goldhardt e con il suo giovane uomo era perduta e pazza. Trascinata nella foresta dell’adulterio da quel vento che piega gli alberi e le vite e si insinua in un interno coniugale per portarsi via tutto. Era approdata a Sondershausen nel 1992 come insegnante di religione presso la locale chiesa protestante e l’anno successivo era già stata cacciata via dallo scandalo e dalla vergogna. Dalla colpa. È il senso di colpa ad arrivare quando sente il vento. Anche se lei è innocente. Se lo ripete sempre chiudendo le imposte. Ma il ricordo ha l’odore acerbo di Sebastian Schauseil e del suo delitto. Così ogni assoluzione è negata.

Heidegrit ha venticinque anni e un marito che la ama e giurerebbe sulla sua fedeltà di donna devota a Dio e al coniuge. Sebastian diciassette, una fede in Satana e una band di black metal chiamata Absurd che lo infervora delle ideologie neonaziste di Hendrik Möbus, suo coetaneo e batterista del gruppo.

Lei voleva redimerlo, Sebastian, ma riesce solo a sedurlo. Lui voleva mostrarsi come il più insensibile membro di una rinnovata Hitler-Jugend, ma si innamora.

«Mi ami?»

«Dio ti ama».

«Ma tu mi ami?»

«Tu devi amare il Signore».

«Ti ho chiesto se mi ami».

«Ti amo. Più della mia vita».

Si erano conosciuti nella sede dell’YMCA tramite un allievo di catechismo di Heidegrit, Sandro Beyer, che frequenta la stessa scuola di Schauseil, due classi indietro, e nel giro di un attimo avevano cominciato a precipitare. Dal momento in cui Sandro Beyer aveva capito cosa c’era tra i due.

Li guarda, sorride complice a quella storia segreta e vorrebbe morire, vorrebbe ucciderli. Uccidere quell’amore che gli sottrae Sebastian Schauseil.

Sandro Beyer è amico degli Absurd e il loro primo fan, è il loro zimbello: deriso e umiliato a ogni occasione per la sua debolezza, perché è un asociale e uno stupido, perché non è degno della razza ariana, perché è una checca. Eppure lui continua a strisciare dietro al suo amore taciuto, a fare lo sbruffone dichiarandosi satanista e malvagio per mostrarsi grande, sempre più grande e forte, degno di essere amato, rendendosi invece sempre più ridicolo. E ora che è messo in ginocchio da quel rapporto che sembra più tenace di qualunque cosa, ora che capisce che non è un gioco, cosa può fare il povero Sandro Beyer di quindici anni?

 

La Scandinavia è in fiamme e il fumo che aveva intossicato il black metal e avvolto le cattedrali del cristianesimo, dalla Fantoft stavkirke alla chiesa di Ullandhaug Bedehaus, da quella di Revheim a Stavanger alla cappella di Holmenkollen a Oslo, e poi la chiesa di Skjold a Bergen, la cappella di Ormøya, ancora a Oslo, la chiesa di Hauketo og Prinsdal, quella di Asane arrivando a cinquantadue edifici di culto distrutti, quel fumo acre e barbaro soffiato dai roghi appiccati dai membri dell’Inner Circle[2] guidati da Varg Vikernes in arte Burzum, quel fumo nero e denso ha superato i confini norvegesi e ora è giunto in Germania, suggerendo odio e devastazione. Morte. A chiunque.

 

Distruggere i due amanti proibiti, distruggere le loro vite fino a dividerli per sempre, questo è l’obiettivo di Sandro Beyer, la sua ossessione. Comincia a scrivere lettere anonime a Sebastian Schauseil minacciandolo di rendere pubblica la loro relazione. Di denunciare Heidegrit Goldhardt alle autorità della scuola e della chiesa rovinandola: forse sarebbe finita persino in prigione, sicuramente stava commettendo un qualche reato, di certo avrebbe perso il lavoro e il marito. Non vedetevi più e non si saprà niente di questo indegno rapporto. Siete ancora in tempo. Una lettera dietro l’altra. Sempre più cariche di ostilità e rancore. Sempre a lui. Ma non escludeva di consegnarne una a casa di lei, con il marito presente: sarebbe stato l’ideale.

Intanto Heidegrit e Sebastian vivevano la loro storia d’amore nel timore continuo di essere scoperti. Nell’incoscienza inebriante di due giovani amanti perseguitati ed eroici. Hendrik Möbus gli metteva a disposizione la piccola casa nel bosco di proprietà del padre. Gli alberi e il vento li nascondevano. Incontrarsi a casa di lei in assenza del marito era diventato rischioso. Lui poteva rincasare da un momento all’altro. La gente del paese poteva vedere il ragazzo entrare in quel portone e sospettare qualcosa. Qualcuno forse già mormorava della giovane insegnante e del ragazzino strano. Lo avevano fatto e ancora si sarebbero dati appuntamento per alcuni pomeriggi in quell’appartamento del centro, avrebbero usato il letto coniugale, come due sposi, poi le lenzuola a lavare, come due amanti clandestini, ma il rifugio nella foresta, che serviva anche da sala prove per la band, era più sicuro. Meno oppresso dai rimorsi e dalla paura. Il rumore delle foglie sotto i piedi li accompagnava alla porta oltre la quale ci sarebbero stati solo respiri, parole sussurrate e nessuna frase ricattatoria. Ma per quanto ancora?

 

«È lui a mandare le lettere», disse Sebastian nervoso.

«Ne sei certo?» gli chiese Heidegrit. La voce incrinata dall’ansia.

«E chi altro potrebbe essere».

«Perché ne sei così sicuro?»

«Ma lo hai visto come ci guarda… come mi guarda?»

«Che vuoi dire? Che lui…»

Sebastian si mise giù. Le carezzò il viso, il seno nudo. Le baciò un capezzolo. Lei gli fece indurire il sesso con la mano. Lui le si portò sopra. Heidegrit aprì le gambe.

«Troveremo una soluzione», fece lui.

Lei strinse i piedi sui suoi glutei.

 

«Heidegrit è incinta», confidò Sebastian a Hendrik Möbus e al terzo membro degli Absurd, Andreas Kirchner.

«Ne sei certo?» chiese quest’ultimo.

«Sì».

«Cazzo, e ora che vuoi fare?»

«Non lo so, so solo che quando se ne accorgerà quel frocio di Beyer ci denuncerà. E non solo a noi due. Leggete qui».

Gli mostrò una lettera nella quale li minacciava di spifferare anche delle frequentazioni della band con gli ambienti dell’estrema destra considerata eversiva dalle autorità tedesche.

«Andiamo», intervenne Möbus, «chi vuoi che gli dia retta, è un povero scemo».

«Ne sei convinto? E poi proprio tu dovresti preoccuparti».

Hendrik Möbus non rispose.

«Heidegrit che dice?» domandò Kirchner.

Adesso fu Sebastian a restare in silenzio. Poi disse: «Ieri ero a casa di Heidegrit e dalla finestra ho visto Beyer che stava per avvicinarsi alla cassetta della posta. Deve essersi sentito osservato perché e se ne è andato in fretta, senza lasciare niente».

 

«Be’, non avrai paura», disse Juliane, la ragazza di Möbus, a Beyer nel cortile della scuola.

«Non vedo motivo di avere paura», rispose lui infastidito. «Io non ho paura di nessuno. E poi sono loro amico, no?»

«Si certo. Allora alle otto. Sai dov’è?»

«Sì, so dov’è».

L’appuntamento era nella casetta nel bosco di Hendrik Möbus. Gli Absurd volevano parlargli. Magari volevano farlo entrare nella band. Perché lui era un duro e un satanista vero. Sarebbe diventato anche un perfetto nazionalsocialista, se glielo avessero chiesto. Si erano resi conto del suo valore. No, non sospettavano che dietro le missive ci fosse lui. Di certo pensavano a qualche bigotto di quel paese di merda. Lui era loro amico. Forse Sebastian si stava accorgendo di lui.

 

«Che hai?» le chiese suo marito.

«Niente, non ho niente», gli rispose Heidegrit, accennando un sorriso.

«Stai bene?»

«Sì sto bene».

«Qualcosa non va col lavoro? Qualche tuo allievo ti dà preoccupazioni?»

«No no, che dici, va tutto bene, davvero. Sono solo un po’ stanca. Vado a dormire».

 

Sandro Beyer si presentò poco dopo le venti. Non doveva mostrare di avere fretta. Non doveva manifestare nessuna insicurezza.

Sebastian Schauseil tirò fuori le lettere. Le sbatté sul tavolo. Ora Beyer ebbe paura. Möbus lo spinse contro i suoi due camerati, che lo bloccarono su una sedia stringendogli un cavo elettrico intorno al collo. Beyer tentò di allentare la presa, cominciò a scalciare contro Möbus che gli fermò le gambe e lo colpì con una coltellata all’addome. Ormai era tardi per tornare indietro. Beyer non riusciva a gridare. Il cappio stringeva sempre più. Sebastian Schauseil pensò a Heidegrit, pensò che avrebbe potuto perderla, pensò di amarla così tanto da stringere il filo fino a quando la resistenza di Sandro Beyer si ridusse al solo peso del suo corpo che stava per scivolare dalla sedia.

All’improvviso li catturò una strana euforia. Quasi una gioia incontenibile. La gioia attraverso l’orrore.

Lo seppellirono in un angolo del bosco. Erano le venti e trenta e il vento della primavera del black metal spirava sulle loro azioni. Si abbracciarono. Vili eroi strampalati del National Socialist Black Metal[3] e dell’amore dannato. Pensarono che fosse una bella idea mettere sulla copertina del loro demo, “Thuringian Pagan Madness”[4], la foto della tomba di Beyer con la data della sua morte, 29.04.93, per mano degli Absurd. Un po’ come aveva fatto Burzum che sulla cover di “Aske”[5] mise l’immagine dello scheletro bruciato della Stavkirke di Fantoft, il suo primo indimenticabile rogo. Avrebbero voluto accludere, al posto dell’accendino gadget dell’EP di Vikernes, un cavo elettrico, ma la direzione del carcere non glielo concesse. Furono arrestati una settimana dopo l’omicidio e condannati a otto anni di reclusione, perché minorenni.

 

Heidegrit Goldhardt non volle testimoniare in tribunale, ma confessò tutto al marito, che chiese il divorzio. Lei riprese il cognome da nubile, Preussker, lasciò il suo lavoro a Sondershausen e si trasferì, con il bambino avuto da Sebastian Schauseil, a Dresda. I due si lasciarono. Lui in seguito si sarebbe sposato con un’altra donna. Lei con un altro uomo. Ma ancora oggi, Heidegrit sa che il vento che soffia da ovest non può tenerlo fuori più di tanto. Le ricorda il suo vecchio giovane amore e quanto erano stati stupidi. La signora Preussker chiude la finestra.

[1] Originariamente pubblicato su “Verde” del 18 gennaio 2016.

[2] Organizzazione criminale interna al black metal.

[3] Black metal di ideologia nazionalsocialista.

[4] Absurd, 1995.

[5] Burzum, 1991.

VERDE RIVISTA

Deep voices from ICR-37Inchiostro Lisergico, Deep voices from ICR-37

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. L’ottava, superba puntata è la storia dell’amore clandestino tra Heidegrit GoldhardtSebastian Schauseil (il cantante e chitarrista degli Absurd, band di punta del National Socialist Black Metal tedesco) e dell’omicidio del quindicenne Sandro Beyer, avvenuto il 29 aprile 1993.
Illustrazione di Inchiostro Lisergico (Deep voices from ICR-37).

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I Remember Lee[1]

 

Deve essere stato per via della neve. Tutto quel bianco: fu come essere avvolti in un sogno gelido. Lui l’aveva presa per un braccio e buttata in strada. Senza cappotto. Il freddo la travolse. Era sporco e umido come quella neve. Come quel sogno in cui lui dormiva su una panchina fuori dal Birdland[2]. E poi, via via, dopo la chiusura del locale al 1678 di Broadway, sui marciapiedi davanti ai club dove sperava ancora di suonare. Il vestito leggero in pieno inverno. Il cappotto e il flicorno impegnati per comprarsi l’eroina. Senza denti per l’effetto della droga – e perché qualche spacciatore glieli aveva spaccati per i suoi debiti. Aveva perso la dentiera. Aveva rubato un televisore da un hotel. Ci aveva fatto pochi dollari. Era tornato a dormire per strada. Le scarpe erano rotte. L’astinenza insopportabile. Adesso non c’era più neanche Art Blakey a rifornirlo di roba buona in cambio della sua tromba in un disco o per una serata. Lei gli aveva riscattato il paltò e lo strumento. Gli aveva comprato una dentiera nuova. Gli aveva passato il metadone. Gli aveva dato una residenza. Gli aveva procurato scritture in tutti i jazz club che conosceva. E ora eccola là, al 242 East nella Terza Strada in mezzo a tutta quella neve. Lui era tornato dentro per il set successivo. Dalla sua puttana. Lei era sola nel suo sogno invernale.

Due giorni prima. Forse tre. O chissà quanti, lo aveva supplicato di non andarsene un’altra volta. Lui non rincasava per giorni. Lei non lo cercava. Sapeva dov’era. Con chi stava. Quella sera però provò a trattenerlo. Non capiva bene nemmeno lei perché. Si era decisa a lasciarlo e tornare a Wilmington, nel North Carolina da sua madre. Ma qualcosa glielo impediva. Forse l’amore. Più probabilmente la paura di restare di nuovo sola. Una vedova con due figli grandi, il primo avuto a quattordici anni, che non vedeva da quando, quindicenne, li aveva abbandonati ai nonni. Una donna che si diceva spacciasse droga a Harlem prima di incontrarlo e avesse ucciso suo marito, dato per morto annegato, con una coltellata. Amica di tutti i jazzisti tossici e in difficoltà di New York e amata da nessuno.

«Lasciami stare,» le disse lui scostandosi bruscamente.

«Ti prego, rimani,» insistette lei, pur sapendo quanto la sua richiesta fosse inutile. La mano protesa verso di lui.

«Non lo capisci che non ne posso più? Non ne posso più della tua gelosia. Di te. Lasciami vivere.»

«Se sei ancora vivo lo devi a me!» Replicò lei, ora con rabbia. «Senza di me tu…»

«Io cosa? Ma smettila con questa storia.»

«Ti ho rimesso nel giro. Non ti faceva suonare più nessuno.»

«Ma certo. No cara, io ho sempre suonato in ogni club, con i migliori musicisti in circolazione.» Lee prese un disco vicino al giradischi. Lo girò e rigirò tra le mani, glielo mostrò. «Guarda!» Fece lo stesso con un altro long playing. E un altro. Le copertine con la grafica in stile Blue Note. Incisi senza l’intervento di lei. Glielo ricordava, sbattendole in faccia quei 33 giri. «Guarda! Tutti volevano Lee Morgan! E mi hanno sempre pagato bene; per me, per la mia tromba.»

«Pagato, già, a eroina.» Disse lei sarcastica.

«Meglio del tuo metadone. Ma cosa vuoi, eh? Mi hai preso la gioventù, ti sei tenuta i miei guadagni. Cos’altro vuoi? Lasciami andare.»

«Ma sì vai, vai dalla tua amichetta,» disse lei con un sorriso di scherno.

«La mia amichetta. Be’ io sono ancora giovane, Helen. Tu sei vecchia!» Le urlò Lee uscendo di casa con la sua tromba, pieno di odio.

«Quando tornerai, non sperare di trovarmi.» Gli gridò lei per le scale.

Invece, il sabato sera seguente lo andò a cercare allo Slug’s Saloon, dove Lee Morgan aveva un contratto per una settimana con il suo quintetto.

Helen aveva una pistola.

«Tieni, prendila. Questo è un quartiere pericoloso. Potrebbe servirti quando non ci sono,» le disse Lee il giorno che le regalò l’arma.

Da circa un anno, il più talentuoso trombettista della scena hard bop si stava allontanando dalla sua amante e protettrice. Lei si era messa il suo cognome come una moglie. Lui aveva conosciuto un’altra donna. Più bella. Più giovane di Helen, ormai sfiorita a quasi cinquant’anni. Lui ne aveva poco più di trenta. Con la sua nuova ragazza divideva la cocaina e le notti nei locali. Il letto di lei. Rientrava nel soffocante appartamento del Bronx solo quando gli serviva la sua mammina per organizzargli qualche serata, che riscuoteva e garantiva per lui. Molti continuavano a considerarlo inaffidabile per via della sua tossicodipendenza. Lei sapeva tenerlo in riga. Ma lui era stufo di vederla seduta a un tavolo a controllare ogni sua mossa. Ogni brano che eseguiva. Ogni nota. Lo teneva lontano dalla droga e dalle altre donne. Le disse che non la voleva più ai suoi concerti. Così, come in un languido standard jazz che va a morire, lei perse il controllo su di lui. Tentò il suicidio con il veleno. Lui pensò che fosse un patetico tentativo per tenerlo con sé. Ne rise.

La notte del 19 febbraio 1972, il sorriso beffardo di Lee si era però spento davanti al cattivo auspicio della neve. Verso l’incrocio tra l’Avenue B e la C, la sua automobile sbandò su una lastra di ghiaccio andando a schiantarsi su un marciapiede. Lee Morgan, arrivato a piedi al locale, tremava e si mise a ricordare la morte di Clifford Brown[3], avvenuta quindici anni prima in un incidente lungo la Lincoln Highway tra Philadelphia e Chicago. Per Lee, Brown era stato un maestro e con i Jazz Messengers[4], in un certo senso, aveva preso il suo posto al fianco di Art Blakey. Tremava e si commuoveva al pensiero di quell’uomo scomparso a soli venticinque anni e per la cui memoria aveva suonato “I Remember Clifford”[5]: struggente, un sommesso pianto alla tromba per non dimenticare la grazia della sua musica e la mala sorte che può ucciderti in qualunque tratto di strada, in tutte le stagioni, prima o dopo qualsiasi serata. Aveva paura Lee. Lo confidò ai suoi musicisti prima di andare in scena. Lo disse al suo nuovo amore, che l’aveva accompagnato anche quella sera. La neve gli avrebbe portato male. Se lo sentiva.

Helen entrò nel locale e si avvicinò al suo tavolo. Lee ebbe uno scatto. «Chi è questa donna?» Gli chiese la sua ragazza. «È una troia che non vuole lasciarmi in pace,» rispose lui, afferrando Helen per trascinarla verso l’uscita in fondo allo stretto corridoio dello Slug. Lei non fece in tempo neanche a ritirare il soprabito consegnato al guardaroba. La neve del Lower East Side la strinse nel sogno di quando, nel 1967, salvò il suo uomo. Faceva troppo freddo in quel sogno bianco per restare su una strada di Manhattan. Troppo freddo per non cercare un po’ di caldo dentro il locale. Calore di musica, gente, chiacchiere, divertimento, fumo, whisky, amore. «Vieni, ti asciugo il sudore.» Helen gli passò il fazzoletto sulla fronte. Sotto il naso. Gli tamponò il mento. Vicino alla bocca. La pistola le cadde dalla borsetta. Nella neve. La guardò. La raccolse e rientrò.

«Mi spiace signora, ma il signor Morgan non vuole che la faccia entrare,» le disse l’addetto all’ingresso del club. «Il mio cappotto,» sussurrò lei. Lee, rabbioso, incattivito, forse solo esausto, le veniva incontro. Il buttafuori non si accorse della pistola. Neppure Lee, che cadde a terra, colpito al petto da un proiettile. Helen lasciò andare la rivoltella e restò immobile a piangere. «Chiamate la polizia,» disse tra le lacrime.

Per circa mezz’ora, Lee Morgan rimase sul pavimento ad aspettare l’ambulanza, tra la segatura e il pubblico che lasciava il locale. La città era bloccata dalla tempesta. Il sangue, lentamente, abbandonava il suo corpo. La segatura non bastava più. Dizzy Gillespie[6] gli diceva di respirare e stare calmo. Anche John Coltrane[7] lo rassicurava e gli recitò il salmo “A Love Supreme”[8]. La sua voce si allontanava a poco a poco diventando un sussurro mentre Lee chiedeva aiuto ad Art Blakey: «Dammi un po’ della tua roba, Art, sto male.» Ma Blakey non l’aveva con sé. «Mi dispiace, figliolo.». La solita espressione sardonica del batterista era sparita dal suo volto.  Anche Wayne Shorter[9] e Hank Mobley[10], Curtis Fuller[11], Jimmy Smith[12], Larry Young[13] e tutti gli altri con i quali aveva collaborato nel corso degli anni, gli si misero intorno. Non sapevano che fare. Gli sorridevano mesti. Qualcuno con gli occhi lucidi. Charles Earland[14] gli diceva che dovevano continuare a esplorare tanta fusion insieme. Non aveva ascoltato il loro disco finito due giorni prima. «È venuto davvero bene, sai. Sei stato bravissimo.» “Morgan”[15] l’aveva composta per lui. Poi si tolse il cappello. C’era anche la sua ex moglie, la modella e danzatrice Kiko Yamamoto. Lee si scusò con lei per averla lasciata troppo presto per amore dell’eroina. Alla fine arrivò Clifford Brown. Gli fecero spazio. Lee Morgan gli accennò un sorriso stanco e dolente e capì che era giunto il suo momento. Avrebbe voluto fare un’ultima volta il pezzo a lui dedicato. Ma proprio non ce la faceva. Il fiato non c’era più. «Non preoccuparti,» gli disse Clifford mettendogli un dito sulle labbra. «Ora non parlare, so come ci si sente.» Benny Golson[16], che aveva scritto quello strumentale, annuì. L’ambulanza avanzava a fatica nella neve. «Quando arriva la polizia?» Chiese Helen guardandosi attorno. I compagni delle lotte per i diritti civili di Lee dissero che i soccorsi lo facevano apposta a ritardare Si trattava, in fondo, solo di un negro. Angela Davis[17] gli carezzava i capelli pettinati bene, con la riga di lato. Lo ringraziava per quel brano intitolato con il suo nome e gli prometteva che presto sarebbe uscita dal carcere. Helen aveva smesso di piangere e mormorava qualcosa tra sé: «Ti amavo. Ma tu sei stato cattivo con me,» sembrava dicesse. «Molto cattivo.» Nessuno badava a lei.

Il suono stridente della sirena in lontananza. Poi la notte in bianco e nero fuori dal locale prese a lampeggiare. Quando i paramedici, accompagnati dal gelo e con gli scarponi imbiancati, si avvicinarono a Lee, la neve si sciolse nel suo sangue. E se lo portò via.

[1] Originariamente pubblicato su “Verde” del 21 dicembre 2015.

[2] Jazz club newyorkese.

[3] Trombettista jazz.

[4] Gruppo jazz di Art Blakey.

[5] Standard jazz composto da Benny Golson nel 1957.

[6] Trombettista jazz.

[7] Sassofonista jazz.

[8] Poesia preghiera dell’omonimo album di John Coltrane uscito nel 1965.

[9] Sassofonista jazz.

[10] Sassofonista jazz.

[11] Trombonista Jazz.

[12] Organista jazz.

[13] Organista jazz.

[14] Organista e sassofonista fusion.

[15] Brano di Charles Earland del 1972.

[16] Sassofonista jazz.

[17] Attivista americana per i diritti civili.

VERDE RIVISTA

lunedì21DeadTamag0tchi, All velociraptor wanted was just to sing Nirvana songs till death 

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni.  Il protagonista della settima puntata è Lee Morgan, il grande trombettista allievo di Dizzy Gillespie, ucciso dalla moglie con un colpo di pistola al termine di un concerto, il 19 febbraio 1972.
Illustrazione di
DeadTamag0tchi (All velociraptor wanted was just to sing Nirvana songs till death).

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Les Enfants Du Rock[1]

SERGIO GILLES LACAVALLA 2 (1024)

Dramma in un atto[2]

SCENA I

 

Una stanza d’hotel. Pomeriggio. Un piccolo balcone. Sulla ringhiera è seduta Christiane. Dietro di lei Gilles. Sul palazzo di fronte, una luminaria con scritto Johnny Hallyday[3] Le Zenith Parc de la Villette.

 

GILLES (accennando la canzone dei Boomtown Rats) “Tell my why?”[4]

 

CHRISTIANE (anche lei canticchiando) “I don’t like Mondays!”

 

Christiane si sporge di più, quasi volesse unire il cielo e la strada in un’unica linea. La strada è quella dell’arresto della ragazza dell’atto I. Poi Christiane sputa un po’ della birra nel vuoto con le macchine e la gente sotto e quella che le rimane la mischia alla saliva di Gilles nella sua bocca. Ancora in avanti sulla ringhiera verso il lunedì.

 

GILLES Attenta amore che così andrai giù. (Le prende i fianchi)

 

Sullo schermo della tv accesa, il film “Détective” di Jean-Luc Godard. Johnny Hallyday posa il revolver sul comodino.  

 

CHRISTIANE La grande via col nome della Santa Martire della vendetta, che ha dato il suo colore a un pezzo di bandiera, dice che qualcuno verrà ucciso. Bisogna solo attendere.

(pausa di silenzio).

È da tempo ormai che ci trasciniamo da una città all’altra…[5]

(Christiane si volta di nuovo su Gilles che le stringe di più i fianchi).

In esse non c’è mai la luce… (lo accarezza con un dito sulle labbra).

Ma solo riverberi duri… (lo bacia).

Perché le grandi città, Signore… (riprende a guardare davanti a sé i palazzi del pomeriggio: da una parte della scena, una ragazza bionda lecca il sesso della sua amica, una giovane donna s’inginocchia a terra sputando il sangue dalla bocca, quando il suo uomo sbatte la porta, vicino a lei un flacone di pillole, alcune sparse sul pavimento. Allla tv, Johnny Hallyday infila i proiettili nel tamburo della pistola mentre legge sul libro aperto sopra il letto le frasi di Shakespeare – o forse è Conrad o lo stesso Godard – che parlano di città maledette, le stesse pronunciate da Christiane. Una ragazza si toglie le mutande e mangia un biscotto girando per casa, sul pube le cade qualche briciola; un ragazzo si lascia sodomizzare da un altro uomo e viene sul lenzuolo).

Le grandi città, sono maledette.

 

SCENA II

 

Sul palco del Violator. Con Christiane e Gilles c’è la loro band (potrebbero essere gli Spiritual Front o una band formata da vari musicisti della scena oscura, qui chiamati Teenage Wildlife[6]). Il pubblico, scarso, è sotto. Ubriaco, drogato, distratto. Il gruppo suona. Christiane canta. Una ragazza del locale, nuda, a parte le calze a mezzacoscia, balla su un tavolino.

 

Christiane si gira il filo del microfono intorno alla caviglia e porta il piede nudo a terra, mentre continua a cantare assorta I Don’t Like Mondays. Gilles, a torso nudo, strappa un altro accordo dalla sua chitarra. Quando uno del pubblico si avvicina a Christiane e le tira il filo del microfono, quasi facendola cadere, Gilles gli tira un calcio in faccia e Christiane ride. Il concerto finisce lì, col jack della chitarra di Gilles che si stacca.

 

SCENA III

 

Sul palco della scena precedente. Il locale ora è vuoto. Il concerto è finito. La serata è finita. Si sta per chiudere.  La band toglie i propri strumenti.

 

CHRISTIANE Che schifo di concerto. Io stonavo pure.

(Gilles si asciuga il sangue sul labbro spaccato, poi ci pensa lei con la sua lingua a fermarglielo).

Siamo due rockstar Gilles! (si guarda la caviglia rigata dal filo del microfono). Very punk, con le ferite… e senza un soldo… non c’hanno pagato neanche stasera vero?

Gilles non risponde e mette la chitarra nella custodia.

Neanche stasera vero? (Urla).

 

GILLES Neanche stasera (sussurra).

 

SCENA IV

 

In strada. Il freddo punge il pube scoperto di Christiane, subito riscaldato dalla bocca di Gilles inginocchiato davanti a lei. Tiene le sue mutande nel pugno. Sul muro dietro, il manifesto degli Indochine annuncia che tra qualche giorno Nicola Sirkis sarà in città.

 

CHRISTIANE Chi mai andrà a vedere il concerto dei Teenage Wildlife? La cantante stona pure.

 

GILLES (allunga una mano sul seno di Christiane, continuando a leccarle il sesso. Poi dice) Sei tutta sudata amore, ti prenderai un accidente.

 

CHRISTIANE E chi se ne frega, pensa solo a farmi venire, Gilles.

 

SCENA V

 

Di nuovo nella loro stanza d’albergo.

 

Gilles si alza dal letto e va sul balcone, quando Christiane si mette dentro l’ago e la sua notte diventa il palco più grande che ci sia (ciò viene simulato da un cambio di luci o anche da immagini video proiettate sul muro, oppure sul vetro della portafinestra come sul letto), dove lei canta sicura e bellissima mentre i fan l’amano dell’amore totale e assoluto che solo chi non ti conosce ti può dare. Christiane accenna una canzone muovendosi sinuosa come se fosse in scena. La stanza per lei ora è enorme ed elegantissima e lei gira nuda con soltanto l’anellino che le ha regalato Gilles sul piede: un anellino di diamanti e scaglie di cielo aperto della gloria. Così lo vede in questo momento. Si abbassa e se lo tocca. Le espressioni del suo viso mostrano che adesso è altrove. Anche la luce in scena sembra sempre più di un altro posto.

 

CHRISTIANE Poi anche Nicola Sirkis proverà a baciarmi l’anellino, ma tu lo prenderai a pugni, eh Gilles, perché solo tu può baciarmi i piedi. I piedi della più grande rockstar del pianeta Terra. (Ride e poi piange e ride e si asciuga il naso. Sente freddo, così nuda, la luce torna a essere quella della loro stanza. Gilles non torna dentro). Fatti anche tu Gilles, per una volta, per una volta, Gilles, fammi compagnia. La stanza sta tornando quella di prima, Gilles. Gilles, torna dentro. Ti prego. La stanza sta tornando quella di prima. Fatti con me. Scopa con me. La stanza, Gilles. La stanza. La luce. Gilles.

 

SCENA VI

 

Sul palco. Al soundcheck.

 

Christiane sussurra I Don’t Like Mondays seduta sul piccolo palco ingombro degli strumenti per un’altra sera, togliendosi gli anfibi. Gilles parla col batterista, non si capisce cosa si dicono, comunque indicazioni tecniche, e accorda la sua chitarra.

Christiane comincia a battere con una bacchetta della batteria sull’anfibio, iniziando a cantare un’altra canzone, senza stonare, sommessa e dolce nella voce. Quindi batte più forte con la bacchetta e si alza per andare in bagno.

 

SCENA VII

 

Lo stesso palco della scena precedente. In realtà non c’è stata nessuna uscita di scena: solo una variazione di luci. Sera, durante il concerto, Christiane si toglie il giubbotto e rimane a cantare a torso nudo, come Gilles, il seno piccolo e pallido coi capezzoli turgidi. Poi sputa a uno che cerca di toccarla e ride quando Gilles gli punta contro la chitarra come fosse un fucile; il tale arretra e si mischia tra il pubblico.

 

Scena VIII

 

Stanza d’hotel. Notte.

 

CHRISTIANE Guarda è tutto strappato! (urla mostrando a Gilles la manica del giubbotto di pelle sulla sua pelle nuda. Lei è completamente nuda, indossa solo il suo giubbotto).

 

GILLES È alla moda (un leggero sorriso di scherno e amarezza).

 

CHRISTIANE Non dire stronzate Gilles! Stronzate! Non ti hanno ancora pagato, vero? (urla ancora, poi abbassa la voce, quasi piagnucolando) Non c’hanno ancora pagato ed è tutto strappato, guarda, guarda cazzo!

 

Gilles scuote la testa. Christiane urina sul pavimento. Poi si inginocchia davanti alla sua pipì e vomita tutto l’alcol bevuto, quando Gilles prende la sua giacca e esce dalla stanza. Christiane piange poggiandosi con la schiena al muro e si asciuga la bocca con la manica del giubbotto.

 

SCENA IX

 

Stanza d’albergo. Mattina.

 

CHRISTIANE L’ho cucita (mostra la manica a Gilles, che si accende una sigaretta e la mette sulla chitarra, seduto sul letto a provare qualche accordo. Christiane si avvicina a lui e gli sfiora le labbra con un dito, ma Gilles si volta).

Non fare così amore… ti prego… (prova a baciarlo, ma Gilles apre appena la bocca e Christiane può solo accarezzargli con la lingua le labbra).

Non ti faccio schifo, vero? Dimmi che non ti faccio schifo Gilles, mi sono lavata i denti e non puzzo, non puzzo d’alcol, senti, e me ne sono fatta poca. Davvero poca.

 

SCENA X

 

Sul palco. Durante il concerto e in una stanza in un ricordo.

Sotto il faro Christiane si chiude con la mano l’orecchio per sentire la sua voce che canta la canzone che ha scritto con Gilles un pomeriggio con la pioggia fuori e i sogni ancora sulla pelle.

Le luci cambiano. Sono in una stanza, forse di una casa. Forse di un bell’hotel. (Potrebbero essere proiettate inmmagini video degli interni dei sogni di Christiane). Gilles le carezza i piedi mentre lei canta le parole che ha scritto sulla sua musica e poi lui le bacia i piedi.

 

CHRISTIANE Mi fai il solletico

 

Christiane si lega il filo del microfono alla caviglia e riprende a cantare e la droga non sa neanche cosa sia e non stona mai.

Le luci cambiano di nuovo. Di nuovo sul palco del Violator. Christiane non stona neanche adesso che si è chiusa l’orecchio e il suo alito sul microfono non sa d’alcol ma solo di fragole e della canzone che parla di due rockstar che fanno l’amore all’Olympia di gloria vuoto dopo che hanno suonato. Farebbe l’amore adesso anche su questo palco col suo Gilles. Gli si avvicina e lo accarezza, mentre lui finisce la sigaretta e il faro sopra di lei, sopra di loro isolati da tutto, si spegne in un attimo. Christiane rimane col microfono legato alla caviglia.

 

SCENA XI

 

Le luci cambiano ancora. Il palco e il locale, la scena, sono vuoti. Luci alte del club alla chiusura. Solo loro due.

Gilles dà un piccolo bacio sulla caviglia di Christiane rigata di rosso del filo e poi le bacia il piede sotto la pianta sporca del palco.

 

CHRISTIANE Ho cantato bene, vero?

 

GILLES (fa segno di sì con la testa) Quando non prendi tutto quello schifo sei bravissima.

 

Christiane sorride orgogliosa e si alza la gonna. Gilles le abbassa le mutandine e infila la lingua nella sua fica. Christiane mugola.

 

CHRISTIANE Ti amo Gilles e non voglio più ficcarmi dentro quella roba ma solo la tua lingua le tue dita e il tuo cazzo che mi inietta dentro solo amore amore mio. Scopami per sempre, per tutto il tempo dell’eternità, amore.

 

GILLES (si alza, abbassa la zip dei pantaloni, tira fuori il sesso già eretto è penetra Christiane, che si stringe forte a lui) Per tutto il tempo dell’eternità.

 

SCENA XII

 

Stanza d’hotel di Christiane e Gilles. Pomeriggio.

Johnny Hallyday suonerà allo Zenith al Parc de la Villette, sta scritto sulla luminaria davanti al balcone.

 

CHRISTIANE (mandando giù un altro po’ di birra, o whisky). Attenta amore che vai di sotto. (Si dice seduta sul letto contando i pochi soldi che tiene sul palmo, alcune monete e qualche banconota di piccolo taglio, mentre Gilles tira di boxe con la sua ombra).

La città dice che presto qualcuno verrà ucciso. Bisogna solo attendere.

Si alza dal letto. Si infila il giubbotto e va verso Gilles.

È tutto strappato, guarda Gilles, si strappa sempre di più, non posso più cucirlo e con questi non ci faccio un cazzo (mostra i soldi). Un giubbotto nuovo costa troppo.

 

GILLES No, è la tua roba di merda che costa troppo!

 

CHRISTIANE Voglio un giubbotto nuovo e tu non sei mai capace di farti pagare, sei un fallito Gilles! (gli urla contro).

 

GILLES Tu invece sai come farti pagare, vero?

 

CHRISTIANE Che vuoi dire, eh? Dai che vuoi dire?

 

GILLES Lascia stare.

 

CHRISTIANE No, dillo dai.

 

GILLES Quando ti serve sai essere una gran troia.

 

CHRISTIANE Ah lo hai detto! Non è vero. No, non è vero. E poi, se fosse almeno ci rimedierei qualcosa. Con te non ho mai niente. Sei solo un fallito, Gilles. E un illuso, credi ancora che le tue canzoni ti porteranno da qualche parte? Eh? Sono anni che facciamo questo schifo di vita. Non è mai cambiato niente. Siamo sempre allo stesso punto. Ma tu ancora ci speri, povero stupido. Io almeno con la mia roba sono realista. Mi sono arresa, ecco. (Christiane comincia a piangere e sussurra): Non sono una troia, mi sono solo arresa. (Gilles la guarda, fa per avvicinarsi, ma poi sbatte la porta e se ne va). No amore non te ne andare, ti prego. Scusa. Dai ce la faremo. Le tue canzoni sono bellissime.

 

SCENA XIII

 

Stanza d’hotel. Notte.

 

CHRISTIANE (esce dal bagno piangendo, bagnata, con addosso solo il suo giubbotto rotto e l’odore del bisogno di droga mischiato a quello del bagnoschiuma rimasto sulla pancia. Gilles non è rientrato).

Mi sono lavata non puzzo tu mi vuoi bene Gilles, tu mi ami, mi ami tanto, guarda sto bene non ho preso niente… è che senza non posso più cantare all’Olympia, ci provo, per un po’ ci riesco, ma poi, torna tutto uguale, e lì è bello.

(Gilles non rientra più e Christiane piange e trema e suda e vomita e non ce la fa più, la stanza è piccola e non ha il suo anellino di diamanti. Tocca per terra con le mani, freneticamente, cercandolo. Poi il piede). Voglio il mio anellino, dov’è l’Olympia, perché non c’è nessuno?

 

SCENA XIV

 

La notte è umida e fredda. Christiane si chiude il giubbotto, esita, poi attraversa la strada.

 

SCENA XV

 

Stanza d’albergo.

 

Quando Christiane rientra, la luminaria è fluorescente del concerto che Johnny Hollyday ha fatto mentre loro non hanno suonato. Nel riflesso, ora quasi accecante, almeno per gli occhi di Christiane, del live della star del rock, Gilles posa la chitarra al suo fianco sul letto e fa per alzarsi, ma lei lo ferma.

 

CHRISTIANE No Gilles, non mi guardare sono brutta e voglio fare la doccia. (Va con gli anfibi in mano verso il bagno, sbattendo sulla parete).

 

Scena XVI

 

Stanza d’hotel / bagno (nel bagno, l’ideale sarebbe avere una doccia vera, con l’acqua che scende. In alternativa, si possono usare luci come fili d’acqua, o proiezioni).

 

Le lacrime di Christiane si mischiano alle gocce che scendono dall’alto, senza lavare via la vergogna per una dose. Si strofina forte l’ano e non riesce a smettere di piangere, sentendo ancora il tale che per quella droga le è venuto dentro il culo quasi subito, ma a lei sembrava un’eternità, solo il pensiero dell’Olympia e lei che cantava le ha fatto rilassare qualche secondo appena il sedere e non sentire tutta quella vergogna. Questi pensieri si capiscono dal lavarsi di Christiane, assente e ossessivamente, il sedere. O anche, come si è detto all’inizio, dalla lettura delle didascalie.

Bagnata com’è, torna nell’altra stanza, si sdraia sul letto vicino a Gilles, che si scansa, ma lei gli si poggia addosso, gli prende la mano e se la mette sul sesso.

 

CHRISTIANE Amami amore, dimmi che non ti faccio schifo dimmi che mi ami. Non chiedermi niente. Leccami la fica profumata. Dammi il tuo dolce cazzo. Non parlare, se non per dirmi che mi ami.

 

SCENA XVII

 

Stanza d’hotel. Pomeriggio.

 

Sul televisore, nella stanza vuota, Johnny Hallyday guarda dalla finestra la grande via col nome della Santa Martire della vendetta che dice che tra poco qualcuno verrà ucciso. Bisogna solo attendere.

 

SCENA XVIII

 

Violator. Non c’è nessuno nel pomeriggio. Solo il proprietario del club. E Gilles e Christiane arrivati molto prima dell’ora del soundcheck.

 

PROPRIETARIO Che ci fate qui?

 

GILLES I soldi.

 

CHRISTIANE I soldi.

 

Il proprietario del locale neanche li guarda e dice:

 

PROPRIETARIO Passate domani. Poi ieri non avete nemmeno suonato.

 

GILLES Domani è oggi. (Gli si avvicina di più).

 

CHRISTIANE Domani è oggi. E ieri non esiste. Domani è oggi, hai capito, brutto stronzo!

 

Il proprietario del club tira fuori dal cassetto una rivoltella, ma non fa in tempo a fare niente perché Gilles lo afferra per la nuca e gli tira una ginocchiata che gli spacca il naso e lo sbatte con la schiena al muro e lo colpisce ancora in faccia con un pugno e un altro e ancora uno al fegato e un calcio sulla coscia e l’uomo è pieno di sangue e rantola a terra e poi smette pure di respirare quando Christiane, che gli ha preso la pistola caduta a terra, gli spara un colpo addosso senza neanche mirare e poi fruga nel cassetto e prende tutte le banconote che trova e salta contenta e ride e bacia Gilles sulla bocca e vanno via di corsa.

 

SCENA XIX

 

Stanza d’hotel. Pomeriggio.

 

JOHNNY HALLYDAY (sul film di Godard in tv) È da tempo ormai che ci trasciniamo da una città all’altra.

 

CHRISTIANE (guardando la città sotto e davanti a sé seduta sulla ringhiera del balcone). È da tempo ormai che ci trasciniamo da una città all’altra.

 

GILLES (si avvicina a lei e le stringe i fianchi).  Attenta amore che andrai di sotto.

 

JOHNNY HALLYDAY (sul film di Godard in tv) In esse non c’è mai la luce.

 

CHRISTIANE In esse non c’è mai la luce. Ma solo riverberi duri… ho bevuto troppo.

 

GILLES Come al solito.

 

CHRISTIANE Come al solito… ma adesso abbiamo tanti soldi e io mi compro il giubbotto nuovo.

 

DALLA TV Perché le grandi città, Signore…

 

CHRISTIANE Sono maledette. Eh sì, ho bevuto troppo Gilles e devo fare la pipì.

 

GILLES Falla.

 

CHRISTIANE Su questa maledetta città, Signore?

 

GILLES Su questa maledetta città, Eugene.

 

Si sente il suono di una sirena della polizia, lontano.

 

CHRISTIANE Tanto non ho le mutande (si solleva la gonna e lascia andare la sua urina, mentre Gilles le mette la mano sulla fica. Christiane sorride).

 

Un ragazzo biondo esce dal palazzo, sta attraversando la strada, ma Johnny Hallyday, sull’altro marciapiede, gli va incontro ed esplode un colpo dalla sua rivoltella (questa azione si vede in un angolo della scena da parte di due attori, ovviamente Johnny Hallyday non è lui, ma solo uno che gli somiglia, almeno così sembra a Christiane, vedendolo da quel balcone). Il ragazzo rimane morto a terra. Johnny Hallyday si guarda intorno e fugge. La sirena della polizia è più vicina.

 

CHRISTIANE Le grandi città, Signore, sono maledette.

 

GILLES Chi lo ha detto Eugene?

 

(Gilles toglie piano la mano bagnata dal sesso di Christiane e la sua pipì, spinta dal vento, le scende lungo la coscia e poi giù sulla caviglia e il piede nudo).

 

CHRISTIANE Un poeta che ha smesso di scrivere.

SERGIO GILLES LACAVALLA 1 (1024)

[1] Titolo di una trasmissione musicale della televisione francese.

[2] Versione teatrale dell’omonimo racconto pubblicato nel libro “Rockriminal Murder Ballads Storie di Rock Balordo e Maledetto” (Coniglio Editore, febbraio 2011). Prima rappresentazione, in forma di lettura scenica, il 22 aprile 2011 al Brancaleone di Roma.

[3] Rockstar francese.

[4] Da “I don’t like mondays”, Boomtown Rats, 1979.

[5 ]  Dal film “Détective” di Jean-Luc Godard del 1985.

[6] Come il titolo di una canzone di David Bowie da “Scary monsters (and super creeps)”, 1980.

1700 Grand View Drive

 

«Dai Lana, un Vicodin, qualche sorriso e anche questa notte la superiamo.» Una notte uguale all’altra. Ad accompagnare i clienti al tavolo e a fare la carina. Non era difficile. Bastava fingere. Lei era un’attrice. Un’attrice bionda dal sorriso bianchissimo e le ambizioni perdute nel buio di un riflettore spento e del tempo che passava. Aveva collezionato tanti di quei primi episodi di telefilm, senza mai vedersi rinnovare il contratto per il resto della serie, che le sembrava tutto uno scherzo. O un accanimento del destino. Non fu notata neanche dal cinema: troppo piccoli i ruoli che le affidavano. Quando le fu offerta una parte più importante, fallì miseramente interpretando una pellicola, “La Regina dei Barbari”, talmente ridicola che ancora si vergognava. Ormai era tardi per recuperare. Lana Clarkson, quarant’anni, era un’attrice fallita. Non c’era da girarci intorno. Poco più di una cameriera. Meno di un’entreneuse. Hostess in un night club di West Hollywood. Lana buttò giù la sua pillola contro l’infelicità e affrontò la notte.

Anche lui, in fondo, era un fallito. Il più grande produttore della storia della musica moderna, quello che aveva fatto di tre ragazze dagli esordi stentati, le Ronettes, un fenomeno da classifica con “Be My Baby” e registrato i nastri definitivi dell’ultimo album pubblicato dai Beatles, “Let It Be”, colui che aveva coprodotto George Harrison in “All Things Must Pass” e il Concerto per il Bangladesh e John Lennon in “Imagine”, era, in fin dei conti, un perdente. Di Phil Spector, all’inizio degli anni 2000, dopo venti anni a non fare praticamente nulla, cosa restava? Niente. Se non una figurina rachitica e tremolante di sessantatré anni rinchiusa nella paranoia e in un’incredibile residenza degli anni Venti del Novecento arroccata nella San Gabriel Valley, il Pyrenees Castle di Alhambra. Il wall of sound era crollato e al suo posto erano state innalzate le mura di una sinistra fortezza edificata sul terreno della follia. Phil Spector, adesso era per tutti solo l’eccentrico ex genio del pop che giocava con le pistole e sopravviveva con l’alcol, gli psicofarmaci e le allucinazioni del tempo perduto. Ridevano di lui, quando usciva tutto curvo dal Castello, con i suoi improbabili parrucchini e la Mercedes S430 Limousine guidata dall’autista personale. La notte in giro per i locali dello Strip a placare l’ansia.

Quando, il 3 febbraio del 2003, Lana e Phil s’incontrarono all’House of Blues, si riconobbero nelle rispettive infelicità.

Lui non la mollò per tutta la sera. Lei recitava il suo ruolo. Come con tutti i clienti. Come con nessun altro. Non perché si trattava di Phil Spector: cosa poteva fare uno come lui per una come lei? No, era per quella solitudine che si scambiavano negli sguardi spossati dai propri fallimenti, e che cercavano di lenire l’uno con l’altra in una sala riservata ai VIP. Lui aveva preso degli antipsicotici. Aveva bevuto. Insultò qualcuno del personale. Poi gli lasciò cinquecento dollari di mancia. Con lei era stato gentile. Verso le tre del mattino, finito il turno di Lana, Phil le offrì un passaggio. Lei accettò. In macchina, lungo il Sunset Boulevard, con le palme e le luci sempre accese che scorrevano dal finestrino, lui le propose di finire la serata a casa sua. «Ma solo un drink,» disse lei, convinta dall’insistenza di lui. «Va bene, solo un drink,» sorrise Phil. Ridevano, parlavano di niente, un bacio, e tacevano, scrutati dallo specchietto retrovisore dello chauffeur, lungo le quaranta miglia che separavano l’8430 del Sunset Blvd dal 1700 di Grand View Drive.

A Lana il profilo della villa parve subito inquietante. Le torrette. I tetti rossi. L’architettura francese. Pensò alla dimora di Barbablù. Ma superò il timore ed entrò, con la rinnovata promessa di Phil che si trattava solo di bere qualcosa. «Vedi, lui aspetta qui fuori,» disse Phil indicando il suo autista, che rimaneva nell’automobile davanti all’abitazione pronto a riaccompagnare Lana a casa.

Dopo circa due ore, alle cinque del mattino, un colpo di pistola lo destò dal sonno sfinito dall’attesa. Si precipitò fuori della vettura.

Phil Spector aprì la porta e scese gli scalini davanti all’ingresso principale della casa. Lo sguardo vitreo. Del sangue sulla giacca. Dentro, nell’androne, Lana era accasciata su una sedia Luigi XIV. La bocca insanguinata.

«“Penso di aver ucciso qualcuno”.» Adriano De Souza, l’autista alle dipendenze del produttore, testimoniò in tribunale interrogato dal vice procuratore distrettuale Alan Jackson.

«Sì, il signor Spector mi disse proprio così: “Penso di aver ucciso qualcuno”.» Ripeté incalzato dall’avvocato della difesa, Bradley Brunon, nel controinterrogatorio durante l’udienza di lunedì 21 maggio 2007 alla Los Angeles Superior Court davanti al giudice Larry Paul Fidler.

«Non potrebbe aver detto: “Penso sia stato ucciso qualcuno”? O “Penso si sia ucciso qualcuno”?» chiese Brunon.

«No, ha detto proprio: “Penso di aver ucciso qualcuno”.»

«Nei verbali della polizia risulta però che lei abbia usato più volte il termine “sparato” invece che “ucciso”.»

«No, ho sempre detto ucciso.»

«Ascoltando i nastri della sua deposizione rilasciata cinque ore dopo i fatti al detective Paul Fournier, mi sembra di capire che lei non parlasse perfettamente l’inglese. Neanche oggi, dopo quattro anni, lo parla bene. Non potrebbe, quella notte, aver tradotto le parole del signor Spector dall’inglese al portoghese e poi riferite di nuovo in inglese, con i possibili errori di traduzione?»

«No. Non è stato così. Parlavo bene l’inglese.»

«La sua lingua madre però è il portoghese, lei è brasiliano, vero signor De Souza?»

«Sì, sono brasiliano.»

«E, se le mie informazioni sono esatte, aveva un permesso di soggiorno, per motivi di studio, scaduto, ed era in corso un provvedimento di espulsione nei suoi confronti, poi ritirato. Le chiedo, signor De Souza, non potrebbe aver subito pressioni da parte del vice procuratore distrettuale…»

«Obiezione, Vostro Onore.»

«Obiezione accolta. Avvocato riformuli la domanda in maniera differente.»

«Non potrebbe, l’ufficio del procuratore, aver interceduto presso quello dell’immigrazione in cambio della sua testimonianza?»

«Obiezione, Vostro Onore.»

«Obiezione respinta. Il teste risponda.»

«L’ufficio del procuratore distrettuale ha inoltrato domanda presso quello dell’immigrazione per differire il procedimento di espulsione. Ma non ho avuto nessuna pressione da parte dell’accusa. Ho testimoniato perché era la cosa giusta da fare.»

Phil Spector ascoltava quasi assente. «Stia tranquillo, la tireremo fuori da questa brutta storia,» lo rassicurava l’avvocato Linda Kenney Baden. La giuria non sapeva che pensare. Mark Lillienfeld, il detective dell’ufficio dello sceriffo della contea di Los Angeles intervenuto quella notte, illustrò in aula la scena del crimine. Il corpo della donna era malamente seduto, quasi scivolato, su una sedia bianca. La testa inclinata verso sinistra. La bocca imbrattata di sangue per il colpo di pistola che l’aveva uccisa spezzandole la spina dorsale. Il sangue era colato sul collo e sul petto. Vicino al piede e alla caviglia sinistri, sul pavimento coperto da un tappeto rosso, c’era la rivoltella usata, una Colt Cobra calibro .38 Special a canna corta. Il sangue della donna aveva riempito i solchi delle incisioni sulla pistola. In casa furono rinvenute altre undici armi da fuoco. Il detective ne mostrò alcune. La fondina della Colt fu trovata nel cassetto di un comò: era la prova che non si trattava di una pistola che la Clarkson portava con sé. A terra c’era un panno intriso di sangue. Il sangue della vittima era anche su una zampa della sedia, sulle scale che dirigevano al secondo piano e sullo smoking bianco indossato da Spector quella sera, buttato sul pavimento della camera da letto: alcuni minuscoli schizzi macchiavano la giacca, uno soltanto l’interno di una tasca dei pantaloni. Nell’ingresso della casa c’erano delle candele accese, due bicchieri da cocktail su un tavolinetto basso, quello della donna aveva tracce delle sue labbra sul bordo. Aveva bevuto brandy. A fianco, una bottiglia vuota di tequila e una di soda. «Sembrava un incontro romantico finito male,» disse il detective. Lei indossava un vestitino corto e nero molto leggero, quasi una sottoveste, con un giacchetto dello stesso colore. Sull’abito e sul seno c’erano tracce di sperma. Una pillola di Viagra è stata trovata in una valigetta dell’accusato.

Lui l’aveva fatta inginocchiare per una fellatio, sotto la minaccia della pistola. Lei non voleva, voleva andarsene. Lo supplicava di lasciarla andare. Terrorizzata. Lui si è masturbato. Forse godeva di quella paura. Forse lo ha fatto dopo. Le ha messo la canna dell’arma in bocca e ha sparato. Sulla lingua il medico legale ha trovato degli ematomi, come se la pistola fosse stata introdotta a forza; per lui si trattava di omicidio, ma non poteva averne la certezza. Secondo l’accusa le cose erano andate in questo modo. Il caso era chiuso.

«Mi ha chiesto di farle vedere la mia collezione di armi. Poi mi assento un istante e quando torno di là… No! Bang!» Raccontò Spector ai suoi legali.

Il collegio difensivo di Spector sostenne la tesi del suicidio. Lei era depressa, la sua carriera era un disastro, si era cacciata la pistola in bocca e aveva premuto il grilletto. Nella casa di una celebrità. Se a sparare fosse stato Spector, come mai la sua giacca  presentava solo poche piccole gocce di sangue invece che esserne imbrattata in gran parte? Un esame balistico effettuato dalla difesa dimostrava che quelle tracce di sangue erano state schizzate sulla giacca da una distanza di almeno tre metri. E perché sulle mani di Spector non c’era del sangue, come non c’erano residui di polvere da sparo? Chiese Brunon alla giuria. Se le avesse sparato lui, la mano che impugnava il revolver avrebbe dovuto esserne intrisa. Il sangue e la polvere da sparo si trovavano nella mano di lei, sull’avambraccio, sotto la manica del giacchetto e sulla punta dei proiettili nel tamburo, dove c’erano tracce di DNA della donna ma non di Spector.

Per il vice procuratore distrettuale, Phil Spector aveva modificato la scena del crimine per farla sembrare un suicidio. Ne aveva avuto il tempo: il 911 fu chiamato solo dopo quaranta minuti dalla morte della Clarkson. L’aveva messa sulla sedia, la pistola vicino al suo corpo, ripulito un po’. Ma aveva compiuto un errore: la rivoltella era sul lato sinistro della vittima, e lei non era mancina. «Nella confusione di quel momento,» replicò l’avvocato, «Spector può aver spostato inavvertitamente l’arma calciandola con un piede.»

Il processo finì con un nulla di fatto, la giuria, formata da nove uomini e tre donne, sempre più perplessa, non raggiunse un verdetto unanime.

La data d’inizio del nuovo dibattimento fu stabilita dal giudice al 20 ottobre 2008.

Intanto, piano piano, i difensori di Spector, Roger Rosen, Leslie Abramson, Marcia Morrissey, Bruce Cutler, avevano lasciato il caso. Anche Linda Kenney Baden, che si occupò delle conclusioni, abbandonò tutto fiaccata da quelle incertezze e dai comportamenti di un cliente continuamente in stato di alterazione. Inaffidabile per un’eventuale testimonianza. Sara Caplan, che si era già esonerata dal collegio difensivo durante il processo, fu accusata di oltraggio alla corte per non aver voluto testimoniare riguardo a un presunto occultamento di prove da parte di un loro perito: sembra che l’esperto forense, il Dottor Henry Lee, avesse raccolto qualcosa di molto piccolo e bianco sulla scena del crimine il giorno dopo la morte di Lara Clarkson, forse un frammento della sua unghia. Del vecchio team rimase solo Christopher Plourd, a cui si affiancò Doron Weinberg. Sarà lui a prendere il posto di Bradley Brunon.

«Il signor Spector, non potrebbe aver detto: “Credo che dovresti chiamare qualcuno”, invece di “Penso di aver ucciso qualcuno”? Come continua a sostenere il signor De Souza?» Fu questo il dubbio che Weinberg cercò di insinuare nella nuova giuria. La dichiarazione di Adriano De Souza rimase immutata

Alan Jackson chiamò a deporre quattro donne che già avevano testimoniato riguardo certe abitudini di Spector, più una nuova teste. «Phil Spector mi mise la pistola in bocca. Io volevo andar via, ma lui mi ripeteva: “Se provi ad andartene ti ammazzo”,» disse la donna. Le testimonianze erano tutte uguali. A volte erano emozionate. Altre rabbiose. Ma tutte ripetevano la stessa cosa. E questa volta, al contrario del primo processo, suscitarono molta impressione nella giuria. «Prima o poi doveva accadere: per cinque volte il colpo non è stato esploso. La sesta, purtroppo, quel proiettile ha incontrato Lana Clarkson,» ha detto, fissando i giurati, il vice procuratore distrettuale. Per molti dell’ambiente della musica, quelle rivelazioni non furono poi una novità. Il puzzo d’alcol e follia di Phil Spector era forte il giorno in cui puntò una rivoltella al cuore di Leonard Cohen durante le registrazioni di “Death of a Ladies’ Man”. Lo stesso fece con Dee Dee Ramone, gli poggiò la pistola sul petto e gli fece capire che poteva premere il grilletto, se lui e gli altri Ramones, stufi delle sue minacciose stramberie, avessero lasciato la sala del pianoforte e il Castello prima del suo consenso. «Smontò l’arma in due secondi netti e la rimontò in altri due. Era un maniaco delle pistole e padroneggiava tutte le tecniche di tiro,» disse Dee Dee nella sua biografia. Johnny Ramone ricordò, delle session di “End of the Century”, «un piccolo uomo che impartiva ordini fino a sfinirti, con il plantare rialzato nelle scarpe, una parrucca in testa e quattro pistole.» «Comunque, un sacco di cose sono state esagerate,» ha detto Marky Ramone. «E tante altre erano solo indotte dall’alcol.»

Per l’ex moglie ed ex solista delle Ronettes, Ronnie Spector, Phil era un mostro che la sottoponeva a violenze e minacce di ogni tipo e la rinchiudeva in casa, nascondendole le scarpe per non farla uscire, pazzo di gelosia. «Vedi, questa è per te,» le disse un giorno mostrandole, nello scantinato della casa, una bara dorata con il coperchio di vetro. «Ti guarderò attraverso quel vetro, se tu mi lascerai.» Ronnie divorzierà da lui nel 1974. «Mi stavo avviando verso la morte. Se non l’avessi lasciato, sarei morta di sicuro.»

Lui una volta dichiarò al Daily Telegraph che soffriva di disturbo bipolare. Per Dave Thompson, il suo biografo, i problemi si acuirono dopo un incidente d’auto avvenuto nel 1974, che gli provocò gravi ferite al viso e alla testa ricucite con centinaia di punti. Per Ronnie era stato il successo a cambiarlo. Per qualcun altro, i guai ebbero inizio con la nascita: figlio di due cugini di primo grado. Il sangue malato. Il padre si suicidò quando lui aveva dieci anni. Andò in garage e si uccise col tubo di scarico dell’automobile. Per il suo gracile aspetto, gli altri ragazzini lo perseguitavano, lo insultavano e lo picchiavano. Da grande, con le sue pistole, nessuno lo avrebbe più umiliato. Con le armi era un gigante.

Il 13 aprile 2009 arriva il verdetto: Harvey Phillip Spector è riconosciuto colpevole di omicidio di secondo grado e condannato a una pena da diciannove anni di reclusione all’ergastolo. Formalizzata la sentenza, l’avvocato Doron Weinberg chiederà, il 29 maggio successivo, il trasferimento dal carcere della contea, il Twin Towers Correctional Facilities, 450 Bauchet Street, alla California Substance Abuse Treatment Facility and State Prison di Corcoran.

La sua giovane ultima moglie, Rachelle, sposata alcuni mesi precedenti l’inizio del primo processo e conosciuta poco dopo la morte di Lana Clarkson in un ristorante di West Hollywood dove lavorava come cameriera tra una particina e l’altra nel cinema e delle fotografie di nudo su Playboy, bionda come Lana, ha detto al Daily Mail che «Phil è un uomo buono e generoso, che non può aver fatto quello di cui è accusato. Non è il mostro che dipingono in tanti. È sensibile, gentile e un po’ infantile. Mi batterò fino alla fine perché sia riconosciuta la sua innocenza. Sapete, la cosa che mi ha più rattristato è stata la pubblicazione di quelle foto di lui senza capelli. Hanno voluto togliergli anche la dignità.»

Quando il regolamento carcerario glielo permette, Rachelle va a trovare suo marito nella Contea di Kings al 900 di Quebec Avenue. Alla coppia è consentito abbracciarsi una volta soltanto e scambiarsi un unico bacio.[1]

[1] Originariamente pubblicato su “Verde” del 23 novembre 2015.

VERDE RIVISTA

my_sir_francis_bacon_s_portrait_by_redtweny-d92pz58Red Tweny, My Sir Francis Bacon’s portrait (2015)

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. Penso di aver ucciso qualcuno? o Penso che si sia ucciso qualcuno? C’è una bella differenza, non trovate? Uno scarto che ha segnato i due processi per la morte di Lana Clarkson. Unico indiziatoPhil Spector: “un piccolo uomo che impartiva ordini fino a sfinirti, con il plantare rialzato nelle scarpe, una parrucca in testa e quattro pistole” (Johnny Ramone dixit), o “un uomo buono e generoso, sensibile, gentile e un po’ infantile” (Rachelle Spector)?
Illustrazione di Red Tweny (My Sir Francis Bacon’s portrait, inchiostro su cara, 50×60 cm, 2015).

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ARSO DAL SOLE DEL DOVERE[1]

Il corpo da macello e la macchina sportiva di Pier Paolo Pasolini (Ostia 2 novembre 1975)

 

Dramma in un atto

“Così, accondiscendendo alle richieste della coscienza, i muscoli cominciano a muoversi, ma perché quell’azione esista veramente bisogna che al di fuori dei muscoli ci sia un nemico ipotetico, e, perché esso possa rendere reale l’esistenza, deve infliggere al dominio dei sensi un colpo violento che faccia tacere la noiosa coscienza. Proprio in quel momento il coltello del nemico, tanto desiderato, penetra nella […] mia carne. Sgorga il sangue, l’esistenza è distrutta, e grazie alla sensazione di annientamento essa viene per la prima volta concepita come un tutto, si colma la breccia assurda che esisteva tra il vedere e l’esistere… Questa è la morte.”

(“Sole e Acciaio” Yukio Mishima 1968)

“Oddio non ce la faccio più! […] Sto a morì dar freddo. Mamma sto a morì non ce la faccio più!”

(“Mamma Roma” Pier Paolo Pasolini 1962)

“Ecco le tue mani che smaniano,

e il tuo corpo senza mistero per se stesso

che offre la sua carne macra

alla festa organizzata come un linciaggio per lui.”

(“Bestia da stile” Pier Paolo Pasolini 1965-1974, postuma 1977)

“Pasolini is me […]

As i live and breathe,

you have killed me.”

(“You have killed me” Morrissey 2006)

Nota dell’autore. Dove non specificato dalle canzoni pop degli anni 60-70, la musica di tutto il dramma potrebbe essere di Spiritual Front, Macelleria Mobile di Mezzanotte, Ivashkevich, Winter Severity Index, NL4T, Calm’n’Chaos e altri musicisti della “scena oscura romana”. La musica è un sottofondo continuo. I danzatori butoh, o attori da teatro fisico, possono essere sostituiti da danzatrici-attrici dai tratti mascolini, androgini, solo donne; oppure da donne e uomini, l’importante è l’aspetto androgino.

 

Intro con “Ostia (The Death Of Pasolini)” dei Coil, 1986. Nel buio.

OSTIA (THE DEATH OF PASOLINI) “There’s honey in the hollows
And the contours of the body
A sluggish golden river
A sickly golden trickle
A golden, sticky trickle […]”

 

La scena teatrale si svolge all’Idroscalo di Ostia – dove è stato ammazzato lo scrittore e regista – e nella Torre di Chia, l’ultima residenza del poeta, quella di campagna dove scriveva l’incompiuto ultimo romanzo, “Petrolio”. È notte. Arriva la macchina di Pier Paolo Pasolini (nelle rappresentazioni all’aperto, in luoghi tipo il reale Idroscalo di Ostia, l’automobile sarà una vera automobile; in quelle al chiuso, nei teatri, la macchina sarà la carcassa di un’automobile o anche solo i fari della macchina). Dallo stereo dell’auto esce la canzone di Luigi Tenco “Vedrai Vedrai”. Si intravede Pasolini al volante, ma non si vede bene all’interno dell’abitacolo chi sia con lui.

VEDRAI VEDRAI “Quando la sera me ne torno a casa, non ho neanche voglia di parlare.

Tu non guardarmi con quella tenerezza, come fossi un bambino

che ritorna deluso […]”[2]

Pasolini scende dalla macchina, solo. Allo stesso momento si accende la luce di una lampada che illumina una scrivania sul fondo del teatro-campo di calcio, è la luce nella Torre di Chia, dove c’è ancora lui: Pasolini, che da questo momento racconterà la propria morte vedendola sul suo doppio ucciso sul campo di pallone dell’Idroscalo interpretato da un attore-danzatore butoh – e poi su se stesso)

PASOLINI (Canticchiata) “Vedrai vedrai, vedrai che cambierà,

forse non sarà domani, ma un bel giorno cambierà.”[3]

È cambiato tutto.

Ma quel giorno è stato orribile.

Non è avvenuto, però, all’improvviso.

Anche se, sì, è stato veloce.

Il primo conato di vomito dopo un amplesso.

Per quell’acne sul viso e sulle spalle che non mi diceva più di gioventù.

La gioventù era invecchiata a diciassette anni come ai miei cinquanta.

Ci eravamo entrambi corrotti: avevamo seguito il nostro tempo.

Questo ci ha corrotto.

Il presente ci corrompe. “Io sono una forza del passato.”[4] Ma certo (con sufficienza e ironia). No (con decisione). E neanche “moderno”[5]. Il mio passato non è stato che un susseguirsi di inevitabile presente.

Mi aggiro per le strade di notte e nel sole,

che crea ombre sui palazzoni

– altari di cemento edificati sopra le macerie di una scuola di periferia, senza più maestri; dentro il salotto, la televisione. Ci andavo anch’io in televisione. Ma adesso basta. Una reclame e poi compriamo noi stessi. Io, in questa notte decisiva, pago per l’ultimo acquisto. E poi, per tutti, sarà debito: sarà sempre più sul debito –

Questi palazzi che hanno mangiato le casette di calce di ieri

quando i ragazzi erano spogli come esse,

e sorridevano senza aspirazioni nei giorni eterni,

così distanti da chi potevano soltanto derubare,

ma mai somigliare né invidiare,

rubare era la loro ribellione individuale,

con la pelle scura per il sole e l’odore di sudore del Mandrione,

a terra avvinghiati in una lotta

che non guardava altre giornate.

Io li osservavo.

E devo dire che era bello. Quante domande gli facevo. E loro quanto ridevano, coi denti storti e il sorriso acceso e disincantato, eppure ingenuo.

Anche quando prendevano i miei soldi, erano ingenui.

No! Ero io che li vedevo così. Si preparavano, in realtà, a farsi gli assassini di oggi.

Come te. Dai lo so.

Eppure li sentivo così,

annusandoli,

toccandoli dentro.

Fuori; che era l’unico loro dentro.

Così, adesso, il vento arriva da sud-est. Dal mare.

Dall’automobile è uscito Pino Pelosi, che si avvicina a Pasolini e gli tocca la bocca e l’inguine. 

Sai ancora della cena.

Dentro, lo sperma sulla mia bocca cola, dentro, ogni volta,

In scena, Pelosi continua a muoversi attorno a lui sfiorandolo, soprattutto la bocca, quasi per dirigere le sue parole, quasi per non farlo parlare.

stanotte,

come tutte le notti,

ormai

non sa più degli adolescenti

del budello stretto teso dalla Tuscolana alla Casilina,

sui pratoni dietro alla borgata Gordiani,

non posso guardarli,

e degli spiazzi e le baracche di Cecafumo e del Pigneto

e polvere sollevata dal pallone.  – Ancora un tiro –

Devo ripetere i nomi dei luoghi. Ricordare. Perché tu non hai memoria. D’altronde, lì ci vivi. Ricordare. Ma non come oggi. Non come oggi! Pure se rimane solo questa notte, solo l’oggi della decisione. E questo luogo.

Il movimento di Pelosi si fa più violento e fisico su Pasolini, che è quasi assente nella sua narrazione.

È sperma chiuso in pantaloni tutti uguali

comprato da una pubblicità.

È seme non fecondo che condanna alla maledizione.

Sulle mie labbra. La tua sborra da merce,

che ora urini veleno contro la rete – Pisciami in faccia, questa notte vale tutto, più delle altre notti: è la mia decisione, oltre la stanchezza –

Anche queste baracche vogliono sembrare le case estive della borghesia.

La nostra orgia, che ridere, così misera.

Misere parodie. Eppure identiche

nel progetto di un’uguale ambizione.

Come te. Trasfigurato in uno sviluppo senza progresso. Non ascolti.

Bestia da consumo.

Ipocrita e feroce.

Pallido e con le spalle strette e deboli, guardati,

per niente sole sulla pelle opaca.

Nessuna corsa,

nessuna lotta.

Mi ripugna il tuo corpo falso,

di “informe accidia”[6].

Guasto di violenza.

Il membro già e ancora rigido

senza sensualità e gioia.

Succhia il mio, almeno è ancora quello di un uomo. Non sei d’accordo, eh? Non sei d’accordo? (con rabbia)

“La tragedia è che non ci sono più esseri umani,

ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra”[7].

Questa notte, ogni notte, noi, non siamo che questo: strane macchine

che urtano una con l’altra.

Macchine senza motori:

nient’altro che vuote carrozzerie coi fari accesi sull’inferno.

Pelosi porta Pasolini verso i fari della sua macchina. Gli apre e tira giù i pantaloni.

Ecco, il tuo sesso mi penetra brutale, da dietro.

Mi incula nella mia nausea vogliosa, forse la stessa del primo conato, che si ripresenta di continuo, in queste occasioni, lo voglio così, certo, per questo lo detesto,

mi detesto, che credi?

con un respiro di affannato disprezzo

in me che eiaculo bramando nei brividi…

Dallo stereo della macchina parte la canzone “La notte” di Adamo (su questa canzone PPP bacia sulla bocca Pelosi, voltando il viso mentre è sodomizzato. Poi si toglie dal suo pene rigido e, masturbandolo, continua a baciarlo sulla bocca.

PASOLINI (quello  davanti alla macchina, ora dice): Dimmi che mi ami.

Pelosi ride. Pasolini gli tira i capelli con violenza e lo bacia ancora, mordendogli le labbra facendolo sanguinare. Inizia una lotta tra di loro, Pasolini colpisce disperatamente Pelosi, che continua a ridere, si ripara dai colpi, sembra quasi in gioco, che si trasforma poi in uno scontro reale, ora l’avversario di Pasolini non ride più e colpisce anche lui.

 

LA NOTTE “Se il giorno posso non pensarti, la notte maledico te.

E quando infine spunta l’alba, c’è solo vuoto intorno a me.

La notte tu mi appari immensa, invano tento di afferrarti […]”[8]

La lotta si trasforma di nuovo in un rapporto sessuale, duro, violento, dai caratteri sadomasochisti. Pelosi sodomizza ancora Pasolini, gli tira i capelli, si fa fare una fellatio mettendoglielo in bocca con brutalità, lo schiaffeggia.

PASOLINI (ancora quello davanti all’automobile) Dimmi che mi ami!

PASOLINI (di nuovo quello alla scrivania, nella Torre di Chia) … di un altro eterno istante necessario

d’ebbrezza e follia,

nel denso vuoto

inarcando la schiena allo smanioso tormento.

Adesso è Pasolini a sodomizzare Pelosi.

 

Poi sono io,

in te venendo dentro

ma mai arrivo alla tua testa

mentre la mia annega

nei gesti ripetuti:

sempre quelli

ogni notte

fino a non riconoscere più

i nostri corpi separati.

 

Pasolini continua il monologo nella sua abitazione, adesso spogliandosi e proseguendo nudo, come nelle ultime foto di Dino Pedriali alla Torre di Chia, mentre l’altro Pasolini viene spinto contro la sua automobile da Pelosi. Che lo bacia e lo colpisce con pugni e schiaffi. Lo masturba. Intanto il Pasolini narratore viene carezzato, baciato, sulla bocca e sul sesso, spompinato, da un ragazzo uscito dal buio. Questi si alza, gli dà uno schiaffo. Un bacio. Dopo un po’, alcuni uomini, usciti anche loro dal nulla del buio del teatro, da un’altra automobile che adesso accende i fari rivelandosi, vanno verso la scrivania. La lampada sul tavolo illumina accecante Pasolini. Questi uomini cominciano a colpirlo. Sembrano quasi dei poliziotti che torturano un prigioniero per farlo parlare. Alcuni di loro vanno a dare man forte al Pelosi. Pelosi si scansa e lascia gli altri a colpire Pasolini, la violenza presto si trasforma in un rapporto sessuale a più persone, quasi una gang bag cui protagonista, vittima e centro del piacere è Pasolini, che masturba e spompina i suoi aguzzini-amanti, si fa inculare da essi. Poi, questo amplesso di gruppo diventa di nuovo un pestaggio, adesso violentissimo. Tra le botte ancora qualcuno compie atti sessuali su Pasolini. Partecipa anche Pelosi.

Il colpo arriva sulla testa.

In un primo momento non reagisco:

siamo qui per questo, no? Ti ho pagato per questo. Quante altre volte è successo.

Pugni.

Frustate.

Le mani le porto al capo solo per non vedere

ciò che ho già visto,

e continuo a guardare, in questi colpi..

Ho visto tutto:

la violenza dello Stato e quella di intellettuali vili,

di politici che corrompono ogni essere

tra le nuove borgate.

Del potere finanziario – servito dai ministri della repubblica.

Per giovani come te formati della loro anarchia:

il potere politico di permettere ogni (loro) cosa per legge.

(Ma tu non ascolti e io non parlo, voi non mi ascoltate, ma sì, non vi ho forse chiamato anche per questo? Niente parole. Non parlo per te, per nessuno di voi, non parlo, mi riempio la bocca, solo riempirsi la bocca, e poi un altro e un altro, che colpisce e tu batti ancora e ancora colpisci; insieme a tutti agli altri. Io non riesco più a venire. Adesso c’è solo dolore. E forse non lo voglio più).

 

Pelosi prende a crocifiggere Pasolini ai fari della sua automobile. Inespressivo, insensibile. Gli altri, che hanno smesso il pestaggio, guardano. Uno si masturba. Anche Pasolini narratore inizia a essere crocifisso nel suo monologo alla scrivania.

Poi perché l’amore per la vita mi travolge in un attimo.

E questo amore,

ho sempre saputo che non poteva portarmi bene.

La strada è un fascio di luce dell’automobile

in una corsa tra le primule e le viole

e le arterie sterrate

e poi l’asfalto e terra e il caldo sporco

dell’India e l’Africa.

La polvere delle periferie romane

come quella del Kenia e del Sudan.

Luoghi sacri come in Israele e in Giordania,

di giovani cristi che pensavo “simpatici malandrini”[9]

a Ponte Mammolo e al Quadraro. A Donna Olimpia.

Sbagliavo. Ma devo ripassare in quei posti. Come vi passavo. Ci devo ripassare. Ci passo. Tra le primule e le viole. Per sopportare. E non sopportare più. Perché ora non c’è nessun piacere.

Le partite di pallone alla scuola di Ciampino e a Casarsa coi ragazzetti, sempre loro. Passa.

“Giro per la Tuscolana come un pazzo,

per l’Appia come un cane senza padrone”[10].

Cercando un padrone.

Ma un padrone cattivo e violento come me.

 

Adesso dal gruppo di carnefici-amanti si fa avanti un altro danzatore-attore che prende a colpire Pasolini crocifisso ai fari. Gli altri, insieme a Pelosi, continuano a guardare.

Un altro colpo alla fine della strada.

In questo funereo campo di calcio.

Ho scelto gli assassini comunisti di mio fratello

allo stesso modo, ora, di questi del neocapitalismo

in una notte che si veste dei miei stessi abiti alla moda

e sale su un’automobile veloce.

Alfa Romeo Giulietta GT 2000.

Madre, che mi hai dato il sentimento più grande dannandomi a “un’infinita fame

d’amore, dell’amore di corpi senza anima”[11].

Ma ora questa assenza, assenza d’anima,

è mostruosa e malefica.

Madre, non guardarmi con quella tenerez… ! Non lo senti quanto è penosa adesso? Ne ho bisogno.

Madre, aiutami!

E poi urlerai una seconda volta e sarà finita anche per te che rimetterai di continuo in ordine i miei libri sulla scrivania.

I carnefici riprendono a colpire il Pasolini inchiodato alla sua macchina. Ora sono solo botte. Nessun risvolto sessuale più. Pelosi guarda, fumando una sigaretta.

Quando il colpo arriva sul sesso,

lo sperma fluisce nel sangue e su allo stomaco

in un nuovo liquido che negherà ancora la vita.

La bocca inghiotte il fango

 

Adesso i fari della seconda macchina si muovono inquadrando i carnefici che, immobili, guardano Pasolini agonizzare mentre viene staccato dalla croce-automobile da Pelosi, Pasolini inginocchiato, coperto di sangue, si accascia al suolo. L’altro Pasolini rimane crocifisso.

e loro, ora li vedo bene, ora mi accorgo dei loro volti, mi guardano inquadrati dai fari. – Luci di scena –

Ho lasciato che ci seguissero. Lo avevo già scritto. Questo era il luogo dell’appuntamento.

Non lo volevo, in fondo. Non lo voglio. Ma ogni volta è così. Stavolta di più di ogni volta. È nelle mie attuali ultime intenzioni. Suicidio.

Rappresentare.

“Versi completamente pratici”[12].

 

Pasolini continua a raccontare la sua morte crocifisso alla scrivania, mentre i carnefici-amanti seguitano a guardarlo morire davanti ai fari della sua Alfa. Vicini uno all’altro. Uno dei carnefici comincia a spogliarsi e, nudo, il membro semieretto, va vicino a questo Pasolini e lo tocca. Gli tocca il viso. Gli altri guardano. Poi anche un altro si spoglia e si avvicina al Pasolini sulla scrivania. Si inginocchia. Lo masturba. Gli fa una fellatio. Si mette sulla scrivania e prende Pasolini per i capelli e gli chiude la bocca. Butta all’aria i fogli del suo monologo in morte di se stesso.

UNO DEI CARNEFICI (prende un foglio e si mette a leggere): Il neofascista prende il bastone

e va dritto sul viso

per modellarne la maschera attuale del vizio,

si è detto e si dirà, è così,

sulla quale sferra colpi,

dalla stessa direzione,

ancora più forte e deciso,

il criminale della Magliana.

Adesso provo a reagire. Non ci riesco.

Il fiato ha spezzato le braccia, la testa e il ventre.

L’onorevole democristiano a destra dà la sua benedizione.

E percuote anche lui,

prima di penetrarmi

strappandomi i capelli e gridandomi,

in un roco sussurro,

“sporco frocio comunista

succhiami il cazzo”,

quando il bandito della Magliana

mi mette il suo cazzo duro e colpevole

prima nel culo dai calzoni calati

poi in bocca:

“inghiottilo frocio fjo de ‘na mignotta!” (ride, ride forte e gli lascia i capelli).

 

Entrambi i carnefici che agiscono ora sono con il pube davanti a Pasolini. Quello sulla scrivania è sceso e ha fatto inginocchiare Pasolini tra i suoi fogli sparsi, dopo averlo schiodato. Quello davanti alla macchina lo ha sollevato per i capelli. Entrambi gli urinano in faccia. Entrambi hanno un orgasmo masturbandosi sul viso di Pasolini.

PASOLINI Sono in ginocchio

ma non prego.

Cado giù nel fango

imboccato di merda ed erba

del campo di gioco

dal fascista.

Pelosi si masturba seduto sul cofano della macchina di Pasolini. Gli altri guardano Pasolini agonizzare.

Un ultimo colpo,

con l’inaudita violenza

della quale è capace

la politica dell’egoismo, dell’odio e del consumo.

 

Pelosi sale sulla macchina di Pasolini e accende il motore. Gli altri salgono sull’altra macchina. Escluso quello alla scrivania.

Che ha fabbricato la macchina sportiva

su cui risale il ragazzo

riccioli neri

senza innocenza né umanità.

L’automobile investe la mia vita

che si rimonta fulmineamente,

come le sequenze che ho girato in tutto questo tempo,

nel preciso istante in cui mi abbandona,

qui nella notte che non prega più i santi

né celebra i defunti[13]

ma li oltraggia nella sua tenebra.

Pelosi, in macchina, tiene il motore acceso. L’altro carnefice guarda PPP morire alla scrivania. Poi entrambi si fermano dove sono, immobili. Tutto è immobile. La musica è un sussurro lontano, quasi inudibile.

Freddo di solitudine e morte.

Simile a quello che ha cancellato

sempre più le mie stagioni.

E non sono bastati nuovi indumenti

per allontanare il male,

dentro e nel fisico,

dall’inseguirsi di queste nulle fasi.

 

Pelosi e l’altro carnefice si risistemano gli abiti: uno si riveste, l’altro, Pelosi, si cambia  vestito nell’abitacolo della macchina.

Il mio aspetto finale:

coi pantaloni aperti,

il sesso fuori che non chiede

e non placato,

sporco di sperma e sangue e merda che mi ha riempito

la bocca annullando ogni altro alito di giudizio.

Melma di un campo di calcio sul mare profano

per una vittima consacrata[14] all’evidenza,

sono questo,

questo che era inevitabile,

un calciatore di parole in scena all’idroscalo numero 93.

C’è scritto sulla tavoletta col mio sangue e i capelli.

Via Idroscalo 93.

Il volto è un tentativo malriuscito d’icona del tempo

macellato dal conformismo che rifiuta

i tratti marcati della diversità.

Il corpo è il teatro delle stragi dai responsabili occulti che

“io so”[15],

degli omicidi della tensione,

imbrattato del petrolio nazionale

che scorre col sangue e affari.

Del sesso come ultima rivoluzione da soffocare.

“Io so”, io non so niente, so quello che sanno tutti.

Mi piacciono i processi.

Soprattutto quelli contro di me.

Le costole si sono infrante,

nel passaggio

della mia automobile veloce,

in un istante come,

in anni,

ma neanche lentamente poi,

si sono distrutte le convinzioni

fino a spezzare

i dubbi e le contraddizioni.

Il cuore è esploso,

nella maniera in cui è iniziata la politica di quest’Italia

che ha cominciato così a edificare il suo sviluppo.

Ecco,

ogni segno è una traccia da leggere

e tutte fanno parte della deposizione finale.

Nulla si placa ricongiungendosi

nel corpo del sacrificio.

Ma tutto riassume il senso.

Le luci ora sono fortissime su Pasolini davanti alla sua automobile. La luce della lampada sulla scrivania comincia a lampeggiare.

È il massacro conclusivo:

in cui si vede solo ciò che conta.

L’unica testimonianza,

quando la morte “non è nel non poter comunicare ma nel non poter più essere compresi”[16].

Oltre l’ambiguo.

Dalla macchina di Pasolini scende Pelosi. Si avvicina a lui. Lo solleva dal suolo, lo bacia sulla bocca insanguinata, lo abbraccia. Fino a quasi assorbirsi in lui. Stretto. Vestito uguale a lui. Anche l’altro abbraccia Pasolini a terra tra i fogli, se lo mette sulle ginocchia. Poi si alza, spegne la lampada e se ne va verso l’altra macchina, che sparisce nel buio.

Gli uomini, che hanno eseguito, che hanno ordinato,

che ho provocato, desiderato, inscenato, pagato per l’ultimo amplesso,

sono ora il ragazzo, Pino – Pino il bugiardo –, che li ha assorbiti in sé.

Tutti diventati solo lui.

È stato lui, solo lui.

È rimasto solo lui.

Ho fatto l’amore solo con lui. L’amore.

L’amore.

Lui che non ha neanche le mani e gli abiti sporchi.

Che se ne va via con l’automobile sportiva.

 

Pelosi se ne va dal campo di calcio lasciando solo PPP. Via con la sua macchina. Le luci su Pasolini ora sono solo il riflesso della macchina che lascia l’Idroscalo.

Era venuto qua per questo, no?

“Sono assassino e sono buono”[17].

“Alle spume, all’acqua, lì vicina – tanta

quanta in una pozza di temporale,

nella tenebra di qualche infanzia –”[18]

 

Pier Paolo Pasolini, quello della macchina, si immerge nel mare – o si perde nel buio di una borgata di erba e calce, così come la ricorda lui. L’altro torna a sedersi alla scrivania. Riaccende la lampada.

Dall’automobile, in lontananza, esce il brano “L’Alba”, di Riccardo Cocciante.

L’ALBA “L’alba di un nuovo giorno.

L’alba del mio ritorno.

L’alba di chi ha sbagliato.

L’alba di chi è battuto […]”[19]

Pasolini alla scrivania spegne la lampada.[20]

“Quanto a quest’uomo,

se proprio non vuoi perderlo,

te lo lascio: ebbro d’erba e di tenebre.”

(“Bestia da stile” Pier Paolo Pasolini 1965-1974, postuma 1977) 

“Ah, mo’ sto bene!”

(“Accattone” Pier Paolo Pasolini 1961)

“Killed to keep the world turning.
Throw his bones over the White Cliffs of Dover
Into the sea. The sea of Rome.
And the bloodstained coast of Ostia.
Leon like a lion.
Sleeping in the sunshine.
Lion lies down.
Out of the strong came forth sweetness.”

[“Ostia (The death of Pasolini)” Coil 1987]

 

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[1] “sabuìt dal soul del dovèr” da “El testament Coràn” in “La meglio gioventù” Pier Paolo Pasolini 1954

[2] da “Vedrai Vedrai” Luigi Tenco 1965

[3] da “Vedrai Vedrai” Luigi Tenco 1965

[4] Riferimento a “Poesie mondane (10 Giugno 1962)” in  “Poesia in forma di rosa” Pier Paolo Pasolini 1964 anche ne “La Ricotta” episodio del film del 1963 “RoGoPaG”

[5] Riferimento a “Poesie mondane (10 Giugno 1962)” in  “Poesia in forma di rosa” Pier Paolo Pasolini 1964 anche ne “La Ricotta” episodio del film del 1963 “RoGoPaG”

[6] da “Abiura dalla trilogia della vita” Pier Paolo Pasolini 1975

[7] da “Siamo tutti in pericolo” l’ultima intervista a Pier Paolo Pasolini di Furio Colombo del primo novembre 1975 pubblicata l’8 novembre successivo sul supplemento “Tuttilibri” de “La Stampa”

[8] “La notte” Salvatore Adamo 1965

[9] da “Abiura dalla trilogia della vita” Pier Paolo Pasolini 1975

[10] Da “Poesie mondane (10 Giugno 1962)” in  “Poesia in forma di rosa” Pier Paolo Pasolini 1964 anche ne “La Ricotta” episodio del film del 1963 “RoGoPaG”

[11] da “Supplica a mia madre” in “Poesia in forma di rosa” Pier Paolo Pasolini 1964

[12] da “Comunicato all’Ansa (Propositi)” in “Trasumanar e organizzar” Pier Paolo Pasolini 1971

[13] Pier Paolo Pasolini è stato ucciso nella notte tra il giorno dei santi e quello dei morti del novembre 1975

[14] Ostia, località dove è morto Pier Paolo Pasolini, vuol dire vittima consacrata

[15] da “Il romanzo delle stragi” Pier Paolo Pasolini sul “Corriere della Sera” del 14 novembre 1974

[16] da “Una disperata vitalità” in “Poesia in forma di rosa” Pier Paolo Pasolini 1964

[17] da “Siamo tutti in pericolo” ultima intervista di Pier Paolo Pasolini a Furio Colombo “La Stampa” 8 novembre 1975

[18] da “La religione del mio tempo” (1957-59) in “La religione del mio tempo” Pier Paolo Pasolini 1961

[19] “L’Alba” Riccardo Cocciante 1975

[20] Pubblicato sul numero di Verde del 2 novembre 2015

Foto Elisa Piatti

Sorgente: ARSO DAL SOLE DEL DOVERE – DRAMMA IN MORTE DI PIER PAOLO PASOLINI

Iranian sniper[1]

L’obiettivo è la casa al 318 di Maujer Street. Lui la conosce bene: tre piani a East Williamsburg, New York. Lì ha vissuto i giorni dell’illusione. La breve stagione dei sogni di successo e della vita comunitaria. Dalla casa di Brooklyn, residenza degli Yellow Dogs, l’avevano cacciato. Lui li aveva minacciati. Loro l’avevano deriso. «Vi faccio fuori tutti. Poi mi ammazzo,» aveva detto Ali Akbar Mohammed Rafie, che adesso si fa chiamare Raefe Akhbar. L’azione è prevista per le ore 00.00 di lunedì 11 novembre 2013. È arrivato il momento di usare il suo Century Sporter calibro .308 semiautomatico, canna 18 pollici, peso 8 libbre. La sua unica compagnia nel misero buco a Ridgewood. Nell’appartamento del Queens, dove si era rinchiuso dal maggio 2012, può ripercorrere tutte le fasi della sua caduta. Non ci sono più le ragazze nude e le droghe, niente alcol né musica rock, non ci sono più i suoi ex amici, gli Yellow Dogs, e la sua passata band, i Free Keys, non c’è più nessuno a distrarlo. Prima l’avevano portato con loro dall’Iran per diventare famosi e sottrarsi alle persecuzioni del regime di Ahmadinejād, che li aveva presi di mira da quando, nel 2009, il documentario “No One Knows About Persian Cats” di Bahman Ghobadi aveva rivelato al Festival del cinema di Cannes e al mondo la scena rock underground di Teheran e i suoi peccati, secondo i dettami della Guida Suprema l’Āyatollāh Ali Khāmeneī, poi l’avevano truffato: loro avevano ottenuto l’asilo politico e a lui il manager degli Yellow Dogs, Ali Salehezadeh, aveva rubato 875 dollari per il rinnovo di un permesso di soggiorno mai arrivato. Una notte, in strada davanti all’Union Pool al 484 di Union Ave, Rafie si era azzuffato con Anthony Azar, il bassista che aveva occupato il suo posto nei Free Keys, per la rivalità e sempre per quella storia di soldi, o per un affare di donne. Anthony lo prendeva a pugni e lui rideva. «Tanto te la faccio pagare, a te e a tutti gli altri.» Un tempo i due erano amici. Avevano scorazzato in bicicletta in un viaggio in India. Si erano tutti coalizzati contro di lui, sosteneva AK, come lo chiamavano a Williamsburg. Lo accusavano di aver rubato degli strumenti dalla casa di Maujer Street e di esserseli rivenduti. Raefe era cambiato. Dimagriva, stava diventando calvo. Gli altri suonavano alla Knitting Factory e al Brooklyn Bowl, con tutti quei lunghi capelli neri che agitavano sul palco. Lui lavorava come corriere per la Breakaway, una ditta di spedizioni, e girava con il berretto in testa, parlava poco l’inglese ed era infelice. Poi, a fine ottobre 2013, lasciò il lavoro, perché a suo dire anche lì lo fregavano. Gli rubarono pure la moto e il cellulare. Provò a suicidarsi con delle pillole. Non ci riuscì. Lo scrisse su Facebook. Lo schernirono. «Tagliati le vene,» gli rispose qualcuno. Ma adesso che ha messo la foto del suo fucile d’assalto, vediamo se hanno ancora voglia di ridere. Con sé ha cinque caricatori, per un totale di cento colpi. Sufficienti per fare una strage.

L’ora è scoccata. Entra nell’edificio attraverso la terrazza del palazzo accanto. Il primo a essere colpito, dalla finestra del terzo piano, è Ali Eskandarian, cantautore e scrittore di trentacinque anni, amico dei gruppi, che rimane ucciso centrato al petto sul suo letto. Al rumore degli spari, Soroush “Looloosh” Farazmand, degli Yellow Dogs, di ventisette anni, esce dalla sua stanza: è freddato da Ak che, sceso al secondo piano, fa fuori anche il fratello del chitarrista, il ventottenne batterista Arash. I due rimanenti membri degli Yellow Dogs, in quel momento non sono presenti. Siavash “Obash” Karampour, cantante, e Kourosh “Koory” Mirzaei, bassista, sono a lavorare rispettivamente in una galleria d’arte e in un bar dell’Upper West Side. Neanche Ali Salehezadeh è in casa, è in brasile dall’ex moglie, nel suo alloggio c’è una coppia in subaffitto. Sono sotto la doccia. Raefe Akhbar spara anche a loro, senza prenderli. Si riparano dietro la vasca da bagno. Con due proiettili ferisce invece a un braccio Sot, che insieme a Icy forma la coppia di stencil artist iraniani Icy and Sot, ospiti della band. Icy riesce a chiamare il 911. AK torna al terzo piano ed entra nella camera del chitarrista dei Free Keys Pooya Hosseini. «Esci da lì, ti ho visto,» dice Raefe a Pooya, nascosto dietro a un appendiabiti. Hosseini prova a parlargli, a ricordargli i tempi di Teheran, i primi concerti, le ambizioni e il loro arrivo a New York, pieni di grandi speranze. Ma Raefe Akhbar non ha più speranze. «Perché stai facendo tutto questo?» gli chiede Pooya. Rafie farnetica di un complotto massonico contro di lui e altre assurdità, come ha raccontato Hosseini al New York Times. Anche la sorella dell’assassino in seguito avrebbe parlato di una trama giudaico massonica atta a screditare il suo paese nei negoziati in corso USA Iran sul nucleare iraniano. Le autorità iraniane dichiararono che un fatto del genere non sarebbe mai potuto accadere nel loro paese. «Hai ottenuto il tuo scopo, adesso basta,» gli dice ancora Pooya. «Era stranamente tranquillo e ripeteva di una missione da compiere: uccidere tutti e quindi sacrificarsi.» Allah è il più grande. L’America corrompe chiunque. Un momento di distrazione, dovuto al suono delle sirene della polizia in strada, una colluttazione tra i due, volano pallottole. Pooya finge di essere rimasto ferito, poi si accorge che il caricatore di Raefe ha finito i colpi, prova a disarmarlo, mentre Akhbar cerca inutilmente di ricaricare la sua arma, ma non ci riesce. Non ce la fa neanche a fermarlo nella sua fuga verso il tetto, dove Rafie tenta di trascinarlo con sé. Ali Akbar Mohammed Rafie, di anni ventinove, si chiude la porta del terrazzo alle spalle, ricarica e si spara. Lo trovano riverso su un fianco. Intorno, una macchia di sangue si spande sul pavimento bianco. Vicino al suo corpo senza vita, il fucile d’assalto di progettazione spagnola e fabbricazione americana pagato 690 dollari. Meno di un permesso di soggiorno. Più facile da ottenere.

[1] Pubblicato originariamente su Verde del 19 ottobre 2015.

VERDE RIVISTA

Elisa Piatti, ChowElisa Piatti, Chow

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. La quinta puntata ci rende edotti della vicenda degli Yellow Dogs, band iraniana di stanza a New York sciolta de facto l’11 novembre 2013, a colpi di rivoltella, dall’ex Free Keys Ali Akbar Mohammed Rafie.
Nella fotografia ci sono i Chow ritratti da Elisa Piatti.

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Presunto innocente[1]

Lo schianto somigliava a un colpo di pistola. L’attimo si dilata, poi s’infrange, all’Improvviso e senza sorpresa. C’è sempre qualcosa di annunciato nell’imprevedibile. Non se l’aspettava di venire sbalzato fuori dalla vettura, eppure se lo sentiva. Ormai non poteva farci più niente. Proprio come con il colpo di pistola che lo fece finire dentro.

«Presto, parti, parti perdio!»

«Ma che cazzo hai fatto?»

«Ti ho detto di andare!»

Rob Collins mise in moto e si allontanò più veloce che poteva. Poco prima, questione di un paio di minuti, il suo amico gli aveva detto: «Aspetta qui.»

«Dove vai?»

«Vuoi una birra?»

«Ma se stiamo andando al pub?»

«Vado a rubare qualcosa in quel negozio,» rispose l’amico e si mise a ridere. «Dai sbrigati,» disse Rob e rise anche lui. Il sorriso svanì dal suo volto appena sentì lo sparo.

«Cos’era quel colpo?»

«Poteva lasciar fare, e invece no! No cazzo! Non doveva andare così.» Dal negozio di alcolici a casa erano due passi – ma era chiaro che di andare a casa non se ne parlava, e neppure al pub, se è per questo. A due passi da casa. Quell’imbecille ti va a rapinare un negozio a due passi da casa: idiota. E spara pure un colpo. Proprio adesso che lui, Rob Collins, è diventato famoso come tastierista dei Charlatans. Il suo amico balordo, va bene, non è nessuno. Ma se gli avesse chiesto un po’ di soldi, mica glieli avrebbe rifiutati. Probabilmente a Rob piaceva frequentare le cattive amicizie di un tempo. Forse cercava ancora l’inaspettato oltre le regole. Cazzo però di un imbecille. La macchina corre. Come sempre. Più di sempre. La fuga dura niente. Il giorno dopo, il 3 dicembre 1992, i due sono in stato di arresto. «E adesso?» Adesso non poteva che continuare a sostenere che lui con quella faccenda non c’entrava niente. Perché sì, era così. Doveva essere così.

«Ma vi pare, Vostro Onore, che un musicista di successo abbia bisogno di rapinare un negozio?» disse il suo avvocato, che riuscì a convincere il giudice a far decadere l’accusa più grave di concorso in rapina a mano armata.

«Sì, mi aveva detto della rapina,» si limitò ad ammettere Rob durante il processo, «ma pensavo che scherzasse.» Una volta scontata la pena, otto mesi (ridotti a quattro) per aver fatto salire in macchina il suo amico dopo il colpo (come se potesse denunciarlo), Rob Collins comincia a sentire che l’imminente declino del Manchester Sound coincide con il suo. Nessuno se ne è ancora accorto, soltanto lui ne è consapevole. Il negozio di alcolici gli ha regalato una bottiglia da perdente che non si esaurisce mai. Il 22 luglio del 1996 l’alcol nel suo corpo era in quantità superiore al limite consentito dal codice della strada: il doppio, avrebbe appurato il medico legale, il dottor David Bowen, dopo che la BMW 520 di Rob, al ritorno dai Rockfield Studios, aveva preso una curva troppo forte in una strada di campagna vicino a Monmouth, scagliandolo fuori dall’abitacolo. L’impatto sull’asfalto è tremendo. Rob rimane ucciso. La sua testa sembrava un proiettile che infrange il parabrezza.

[1] Pubblicato originariamente su Verde del 21 settembre 2015.

art Savino Ficco, Bad Girl

Sorgente: ROCK CRIMINAL #4: PRESUNTO INNOCENTE